Il regista Claus Guth mette in scena A Kékszakállú herceg vára di Béla Bartók e La voix humaine di Francis Poulenc come un unico spettacolo (esattamente come ha fatto Robert Carsen con Cavalleria e Pagliacci pochi giorni fa)…
La voce di Poulenc era l’espertissima Anna Caterina Antonacci…
Kékszakállú era Florian Boesch,
Judit era Christel Lötzsch…
un dittico come questo, a Salisburgo o a Aix-en-Provence avrebbe fatto il pienone, con visibilio di campagna stampa internazionale…
a Firenze, la città dove per tutto l’Ottocento e il Novecento la colta avanguardia musicale è stata di casa, invece, non sono riusciti neanche a riempire la platea e hanno chiuso la galleria…
io, con il mio biglietto a 15€ di galleria a visibilità limitata preso con largo anticipo, mi sono trovato a vedere le opere in plateissima, in fila R, che di normale non costa mai meno di 200€…
effettivamente, il direttore Martin Rajna, poco più che 30enne, non aveva nessuna aura appetibile per il pigro pubblico fiorentino abituato allo star system e alla chiara fama imposte da Mehta e Pereira durante il COVID (vedi la Tosca straordinaria del 2021)…
e A Kékszakállú herceg vára è in qualche modo sfortunato a Firenze, da una 30ina d’anni…
nell”81 l’ha fatto in pompa magna Bruno Bartoletti (uno che, a Firenze, ha fatto veramente questo mondo e quell’altro, con un’attenzione al Novecento che nessuno ha mai più dimostrato), con Lorenzo Mariani, a cui sono seguiti addirittura Antal Doráti (’87) e Zubin Mehta (’94), entrambi in forma di concerto…
da allora, le cose sono declinate…
nel 2012, un Maggio alla canna del gas per le spese pazze di Francesca Colombo, contrattò il grande Peter Eötvös per A Kékszakállú herceg vára e A csodálatos mandarin da allestire col coreografo Jo Kanamori…
i soldi mancarono, Eötvös dette forfais e il povero Mehta, all’ultimo minuto, trovò come sostituto Zsolt Hamar…
lo spettacolo non venne male, ma le voci pettegole d’orchestra confessarono che Hamar non era effettivamente preparato…
14 anni dopo, questo allestimento avrebbe potuto pacificare Firenze con A Kékszakállú herceg vára (per la prima volta al nuovo Teatro del Maggio)… ma a livello di pubblico la cosa non ha funzionato…
un peccato, perché, artisticamente, il lavoro di Guth è godurioso…
anche Martin Rajna è stato molto bravo, specie in Bartók, in cui è stato capace di favolose intenzioni liriche nel finale, ma la sua è stata una lettura diligente, organica e precisa, senza veri scossoni d’interpretazione… in ogni modo, una conduzione del genere, pur incapace di calibrare certe concertazioni (l’organico è grosso e il palco è grande, e la facilità di lasciare la briglia sciolta ai fortissimi ha ottenebrato diversi sforzi dei cantanti), con la sua esattezza dattilografa, ha portato a casa una musica netta, chiara e accurata, che ha fatto risaltare molto bene l’orchestra, attenta anche nelle più impervie combinazioni di ottoni e percussioni…
ma lo spettacolo è stato tutto di Guth, che ha interpretato felicemente tutte le implicazioni di Bartók e Balász (A Kékszakállú herceg vára è nelle Opere per Halloween e nei Libri, film e musiche contro la violenza di genere, ma ancora non ne ho parlato come vorrei) non solo sull’inconscio della trama e della musica (che ha seguito quasi come nessun regista d’opera fa oggigiorno), ma anche sulle implicazioni politiche della faccenda, realizzando una sorta di Testuo di Shinya Tsukamoto più smaccatamente anti-borghese…
in un palco vuoto e buio, l’apertura delle sette porte di Kékszakállú fa immettere stanze e salotti borghesissimi, con divani stilosi, librerie di design, camini da spot pubblicitario, e finestre cool che, porta dopo porta, compongono una bella casetta in periferia, con tanto di tappeto di pelame per terra, quadretti significanti alle pareti (un barbagianni, un cerbiatto forse cacciato o forse già morto)…
che tutto sia strano e inquietante è evidente dalle tre ballerine, le precedenti mogli non-morte di Kékszakállú, che come spettri, un po’ manichini, un po’ evanescenti silfidi alla Virgin Suicides di Coppola, si muovono un po’ languide un po’ meccaniche appollaiate sulla mobilia, sui davanzali, o in scena a mimare conseguenze di spari alla testa…
Judit, come Rosalyn della Company of Wolves, potrebbe voler vedere tutte le nefandezze di Kékszakállú perché è maturata sessualmente (e alle mestruazioni alludono le macchie di sangue presenti dappertutto nel castello?) e quindi è matura per affrontare il lato negativo della vita (cioè lo stesso Kékszakállú con i suoi segreti)?
Oppure Judit è la solita deficiente sado-masochista con la sindrome della crocerossina che si mette in testa di poter redimere un serial killer? [le solite idiozie che Barbablu sarebbe una fiaba misogina, e la solita coglionata che sarebbe ispirata alle malefatte pedofile di Gilles de Rais, effettivamente vissuto nel ‘400 francese]
O magari Judit, nel castello di Kékszakállú fa esperienza della vita matura, che avidamente vuole conoscere, da bambina, come se fosse una cosa bella, tutta da provare, una vita piena di eccitanti promesse di sesso e felicità, con uno sposo ricco da amare, un bel castello di comandare, con tante ricchezze da accumulare… ma tutto questo si scopre essere falso, con la vita che, in realtà, è tormento e depressione, con la scomodità del sangue (presente perfino nelle ombre), della tristezza (vedi il lago di lacrime), e con l’ineluttabilità della morte, che si comincia a percepire proprio quando si ha la consapevolezza che il tempo è passato, consapevolezza che si ottiene proprio accorgendosi di essere cresciuti…
e l’ineluttabilità che le comodità borghesi che da piccoli sognavamo si tramutano in ossessioni e maledizioni di dolore e ancestrale strazio sempiterno, a cui si sembra destinati, attratti e sotto coercizione di una forza ineluttabile (Judit sarà per sempre la notte delle 4 età di Kékszakállú, insieme alle altre 3 mogli stanti per l’alba, il giorno e la sera: infanzia, adolescenza, maturità e vecchiaia), a cui non si riesce a sfuggire, e che ci attanaglia come se fosse l’unica cosa che esiste, che può esistere, o può esistere per noi…
una cosa che è l’esistenza borghese, terribile e ineliminabile nel capitalismo (ed ecco Tetsuo di Tsukamoto), o è la stessa vita simbolista di Maeterlinck: un’ansia di vita a cui non si può sfuggire, che ti acchiappa ed eccita, ma che porta solo alla morte… un’esistenza che è una forza imprescindibile, impossible da aggirare, ma che porta soltanto alla sempiterna e ciclica marcescenza mortifera, in un circolo crudelissimo quanto inutile…
Guth vede nell’opera di Bartók tutto questo e lo mette in scena come si deve…
tra Judit e Kékszakállú, nel loro salotto lussuoso che si compone piano piano, accadono scenette sadomasochistiche (tra la quarta e la quinta porta, davanti al rigoglioso camino, Judit offre il suo seno nudo al coltello di Kékszakállú e si fa tagliare almeno 3 volte), capricci infantili di Judit, istrionismi e immobilismi di Kékszakállú e movimenti ballati delle precedenti mogli, a sottolineare tutto e niente e a suggerire tutti i mondi possibili…
nell’avviarsi al castello, proprio all’inizio, Judit e Kékszakállú incontrano una viaggiatrice con la valigia, la protagonista della Voix humaine (l’ultima Voix humaine a Firenze è stata in forma di concerto con Annick Massis diretta da Xu Zhong, nel 2016), quasi simile a Bella Heathcote di Dark Shadows di Burton…
all’inizio della sua opera (alcune pantomime introduttive usano il terzo movimento del Concerto for orchestra di Bartók come riempitivo prima dell’inizio della musica di Poulenc), la protagonista, dopo aver incrociato fortuitamente Judit e Kékszakállú, va in albergo e sta al telefono col suo amante…
l’albergo è sul proscenio, con solo il pesante sipario a fare da scenario…
poi il sipario si alza e riappare il salottino di Kékszakállú: è con lui che la protagonista di Poulenc parla al telefono…
è lui il motivo delle di lei delusioni, disperazioni e voglie di morte (il tentativo di suicidio descritto)…
…ma è lei che trova il coraggio, alla fine, di sparare a Kékszakállú, alla nemesi maschile ineluttabile e coercitiva della borghesia e del patriarcato… o dell’esistenza ciclica tutta…
dopo lo sparo torna il buio, quindi non si sa se c’è liberazione…
…ma almeno lo sparo c’è stato…
…almeno il patriarcato (la vita, l’esistenza marcescente dell’Eterno ritorno dell’uguale) è stato colpito da una reazione che ha interrotto l’ineluttabile…
almeno qualcosa si è opposto…
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Florian Boesch era molto stolido, scenicamente efficace, ma vocalmente non incuteva terrore, e l’orchestra se l’è mangiato…
Christel Lötzsch, con la non classica scena a seno nudo, si è mossa benissimo sia come infantile capricciosa, sia come matrona implacabile, con un physique du rôle invidiabile e una presenza scenica magnetica… il suo vocione, molto scuro e fascinoso, non brillava, però, per agilità…
Anna Caterina Antonacci fa La voix humaine da tempo immemore, quindi da lei non ci si poteva aspettare niente di meno dell’ottima prova sostenuta, anche se, all’apertura del palco, si è udita poco, ma è stata questione di poche battute…
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