«La cosmicomica vita di Q» di Luca Marinelli alla Pergola

Ennesimo pretesto per sciorinare la sempiterna storiella che le opere non sono immobili né immutabili, e che gli autori non sono divinità che, completamente da soli, creano dal nulla cose in sé perfette, mai bisognose né di ritocchi né di revisioni…

Oggi le chiamiamo Cosmicomiche (che, sulle prime, Calvino intitolava Racconti deduttivi e Le storie di Qfwfq), come se fossero un progetto unitario, unico, limato e fatto all’origine…
…invece, Italo Calvino, Le cosmicomiche le ha scritte in un arco molto ampio della sua vita: sono racconti che rappresentano quasi la totalità di una malinconica seconda parte, l’ultima, della sua produzione, iniziata col Neorealismo (’47-’49), continuata con un felice ma lucidissimo magismo fantastico-cavalleresco (’52-’60), e tornata per un attimo al realismo (senza neo-: ’63), prima, appunto, di andare nel cosmico speculativo (dal ’65 all”85), ogni tanto venato di metaletterario

Le prime cosmicomiche compaiono sul Caffè, nel ’64…
alcune vengono pubblicate sul Giorno e sull’Espresso, nel ’65…
poi, il 19 novembre 1965, viene finito di stampare il volume, appunto Le cosmicomiche, da Einaudi, nei Supercoralli…
Ma le cosmicomiche continuano: appaiono ancora sul Giorno, in Rendiconti, nella Nuova corrente, in contemporanea a un secondo volume, Ti con Zero, che Einaudi fa ancora uscire nei Supercoralli nel 1967…
Calvino sforna altri racconti sul Giorno, su Linus e su Playmen, e nel ’68 riproduce tutto in La memoria del mondo e altre storie comsmicomiche, per un editore mezzo farlocco, il Club degli editori di Milano, nel 1968…

a questo punto, Calvino sembra un po’ stancarsi del cosmo e inizia Il castello dei destini incrociati (’69), compone Gli amori difficili (’70, fatto, però, di roba già scritta), allestisce il suo Orlando furioso per radio e libro (’70), scrive Le città invisibili (’72), e finisce Il castello dei destini incrociati (’73)…
…ma in realtà, nel ’71, compone quella che forse è una cosmicomica, che esce in inglese in USA, sull’Iowa Review
Nel 1975 cerca di salvare dall’oblio La memoria del mondo e altre storie comsmicomiche riportandolo in Einuadi, ma in una collana di bassissima tiratura, ovvero la Biblioteca giovani
da allora, Le cosmicomiche svaniscono per un po’ perché Calvino si mette a scrivere quello che lui ritiene essere un suo opus magnum, Se una notte d’inverno un viaggiatore, che esce nel ’79 (lo stesso anno della Unendliche Geschichte di Ende e un anno prima del Nome della rosa di Umberto Eco)…

Nel 1980 sistema Una pietra sopra, che riunisce diversi saggi e conferenze fatte nel passato…
nello stesso 1980 riporta in Italia la cosmicomica “americana” del ’71, sul Gran Bazaar
nell”83 scrive Palomar
Dopo Palomar, Calvino divorzia da una Einaudi in bancarotta (anche se continua a dirigere fino alla morte la collana Centopagine); Piero Gelli lo porta in Garzanti, dove stampa Collezione di sabbia (’84), che raccoglie la saggistica che, 4 anni prima, era rimasta fuori dalla Pietra sopra

Solo adesso, nell”84, nel buen retiro agostano di Roccamare a Castiglione della Pescaia (è lì, al mare, che si sente male all’inizio di settembre dell”85 e da lì va all’Ospedale di Santa Maria della Scala a Siena dove muore: a Castiglione è sepolto, in una tomba circondata da rosmarino e timo), Calvino ripensa alle Cosmicomiche: ne scrive due su Repubblica per reagire a Garzanti che lo pressa per un nuovo romanzo… Calvino nicchia e dice a Garzanti di accontentarsi di ripubblicare le cosmicomiche, in un volume intitolato Cosmicomiche vecchie e nuove, nei Narratori moderni, nell”84…
è l’ultimo libro pubblicato dal Calvino vivente…

Alla sua morte nell”85, le Lezioni americane erano praticamente pronte, ma la moglie Chichita (con lui almeno dal ’62: si sa soltanto di un altro suo grande Amore, Elsa De Giorgi, la Viola del Barone rampante del ’57, scritto dopo che con De Giorgi era finita) pubblica prima Sotto il sole giaguaro (’86), con gli ultimi racconti ultimati, poi stampa le Lezioni americane nell”88, entrambi con Garzanti; quindi, nell”89-’90, vende, si dice per cifre esorbitanti, tutti i diritti di Calvino a Mondadori (la stessa che, 4 anni dopo, acquisterà la Einaudi agonizzante da 10 anni)… nel limbo delle trattative riescono a uscire Sulla fiaba (a cura di Mario Lavagetto, ’88, che contiene alcuni saggi già editi), e I libri degli altri (’91: contiene lettere alla Einaudi sull’opportunità o meno di pubblicare questo o quel libro, scritte tra ’47 e ’81), entrambi per Einaudi…

Dal ’91 comincia l’impresa Mondadoriana su Calvino, con i Meridiani, coordinata da Claudio Milanini…
ed è Milanini a occuparsi delle Cosmicomiche, ma a livello di Romanzi e racconti per i volumi dei Meridiani, con Mario Barenghi e Bruno Falcetto, tra ’92 e ’94…
solo nel 1997, Milanini compone Tutte le cosmicomiche per Mondadori (negli Oscar Grandi Classici n. 75), facendoci partecipi delle gestazioni, delle effettive date di scrittura (è grazie a Milanini che scopriamo come le Cosmicomiche abbiano impegnato Calvino in tutte le sue piazze di lavoro e di vita: Sanremo, Torino, Sorrento, Forte dei Marmi, Parigi, Castiglione della Pescaia e, soprattutto, Roma: la figlia Giovanna [nata nel ’65, praticamente insieme alle Cosmicomiche] ha ricostruito lo studio del padre alla Biblioteca Nazionale Centrale del Castro Pretorio, e gestisce l’archivio privato nell’abitazione di famiglia: lì Milanini ha scoperto che Calvino stesso teneva una cartella con appuntati tutti i dati di gestazione delle Storie di Qfwfq, che, forse, era il titolo che lui stesso pensava per una raccolta, al posto delle Cosmicomiche… è curioso notare che Chichita ha sempre detto che Calvino pronunciava Qfwfq come wuf), ma ordinando i racconti con un senso scientifico, di completezza, che restituisce un libro che Calvino non aveva assolutamente pensato, anzi, si sa che la sua ultima sistemazione delle Cosmicomiche era Cosmicomiche vecchie e nuove, dell”84, completamente diversa da quella di Milanini, e non includeva la cosmicomica americana del ’71…
…si complicano le cose anche per il fatto che il lavoro di Milanini non è rimasto definitivo: anche se è stato ristampato milioni e milioni di volte in diverse collane (per lo più rimanendo negli Oscar Grandi Classici n. 75, benché cambiando veste grafica e compositiva, passando dalla copertina in cartoncino a quella rigida, intorno al 2002, per poi passare ad altre collane: credo che l’ultimo Oscar Moderni, di quelli illeggibili enormi, sia del 2023), non ha mai sostituito la parallela pubblicazione mondadoriana delle Cosmicomiche e di Ti con Zero, cioè i primi due libri di Qfwfq del ’65 e ’67, che non includono ovviamente i testi scritti nel ’68, ’71 e ’84…

Marinelli, nel programma di sala della Pergola, dichiara, però, di essersi ispirato a Tutte le cosmicomiche di Italo Calvino… dichiara, tradotto, di aver attinto dall’architettura di Milanini…

nel programma sembra che abbia fatto tutto Marinelli, con Vincenzo Manna alla drammaturgia e Danilo Capezzani e Giulia Bonghi come aiuto-registi…
ma Marinelli entra in scena un po’ dopo gli altri 6 personaggi (Valentina Bellè, Federico Brugnone, Barbara Chichiarelli [che sostituisce, nella seconda parte del run, Gabriele Portoghese], Fabian Jung, Elena Radonicich, Gaia Rinaldi), incarnazioni delle entità inventate da Calvino nelle Cosmicomiche, a cui Marinelli dà uno spessore da world building

Costretti in forma umana più del dovuto per un ritardo eonico nello switch periodico dei poli magnetici della Terra, queste entità cominciano a umanizzarsi troppo e a perdere la loro memoria cosmica di particelle presenti prima del Big Bang (il riferimento a Tutto in un punto, la quarta delle Cosmicomiche del ’65)…
lo stesso Qfwfq (invece di wuf, Marinelli lo ha chiamato Q, evidentemente come quello di Star Trek, nell’eterna ambiguità con quello, altrettanto iconico, di 007), una sorta di boss morale del gruppo, in quando narratore di Calvino, si è messo a fare il presentatore televisivo, col nome d’arte di Trevor (chissà se c’entra «l’abominevole Trevor» del doppiaggio di Sandro Acerbo del Cruel Intentions di Roger Kumble del 1999?)…
ma lo switch magnetico incombe, la notte dell’Ultimo dell’Anno del 5000 e rotti d.C., dopo una scalcaganta diretta di Trevor…
stanco del suo show idiota (che scimmiotta i programmi di Rete4 con un tono tra Don’t Look Up e Ricordati di me di Muccino che però si sente vorrebbe arrivare alla satira di Newtork di Lumet), Trevor si confida col suo robottino a metà tra Google Home e Alexa, quando gli altri personaggi, ancora consapevoli della loro specificità cosmica, gli irrompono in casa facendogli tornare la memoria…

…a questo punto Q ricorda alcune delle Cosmicomiche più celebri (quelle lunari, quelle dei dinosauri), e si ricorda di essersi quasi innamorato, ai tempi dei dinosauri, di una specie di fotone candido…

ma il suo flashback (lunghino) si interrompe quando la festa di Capodanno televisiva inizia sopra casa sua, in un attico di megalopoli da cui i ricconi della TV guardano indifferenti i disastri ambientali che lo switch magnetico sta provocando: aurore boreali che non dovrebbero esserci, satelliti che cadono dal cielo su quartieri popolari, e lampi solari impertinenti…

Q si adira con l’indifferenza dei televisivi, fugge col suo robottino, che regala a un bambinetto ferito e probabilmente rimasto orfano a causa dai satelliti cadenti, e vaga per la città: dice ad alcuni operai che quello che hanno trovato nei loro scavi è un’autentica costola di dinosauro (scena completamente inutile) finché non trova la forma umana del candido fotone perduto, che lo porta a raggiungere gli altri enti cosmici e attende lo switch magnetico, che non solo è reset terrestre che aprirà, forse, a una nuova stagione dell’esistenza priva della cattiveria umana, ma anche a una nuova pacificazione mentale personale di Q, adesso libero di amare il suo fotone perduto senza rimpianti…

Gli attori si muovono anche in mezzo alla platea della Pergola e non tutti hanno né dizioni né volumi adatti a far percepire tutte le loro battute (al contrario di Marinelli che mi è sembrato sempre microfonato)…
La scena che evoca meteoriti, satelliti, lune, acque, pesci volanti, ha alcune qualità tecniche, tra palloni appesi dall’alto, teloni riflettenti che abbracciano il proscenio, e tante luci poiettanti fasci colorati sul palco e in sala…
Mi ha ricordato, più di tutto, la aerea sinteticità della classica Tempesta di Strehler del ’78, ma senza quelle importanti implicazioni metateatrali (ovviamente io ho visto solo la ripresa televisiva RAI di Carlo Battistoni), ma anzi traslando il modello in parodia televisiva (si diceva McKay, Muccino e Lumet) più che teatrale…

Il testo, con una parte centrale leggermente inutile (a me è sembrato durasse molto di più dei soli 60 minuti dichiarati), si appesantisce, forse, con lo spiegone benpensante di Q, che connette la beceraggine dei media odierni (con gli scienziati che devono urlarsi contro e creare litigio per fare audience), e l’indifferenza alla violenza (i ricconi che, dall’alto dei loro attici, non fanno nulla per alleviare la sofferenza di un’umanità barbara e oppressa anche dalle calamità), alla caducità infinita degli elementi cosmici, che sempre si trasformano pur rimanendo uguali, e sempre cambiano pur non potendo mai scomparire, volendo concludere che l’ingordigia del ricco, e la brutalità del racconto, ben presto dovranno finire al cospetto dei grossi mutamenti termodinamici che li investiranno, per cui tanto varrebbe essere gentili e rendere la vita vivibile per tutti invece che per pochi…

è un discorso che a me piace, ed è anche connesso a una pacificazione interiore (con Q che trova l’Amore e trova la sua quadra psicanalitica), e viene condotto in modi molto divertenti, con gli attori impegnati in ottimi trasformismi nel passaggio da un personaggio all’altro, e in battute che fanno anche molto sorridere, veicolati con buonissimi tempi comici…

però la resa scenografica e di spettacolo forse si rivela un po’ inadeguata per l’intento… come se le pur volenterose scenografie (di Nicolas Bovey), che rendono visibili le proprie componenti fittizie e artigianali, rimanessero a livello di mimesi inadeguata più che di effettiva creatività visiva…

alla fine è uno spettacolo che appare un po’ come Siccità di Paolo Virzì: sì carino e bellino, e anche per certi versi nutriente per ideologia e socialità, ma non riesce a superare certe difficoltà di budget con adeguata inventiva…

per capirsi: Marinelli, alle prese con lune e dinosauri, cerca di costruire le sue lune e i suoi pianeti con palle posticce e costole di cartapesta prive di budget finendo per misurarsi con chi il budget ce l’ha (così come Virzì si misurava proprio con Don’t Look Up pur non avendone i mezzi economici: andando nel costruttivo, pur usato con intenti evocativi, finisci per far vedere più quello che non hai potuto costruire di quello che hai costruito) invece di trovare una strada artigiana tutta sua, una strada inventiva ed evocativa al di là della scena (magari pensando a risultati del tutto illusionistici alla Zeman, per esempio, o alla Gilliam, o alla Fellini del Casanova [a cui una scena marittimo-lunare forse allude direttamente] oppure interpretando davvero il metateatro steheleriano che forse è stato il modello)…

quindi:
spettacolino bellino, ogni tanto noiosino, ma divertentino e benpensante, che si sente avrebbe voluto farci vedere più inutili dinosauri e più viaggi lunari, che ha risolto con spassosità ma senza effettivo arrosto immaginativo e metaforico…

naturalmente, non mi sembrano pervenute le istanze interrogative di Calvino sul non esserci o sul solo esserci a livello di ipotesi e di pensiero, sottostante l’eternità della metarappresentazione, presenti a man bassa nei racconti cosmicomici (a me sono mancati sia Dantès sia Priscilla sia Il guidatore notturno sia L’implosione)…

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