«L’angelo del focolare» di Emma Dante alla Pergola

Io non sapevo chi fosse Emma Dante quando è spuntata, per me dal nulla, a fare la Carmen di Barenboim alla Scala il 7 dicembre 2009 (la terza prima scaligera dell’èra Barenboim e la seconda di Barenboim in persona, dopo il Tristan und Isolde di Chéreau del 2007: in mezzo c’è stato il Don Carlos di Gatti/Braunschweig)…
…una Carmen che, per altro, io non ho visto (io, come regola generale, tendo a evitare Carmen)…

…e già dall’8 dicembre mi sono trovato circondato da gente che la adorava…

gente che, prima del 7 dicembre 2009, non me l’aveva mai nominata, l’8 dicembre diceva di idolatrarla…

…e ok…

io che non ho mai adorato nessuno (forse leggere ammirazioni per Igor Stravinskij, Kurt Masur, Giuseppe Sinopoli, Kate Winslet, Natalie Portman e per l’arte di Čajkovskij e Richard Strauss, non per gli uomini) ho molto subito quell’esibizione di religiosa afflizione, che ha avuto il terribile risultato di farmi un po’ girare a largo da Emma Dante: se suscitava così feroci religio era meglio starle lontano, come da Harry Potter e da Tolkien…

però poi un paio di sue regie d’opera le ho viste:
il Macbeth a Macerata addirittura due volte (nel 2019 e nel 2025)…
…e la Salome con Alexander Soddy al Maggio fiorentino nel 2025…

quindi vado alla Pergola a vedere per la primissima volta uno spettacolo di Emma Dante, senza sapere cosa aspettarmi, e con, alle spalle, una sorta di mal posta diffidenza, del tutto ingiustificata, che ho trasferito su Emma Dante e che apparteneva però alle persone che me l’hanno idolatrata davanti a partire dal 2009…

Io sono vecchio e mi viene subito da mettere L’angelo del focolare nel “mazzo” di Soul, di The Substance o, addirittura, di Yek tasādof-e sāde… il “mazzo” del «sono, sì, molto carini, ma, riconoscendone, forse, i modelli, allora quei modelli me li fanno un po’ scolorare…»

la Dolores Claiborne di Hackford (non il romanzo di King), Romance & Cigarettes di Turturro, e C’è ancora domani di Cortellesi mi sono balenati davanti fin troppe volte…

e questi modelli, a parte Cortellesi, accomunata a Dante proprio per il motivo che sto per dire, non giocavano affatto sulla costruzione del pittoresco regionalista, tanto carino e tanto diorama tutto sommato accarezzato e guardato perfino con simpatia (il difetto, orrendo, della Oliva Denaro di Ardone: un difetto che però ho visto solo io; e un regionalismo a mio avviso troppo simile alle cagate di Sorrentino e Uvaspina)…

il diorama, cioè, di simpatia della famigliolina, con suocerina cretina e figlioletto gay alla Mine vaganti, che ti strappa anche qualche risata…

questo diorama mi ha suscitato il dubbio sul perché al maschilista violento e prepotente non gli succede niente? per realismo? [Dolores Claiborne, almeno, getta il suo Joe St. George in un bel pozzo]

ma mi ha anche comunicato un graffio serio nel finale:
io l’ho intesa che la protagonista è morta…
che all’inizio sia sdraiata là dove si sdraia alla fine mi ha comunicato un senso di reiterazione (confermato dalla compulsività della scena finale) riflettuto dalla Fiera dell’est in colonna sonora… il finale, cioè, è solo una delle tante violenze subite, sempre uguali, che fa il paio con la reiterazione di quell’errore, di quel ballo a cui seguì lo stupro e la gravidanza che ha definito l’intera esistenza della protagonista, anch’esso rievocato nella danza su Branduardi (un accenno alla «maledizione che procede di generazione in generazione» della mia adorata canzone di Vinicio Capossela sull’argomento?)…
…ma stavolta forse è l’ultima violenza subita, l’ultimo ferro da stiro avuto in testa, tanto che il mondo e il diorama pittoresco si disfa nella danza, e la protagonista rimane come un fantasma ad apparire, intermittente e candido, nello strobo delle luci: un’apparizione nel buio, alla Turn of the Screw

…ma proprio per questo non ho capito perché il patriarca, sgradevole ma anche lui gratificato da battute risibili, debba danzare insieme a tutti…
…davvero per evocare la maledizione del primo ballo?

non lo so…

ma il graffio di questo finale l’ho sentito…

mentre, per il resto, ho visto un film di Paola Cortellesi condito con un film dell’Ozpetek più vieto e logoro (quello di Mine vaganti, appunto), dove si ridacchia molto, e tutti sono abbastanza simpatici, con il loro espressionismo esagitato, il loro gesticolare furioso…

…e il loro essere molto teatrali e iperbolici:
la prima violenza, a metà spettacolo, hanno avuto la pessima idea di musicarla con l’Adagio di Albinoni, che non può, ormai, non funzionare antifrastico (succede anche in quella corriera nei testicoli che fu Manchester by the sea) in chiunque sappia che Remo Giazotto l’ha composto nel 1958 copiandolo da Duphly e spacciandolo di Albinoni solo per guadagnarci…
l’intento era, come quello di Lonergan, quello di sottolineare la commozione, ma l’esagitazione attorica unita alla musica farlocca mi hanno suscitato uno stranissimo senso della parodia, forse mancando il bersaglio, almeno ai miei occhi…
perché sentire l’Adagio, accostato alla gestica impazzita degli attori, fa un effetto di sciacquone in mezzo a un concerto a lume di candela…

quindi, concludendo, a parte il finale bellissimo (pur con il dubbio, trascurabile, di non far accadere nulla al patriarca), vedo un filmetto alla Cortellesi e Ozpetek, con una scena ridicola centrale musicata da Giazotto…

…si fa presto, quindi, quasi a rimpiangere Dolores Claiborne e Romance & Cigarettes: il primo perché va al sodo senza ridicolezze, e il secondo perché è parodia conclamata, con equilibrio tra canzone e scena molto più strong, e con un regionalismo sì esibito ma per nulla acritico…

il finale acchiappa,
ma, per il resto, non ho visto una cosa che, nella sua interezza, giustificasse la standing ovation del pubblico pergoliano, molto numeroso…

è l’ennesimo segno che io ho gusti di merda

gli attori, bravissimi, sono David Leone, Giuditta Perriera, Ivano Picciallo e Leonarda Saffi…

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