Stavolta non sono riuscito a sentirle tutte…
quelle che non ho sentito le lascio allineate a destra…
chissà, forse un domani riuscirò a dare un’ascoltata a chi è rimasto a destra…
Chiariamo subito le diciture che userò per Messa lunga e Messa corta:
nonostante Mascagni, nella sua incisione del 1940, stabilisca per la Messa, molto sonoramente, una chiusa sincrona di tutti i “reparti” coinvolti (Santuzza, Coro e Orchestra), cioè nel modo che io chiamo Messa corta, nelle partiture pubblicate (da Sonzogno nel 1890, ristampata dalla Kalmus di Boca Raton, con testo italiano e francese, e dai berlinesi Bote & Bock intorno al 1920, con testo tedesco e italiano, ristampata dai Broude Bros. di New York: quest’ultima impressione è molto più chiara e dettagliata della Sonzogno) e nell’autografo (di cui un microfilm è stato digitalizzato da Stanford), i fiati e gli archi “concludono” prima degli altri, mentre il coro prosegue arrestandosi, però, un attimo (un’ottavo) prima dell’organo e degli ottoni… questa versione scritta è quella che io chiamo Messa lunga…
Mascagni, in disco nel ’40, fa chiudere tutti allo stesso punto (cioè la Messa corta), benché, 50 anni prima, abbia scritto la Messa lunga…
Chi non si è instradato sull’esempio sonoro di Mascagni, e sull’esempio di Mascagni si sono instradati i più, ha letto la partitura in maniere un pochino “diverse”… fino alla metà degli anni ’60 quasi tutti hanno optato per una via di mezzo tra il Mascagni sonoro e il Mascagni scritto: cioè hanno prolungato l’organo più di tutta l’orchestra e del coro… dagli anni ’70, invece, con il concetto di filologia e di attenzione alla partitura scritta che ha cominciato a diventare standard, la sistemazione scritta è diventata prevalente…
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Friedrich Kark, Odeon Orchestra, 1909
Santuzza – Frances Rose
Turiddu – Franz Naval
Alfio – Cornelius Brongeest
Lola – Frieda Hempel
Lucia – Ida von Scheele-Müller
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Carlo Sabajno, Teatro alla Scala, 1915
Santuzza – Georgina Ermolli
Turiddu – Franco Tuminello
Alfio – Eugenio Perna
Lola – Elvira Ravelli
Lucia – Elvira Ravelli
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Gli esperti la vogliono incisa a Milano, il 19 marzo e poi il 2, dal 6 al 9, e il 13 aprile 1915: fu distribuita in 10 dischi…
Nel mono, l’orchestra suona comunque sorprendentemente colorata, ma l’aspetto è stentoreo, con portamenti strumentali oggi ridicoli (l’Intermezzo sembra fatto col theremin!), e un andamento fulmineo vertiginoso…
Sia Ermolli sia Tuminello nasalizzano le N in maniera atroce e si fanno prendere dalla furia facendo un duetto che sembra il valzerino di un organetto (più carina l’introduzione risolta come una banda popolana)…
La messa è candenzata e corta, con l’organo prolungato; nel Brindisi, Tuminelli tenta per primissimo un ad libitum che ispirerà Björling e Bonisolli e nella rapidissima Vendetta, così veloce da risultare fumettistica, Ermolli fa un acutone a squarciagola…
Ha così fretta che proferisce un unico «Hanno ammazzato compare Turiddu»…
Di certo, la celerità, e gli ad libitum spettacolari ma forse poco opportuni, hanno reso questa precocissima incisione un esempio negativo contro cui Mascagni stesso, 25 anni dopo, si è stagliato andando in direzioni diametralmente opposte…
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Aylmer Buesst & Eugene Goossens, British National Opera, 1927-28
Santuzza – May Blyth
Turiddu – Heddle Nash
Alfio – Harold Williams
Lola – Marjorie Parry
Lucia – Justine Griffiths
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Carlo Sabajno, Teatro alla Scala, 1930
Santuzza – Delia Sanzio
Turiddu – Giovanni Brevario
Alfio – Piero Biasini
Lola – Mimma Pantaleoni
Lucia – Olga de Franco
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Per questa seconda impresa in studio integrale di Sabajno abbiamo più informazioni…
il 15 aprile del ’29 si registrarono «Gli aranci olezzano» e il Carrettiere…
il 23 aprile ’29 si registrò la fine del Preludio dopo la Siciliana…
il 25 aprile ’29: recitativo «Beato voi, Compar Alfio»
30 aprile ’29: litigio fino a «Quella cattiva femmina»
1° maggio ’29: «Cessin le rustiche opre»
3 maggio ’29: «Dite mamma Lucia» e duettone
25 maggio ’29: Intermezzo
17 gennaio ’30: Vendetta
31 gennaio ’30: Messa
8 marzo ’30: litigio da «Quella cattiva femmina» in poi
17 marzo ’30: Brindisi
20 marzo ’30: «Voi lo sapete, o mamma»
22 marzo ’30: Finale
12 aprile ’30: Preludio con la Siciliana, «A casa, amici», «A voi tutti salute»…
Sanzio è molto disperata…
Brevario è un po’ un striminzito e, ogni tanto, fumettisticamente acuto…
La messa è corta con organo prolungato…
«Tu l’ami dunque», «Io me ne vado» di Lola, e «Turiddu ascolta» sono prolungatissimi e quasi struggenti!…
Il climax del litigio del duettone è ottimamente emotivo… e la conclusione, tra ottoni e strazianti perorazioni, è molto efficace, pur nel mono e nel suono di un 78 giri…
L’Intermezzo conserva, ma limita di molto, l’aspetto «da theremin» di 15 anni prima…
La Vendetta è di tutto rispetto…
Il finale continua ad avere una sola enunciazione dell’assassinio di Turiddu…
Per capirsi, Sabajno migliora assai nella sua seconda lettura, più emotiva e di maggiore urgenza sentimentale…
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Lorenzo Molajoli, Teatro alla Scala, 1930
Santuzza – Giannina Arangi-Lombardi
Turiddu – Antonio Melandri
Alfio – Gino Lulli
Lola – Maria Castagna (Marou Falliani)
Lucia – Ida Mannarini
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Alcuni appassionati di Molajoli e delle prime registrazioni operistiche della Columbia (che iniziano solo nel 1929, questa Cavalleria è una delle primissime release: comprendeva anche lei 20 facce, quindi 10 dischi da 78 giri, esattamente come quella di Sabajno di 15 anni prima, però targata Voce del padrone) hanno datato le sessions dal 4 all’11 gennaio del ’30:
il 4 vennnero incisi «Dite, mamma Lucia», «Voi lo sapete o mamma», «Quella cattiva femmina» e la prima tranche del duettone («Ah, lo vedi? Che hai tu detto!»);
il 6 è la volta di «Andate o mamma ad implorare Iddio» e l’aria finale di Turiddu;
il 7 si incise lo scambio «Beato voi, compar Alfio», il secondo coretto popolano e il finale vero e proprio («Turiddu, che vuoi dire?»), con pausona drammatica prima dell’ultima stretta;
l’8 si finì il duettone («La tua Santuzza piange e t’implora») e si fece la Vendetta;
il 9 si registrò la Siciliana di Turiddu, una prima tranche del primo coretto popolano, il Carrettiere e la messa;
il 10 si completò il primo coretto popolano, e si fissò il Brindisi con le conseguenti battute dell’ingresso di Alfio;
l’11 fu una session di sola orchestra con il Preludio (esclusa la Siciliana) e l’Intermezzo…
Nessuno, però, accenna a dove tutto questo sia stato catturato: forse all’interno del Teatro alla Scala? Boh…
Parte puntuta, veloce e sbrigativa, con una messa cadenzatissima e corta (come sarà quella di Mascagni)…
Da «Voi lo sapete o mamma» cambia misura: diventa appassionata, recitatissima e ricca di densissimi e calorosissimi rallentando…
Arangi-Lombardi e Melandri sono impulsivi e psicologicamente perfetti, e la musica li segue davvero con fascinosissimo afflato…
Bravissima Lola…
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Gustav Cloéz, ???, 1931-1933
Santuzza – Germaine Cernay
Turiddu – Gaston Micheletti
Alfio – Arthur Endrèze
Lola – Alice Hena
Lucia – Mady Arty
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Pietro Mascagni, Teatro alla Scala, 1940
Santuzza – Lina Bruna Rasa
Turiddu – Beniamino Gigli
Alfio – Gino Bechi
Lola – Maria Marcucci
Lucia – Giulietta Simionato
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Edizione dei 50 anni, registrata al Conservatorio di Milano dal 14 al 20 aprile 1940 per quella che allora era La voce del padrone, che garantì anche la dedica vocale di Mascagni in persona, prossimo ai 77 anni… è poi finita in diversi cataloghi, tra cui Naxos…
Erano anni che Mascagni tastava il terreno per il cinquantenario… solo due anni prima, a L’Aja, aveva diretto Lina Bruna Raisa dal vivo, ed è rimasto l’audio…
Sorprende subito che l’autore in persona imponga alla sua opera un ritmo lentissimo e la necessità seria dell’interpretazione, degli struggenti fil di voce, della semantica della musica…
Il mono non permette di apprezzare la grande forza dell’orchestra, e si sente che la musica, lentissima, ogni tanto tramortisce il canto e la melodia (vedi Gigli, nel Preludio, che fa fatica nelle note troppo lunghe), ma le idee ermeneutiche di Mascagni si imprimeranno in molti altri… la sua lezione si imporrà sui più, in primis su Serafin e Karajan (che erediterà i problemi di una lentezza che schiaccia la melodia)…
la messa, corta, cadenzata e staccata, davvero come una processione, è quasi stentorea e si sente claudicare a livello di melodia e solennità, ma nel litigio e nel duetto, il canto, magistralmente interpretato in ogni dettaglio, fila via più morbido e carezzevole, la Vendetta è piena di rallentando passionosi, come saranno quelli di Byčkov, e l’Intermezzo è un tripudio di intenzioni sottintese passionalissime… e il finale spacca!
Gigli e Bechi sono nobilissimi, mentre Raisa è più sanguigna, recitativa, perfino sgradevole, quasi come sarà Souliotis…
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Erasmo Ghiglia, Maggio Musicale Fiorentino, 1951
Santuzza – Vassilka (Vera) Petrova
Turiddu – Edward Ruhl
Alfio – Ivan Petroff
Lola – Lidia Malani
Lucia – Rina Benucci
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Renato Cellini, RCA Victor Orchestra, 1953
Santuzza – Zinka Milanov
Turiddu – Jussi Björling
Alfio – Robert Merrill
Lola – Carol Smith
Lucia – Margaret Roggero
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Benché in perfetta concorrenza con Cleva, Cellini è il primo a incidere Cavalleria in USA, negli studi RCA del Manhattan Center di New York, il 7, 13, 18, 27 e 29 gennaio, quindi il 1° febbraio 1953…
Il missaggio è da Neri per Caso, e, tutto sommato, non va mai al di là dell’impostazione di Mascagni, ma è una lettura condotta con esattezza, che ha momenti di pura classe nell’accompagnare degli straordinari cantanti, non prontissimi per dizione ed emissione in questo repertorio, ma comunque appassionatissimi e capaci di una correttezza caldissima ed emozionale…
La messa è corta e cadenzatissima, come quella di Mascagni… e il litigio, anche se con orchestra lontana, è strepitoso… fuori dall’impostazione mascagnana sono invece il Brindisi (in cui Björling fa un ad libitum come farà con Erede, 4 anni dopo) e il finale: sbrigativi e precipitosi…
Björling, pur claudicante, riesce a parlare italiano meglio di come farà con Erede…
Milanov è sincera e dolorosa…
Merrill, pur pesante, è un Alfio con un carisma eccellente…
Margaret Roggero è una Mamma Lucia scintillantissima e giovanilissima!
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Fausto Cleva, Metropolitan Opera, 1953
Santuzza – Margaret Harshaw
Turiddu – Richard Tucker
Alfio – Frank Guarrera
Lola – Mildred Miller
Lucia – Thelma Votipka
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Catturata a New York, nel gennaio 1953 (tra Discogs, PrestoClassical e Marinelli vengono fuori diversi giorni: o dal 18 al 25, oppure il solo 29 gennaio)… il luogo dell’incisione, probabilmente, fu la Metropolitan Opera House della 39th Street, ma un buon candidato è anche lo studio della Columbia sulla 30th Street… La concorrenza con l’impresa di Cellini per RCA, iniziata prima ma finita dopo, deve essere stata cocente…
Cleva imposta la musica in maniera diametralmente opposta a Cellini: non solo il Metropolitan suona molto più presente dell’orchestra RCA, ma i tempi scelti prediligono la rapidità furiosa, in completa antitesi a Mascagni, e riallacciando i rapporti con la tradizione del Sabajno del ’15…
La potenza dell’orchestra mitiga assai il vortice celere dei tempi, comunque forsennati nell’Intermezzo (davvero da remix) e nel Brindisi, realizzando un litigio davvero furioso, veramente un alterco musicale tutto da sentire, in cui l’orchestra strong e la velocità garantiscono la giusta rabbia… lo stesso si può dire della Vendetta… ambivalente, invece, la Messa, corta ma con l’organo prolungato, che la celerità rende spiccia anche se il suono è ben fragoroso…
La dizione americana si sente dappertutto, soprattutto nel coro ma anche nei solisti e in Votipka, mentre Miller è una Lola davvero interessante!
Se Harshaw è una Santuzza che non spicca rispetto alle altre, Tucker, benché amErEcano, è uno dei Turiddu più speciali del disco, squillante e preciso: insieme ce la fanno a impreziosire il furente litigio con tocchi psicologici davvero portentosi!
Molto buono anche Guarrera: un Alfio di tutto rispetto…
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Franco Ghione, Orchestra di Milano, 1953
Santuzza – Elena Nicolai
Turiddu – Mario Del Monaco
Alfio – Aldo Protti
Lola – Laura Didier-Gambardella
Lucia – Anna Maria Anelli
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Non se ne sa granché… potrebbe essere anche del 1954, quindi dopo Serafin…
L’orchestra è molto probabilmente l’Orchestra sinfonica di Milano, quella attiva prima del 1993…
Le sonorità mono sono eccellenti, e Ghione ha una sicurezza orchestrale molto buona…
Nicolai ha un vocione maestoso e una marmorea idea di Santuzza “matrona” che anticipa di moltissimo Stefka Evstatieva… durante il litigio fa dei singhiozzi meravigliosi, anche se le sue urla dopo la «Mala Pasqua» sono esagerate…
Del Monaco fa solo intravedere il miracolo d’intenzione e personaggio che sarà con Serafin 7 anni dopo, ma è davvero efficacissimo…
Protti nasalizza un po’ la N, ma fa una Vendetta forse non all’altezza della sua carriera ma di tutto rispetto, arricchita da Ghione con un sacco di goduriosissimi rallentando…
La messa, corta, ha molto raccoglimento: è lenta e cadenzata, e tira fuori un’energia ai tempi insolita…
Il litigio è un ottimo compendio di emozione: davvero ben fatto!
Il secondo coro popolare è curiosamente quasi sussurrato: molto intimo!
Il finale è forse un po’ spiccio…
È una Cavalleria che non ha le caratteristiche, né certamente l’importanza, di chi l’ha preceduta e seguita, ma ha un caratterino niente male: le scelte emozionali di Ghione sono ghiottissime e il cast è perfettamente in parte… rispetto ai precedenti amErEcani è un portento, e, per certi versi, è perfino più asciutta di quella di Serafin!
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Tullio Serafin, Teatro alla Scala, 1953
Santuzza – Maria Callas
Turiddu – Giuseppe di Stefano
Alfio – Rolando Panerai
Lola – Anna Maria Canali
Lucia – Ebe Ticozzi
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Incisa nella Basilica di Sant’Eufemia a Milano…
per alcuni fu presa, inverosimilmente, in un solo giorno, il 4 agosto ’53…
ma per la maggioranza dei repertori, molto più probabilmente, fu lavorata in due sessions: dal 16 al 25 giugno e il 3 e 4 agosto ’53…
Otto mesi dopo le Cavallerie italo-americane di Cellini e Cleva, Serafin e la EMI riportano tutto alla Scala, con Mascagni come nume tutelare, nel loro tentativo sempiterno di fare, con la stella Callas, delle incisioni che fossero standard, già nate come dei superclassici fatti e finiti, oltre i quali non poter andare mai…
L’idea era partita a dicembre ’52, quando Callas fa Macbeth con de Sàbata alla Scala: da lì inizia la sua infornata discografica del ’53:
Lucia di Lammermoor con Serafin al Maggio fiorentino a febbraio;
I puritani con Serafin alla Scala a marzo;
questa Cavalleria ad agosto;
la Tosca con de Sàbata e la Scala neanche 20 giorni dopo;
la Traviata a Torino con Santini a settembre;
la super Medea, niente meno che con Bernstein, alla Scala, a dicembre…
Per quel che riguarda Cavalleria, a livello di vendite, la cosa funzionò: questa Cavalleria si è mangiata tutte le successive fino a Karajan: non ce ne fu per nessuno (neanche per la seconda lettura dello stesso Serafin)…
E anche artisticamente c’è da dire poco: tra le tante opere fatte da Callas/Serafin con quell’intento standardizzante, che è continuato negli anni (l’Armida a Firenze, ’52; i già detti Lucia e Puritani del ’53; Norma, Pagliacci, e Forza del destino del ’54; Aida e Rigoletto del ’55; Turandot, Manon e Meda del ’57; Norma del ’60), questa Cavalleria è forse quella che funziona meglio…
Serafin tiene Mascagni come bussola, e, spesso, va anche più lento (il “carrettiere” risulta quasi ectoplasmatico), ma l’orchestra suona solenne (con Callas, come era prassi, a svettare nel missaggio), e, soprattutto dopo la messa (corta e cadenzata, ma con l’organo prolungato), diventa una Cavalleria effettivamente con le controgonadi…
Callas è tutta un rallentando di dolore, passione e cogenza psicologica di tormento, forse pure troppo: all’epoca, magari, fece scalpore (forse la concorrente maggiore era la rassegnatissima Milanov di 8 mesi prima, e l’arrabbiata Raisa di Mascagni; ed effettivamente, rispetto a Hershaw, l’apporto psicologico di Callas è oltre ogni paragone; la Elena Nicolai di Ghione potrebbe essere venuta dopo), ma oggi può apparire parossistica, perfino parodica, se rapportata alle successive Cossotto o Scotto, alla misurata Simionato (che verrà incisa proprio da Serafin), o perfino alle assertive e aggressive Tebaldi e Souliotis…
Così è Di Stefano: meraviglioso di dizione e intenzione, ma pieno di N nasalizzate…
ma il loro cantare, oggi antiquato, allora era il massimo per contrapporsi al suono amErEcano dei Tucker e dei Björling, e il ritorno al dettato mascagnano di ieratica lentezza era sentito come profondamente italiano, estremamente emozionato: oggi, forse, si avverte macchiettistico, ma risultano comunque evidenti, e davvero autentiche, le volontà di commuovere…
Il recitativo del litigio, recitato e pieno di tanti afflati emotivi, nonostante sia molto coinvolgente, è un po’ rattrappito dalla lentezza, che tarpa le ali all’urgenza e all’immediatezza (i problemi che ebbe lo stesso Mascagni e che avrà Karajan), mentre invece il duetto vero e proprio è eccezionale, effettivamente il più possente e coinvolgente di allora: densissimo e tragico, sonorissimo (gli ottoni prima della ripresina spaccano), con lentezze dolorose tremende, commoventissime, che anticipano tutti addirittura fino a Sinopoli!
Un po’ più retorica la Vendetta, con Panerai padre, con Guelfi, di certi manierismi patetici di Hvorostovskij, e bellissimo il finale, anche se con troppi piatti…
Si tratta, in definitiva, di un Serafin che mette il turbo e sfascia il cuore forse come mai aveva fatto, in una Cavalleria che, passando sopra alcuni fisiologici invecchiamenti interpretativi canori, e le pesantezze bradipesche, merita la fama, e che è stata veramente importante per il percorso discografico mascagnano…
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Georges Sébastian, La Fenice, 1954
Santuzza – Teresa Apolai
Turiddu – Antonio Spruzzola (Zola)
Alfio – Piero Campolonghi
Lola – P. Geri
Lucia – L. Del Ol
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Alberto Erede, Maggio Musicale Fiorentino, 1957
Santuzza – Renata Tebaldi
Turiddu – Jussi Björling
Alfio – Ettore Bastianini
Lola – Lucia Danieli
Lucia – Rina Corsi
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Incisa al vecchio Teatro Comunale di Firenze in Corso Italia, dal 1° al 7 settembre 1957…
È la prima incisione stereo…
Nonostante manchino alcune battute finali nel preludio, e malgrado una conduzione tutto sommato spiccia e rapida, in questo disco, Erede, di solito meramente impiegatizio, centra uno dei suoi risultati migliori grazie a gustosissimi motivi interpretativi, garantiti da una delle orchestre più sonore che abbiano registrato Cavalleria (in tie con la Philharmonia di Sinopoli, La Scala di Karajan e l’Opera di Roma di Varviso), valorizzata dal missaggio stereo RCA pieno di sottofondi sempre favorevolmente inaspettati!…
Carinissimi i cori iniziali molto brillanti e gioiosi, il «Che ne sai del mio figliolo» accompagnato da tromboni molto pregnanti di tensione, e strepitoso il finale, con pausa seria dopo l’urlo di dolore per Turiddu (come Molajoli), e con la stretta molto rapida, quasi tirata via… La messa, corta, è cadenzata e “processionaria” come quella di Mascagni, ma è ancora più staccata e ha l’aspetto di una vera sagra di paese: è quasi dilettantesca: la cosa è sorprendente e ancorata alle circostanze date della vicenda…
Björling, ancora dopo 4 anni, è un Turiddu credibile e chiarissimo: nell’«ira tua non mi curo» si continua a sentire che non parla italiano, ma nel brindisi replica il suo ad libitum più contenuto ma tutto sommato congruente con quello che farà Bonisolli…
Tebaldi sembra crederci poco, ma canta benissimo ed è una Santuzza insolitamente aggressiva e assertiva, senza le bizze di Raisa o Souliotis… Lei e Björling sono capacissimi si fare un litigio denso di credibilità, sia musicale sia recitativa…
Bastianini, purtroppo, è invece generico e la Vendetta è di normale amministrazione…
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Ugo Ràpalo, San Carlo di Napoli, 1958
Santuzza – Caterina Mancini
Turiddu – Gianni Poggi
Alfio – Aldo Protti
Lola – Adriana Lazzarini
Lucia – Aurora Cattelani
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Non se ne sa granché… anche la data del ’58 è supposta…
Mancini è una matronissima quasi augusta, con fil di voce allungati molto affascinanti…
Poggi non fa brutta figura, e ha una delicatezza per certi versi conturbante, ma rimane in qualche modo anonimo…
Rispetto alla sua prova un po’ anonima con Ghione 5 o 6 anni prima, Protti si dimostra più pronto…
La messa, corta con organo prolungato, è cadenzata moltissimo, e solo alla fine mette un po’ di turbo…
Il litigio è diligente e possiede una sua sostenuta emotività, anche se ha una ripresa un po’ sottotono…
Davvero supersonico il Brindisi, quasi inaspettato in una Cavalleria che si dimostra di fabbrica, tutto sommato non brutta, ma che “rimane” un po’ poco…
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Giovanni Falco, Lombard Promenade Orchestra, 1958?
Santuzza – Franca Zanelli
Turiddu – Luigi Visetti
Alfio – Renzo Ferrari
Lola – Renata Castro
Lucia – Angelica Campo
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Tullio Serafin, Santa Cecilia, 1960
Santuzza – Giulietta Simionato
Turiddu – Mario Del Monaco
Alfio – Cornell MacNeil
Lola – Ana Raquel Satre
Lucia – Anna Di Stasio
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L’Accademia di Santa Cecilia di allora era all’Auditorio Pio di Via della Conciliazione: non si sa se era un luogo usato anche per le registrazioni…
i repertori, e la Decca, la dichiarano incisa a luglio ’60…
Dopo l’antonomasia con Callas, Serafin non cambia granché la sua impostazione, anche se stavolta sfrutta lo stereo per guidare l’orchestra di Santa Cecilia in una lettura più sonora e fragorosa rispetto a 7 anni prima, benché ancora con le lentezze sul solco di Mascagni e con i pezzi precedenti al litigio (preludio, il carrettiere, la messa [corta, con gli archi un po’ più prolungati] e «Voi lo sapete o mamma») un pochino noiosetti… nel duetto del litigio, Serafin torna a mordere di emozione e passione sentimentale, e la potenza orchestrale garantisce un risultato eccelso (e il finale, stavolta, non ha piatti invadenti!)…
Del Monaco, 7 anni dopo la sua prova con Ghione, si rivela un eccezionale Turiddu, tutto rabbia, esternazione e boria, completamente diverso da chi lo ha preceduto (e padre completo, più di Björling, di Bonisolli)… un Turiddu spiccio e odioso, aggressivo e prevaricante come si conviene, molto in linea con il personaggio di Verga e ben comunicante il terrore patriarcale della vicenda! Peccato che 6 anni dopo, con Varviso, si mostri già un po’ sorpassato perché qui era invece una novità furentissima, tutto d’azione, poco di melodia e di una gravità paurosa, comunque ancorata a una autenticissima indagine psicologica (cioè il maschio violento che non sente ragioni, ottimamente incarnato senza le remore tremolanti degli altri tenori), sconosciuta a Tucker, Di Stefano e Gigli e, probabilmente, mai più ritrovata in futuro (forse Domingo): davvero trascinante…
Rispetto al precedente di Callas, Simionato (che cantava Santuzza nonostante fosse per lei troppo alta: lo stesso Toscanini la avvertiva di non affrontarla per il pericolo di rovinarsi la voce) è scura e profonda: certamente non ha nulla dell’espressionismo recitante di Callas, ma le sue cavernosità si sposano perfettamente alla musica tutto sommato patetica che Mascagni scrive per Santuzza: e Serafin sa come farla aderire al massimo all’orchestra…
MacNeil è corretto ma non sfonda…
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Gabriele Santini, Opera di Roma, 1962
Santuzza – Victoria de los Ángeles
Turiddu – Franco Corelli
Alfio – Mario Sereni
Lola – Adriana Lazzarini
Lucia – Corinna Vozza
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Ripresa al Costanzi dal 1° al 10 luglio 1962…
L’idea di un’orchestra presente ma del tutto non protagonista è ben presente in questo disco… e Santini opta per un andamento rapido e spedito, molto action e privo di pathos…
De los Angeles, di solito carina e cristallina, appare stranamente vecchia (all’epoca aveva 39 anni), ma ci tiene a sfoggiare acuti da diva (nella Vendetta), come non se ne sentivano dal 1915…
La messa, corta ma senza chiusura strombattuta, è puntuta e missata per le voci: l’orchestra è minuscola…
In «Voi lo sapete o mamma», Santini recupera un po’ di afflato repentino che riesce a emozionare, ma ancora l’orchestra striminzita non aiuta…
Corelli è un Turiddu stranamente lirico-melodico, sembra non si adiri mai e canta davvero come se si trattasse di belcanto… è del tutto diverso dal Del Monaco di due anni prima, ma non ha neanche la forza squillante di un Tucker o di un Björling, né, tanto meno, l’astrazione nobile di puro suono di Bergonzi…
Il litigio è super cantato, massimamente idillico, con l’orchestra che interviene timida e veloce sulle volute liriche di cantanti melodiosissimi e sbalzatissimi nel missaggio, che intendono Cavalleria come uno sfoggio vocale alla Bellini… la ripresa del litigio, per esempio, è un valzerino di paese…
Un po’ più dalle parti di una Cavalleria barricadera è Sereni, in partissima!
E proprio nella Vendetta, oltre che nel finale, l’impostazione rapida di Santini regge molto bene…
La stessa impostazione rapida che nell’Intermezzo anticipa le versioni remix discotecare (che si sentivano nel ’15) e recupera certe crudezze…
Il Brindisi è privo di qualche battuta…
È stranissima!
…ma per gli amanti delle grandi voci è potrebbe essere interessante…
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Heinrich Hollreiser, Deutsche Oper Berlin, 1964
Santuzza – Hildegard Hillebrecht
Turiddu – Rudolf Schock
Alfio – Eberhard Wächter (Waechter)
Lola – Bella Jasper
Lucia – Alice Oelke
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Herbert von Karajan, Teatro alla Scala, 1965
Santuzza – Fiorenza Cossotto
Turiddu – Carlo Bergonzi
Alfio – Giangiacomo Guelfi
Lola – Adriane (Adriana) Martino
Lucia – Maria Grazia Allegri
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Arriva Karajan (alla Scala, probabilmente a ottobre) e scompagina tutto lo scompaginabile…
si instrada del tutto sul solco di Mascagni stesso (sentito dirigere dal vivo da Karajan in gioventù: Karajan ne rimase molto impressionato, e questo suo disco, 25 anni esatti dopo l’impressione in studio di Mascagni, con la stessa orchestra, profuma molto di omaggio: anche se le esperienze di Serafin erano anch’esse perfettamente in linea con Mascagni, nell’immediato retroterra del 1965 i dischi di Erede e Santini, e l’americano Cleva, ancora celebre, rendevano il quasi perduto disco di Mascagni un qualcosa di lontano) e ne enfatizza i risultati con le bordate stereo eminentemente possibili ai tempi…
Per Karajan, Cavalleria è strazio soffertissimo, estremamente denso (la sua Scala è tra le più conturbanti orchestre dei dischi di Cavalleria), dolore atroce con fitte incommensurabili che non risparmiano neanche le aperture melodiche, tutte sentite come accenti di lutto e per questo quasi tramortite da un andamento tragico e trenodistico… e proprio la lentezza, super straziante, molte volte quasi “immobile”, corrobora continuamente l’arrovello e lo stillicidio del pathos, inarrivabile!
Dopo Mascagni stesso, Karajan imprime a quasi tutti i successivi l’esigenza che Cavalleria sia qualcosa da interpretare, in senso più che altro sinfonico… più che in altri casi, in quest’opera l’impronta di Karajan è rimasta difficilissima da aggirare…
certo, gli altri renderanno giustizia assai meglio alla speditezza narrativa e a certa leggerezza (il duetto del litigio, così liturgico e bradipesco, tarpa le ali a qualsiasi canto), ma l’alone di Karajan sul cosa sia effettivamente Cavalleria rusticana è rimasto quasi indelebile, nonostante Callas…
certo, Muti, Sinopoli, Gavazzeni, alcuni tentativi di Gardelli e il sorprendente Rahbari ce la mettono tutta: e ricordiamoci che, a livello di celebrità, il film di Zeffirelli imporrà del tutto la lucidità di Prêtre a partire dal 1983…
Il cast è augusto e nobile, quasi come nessun altro, e per questo poco inquadrabile e paragonabile ad altri…
Questo disco era per preparare la performance dal vivo che Karajan avrebbe condotto dell’allestimento di Giorgio Strehler alla Scala, nel maggio del ’66, poi ripreso a maggio-giugno ’67 e, infine, a giugno del ’68…
alla fine delle performance, a giugno ’68, Karajan ri-incide la colonna sonora per la sua versione filmica (girata col solito Åke Falck) dell’allestimento di Strehler: nel film, al posto di Bergonzi c’è Cecchele…
La messa è corta ma con il prolungamento del coro…
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Miklós Lukács, Budapest Philharmonic Orchestra, 1965
Santuzza – Mária Dunszt
Turiddu – József Simándy
Alfio – György Radnai
Lola – Margit László
Lucia – Zsuzsa Barlay
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Mircea Popa, National Opera of Bucharest, 1966
Santuzza – Marina Krilovici
Turiddu – Cornel Stavru
Alfio – David Ohanesian
Lola – Viorica Cortez
Lucia – Milka Nistor
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Silvio Varviso, Opera di Roma, 1966
Santuzza – Elena Souliotis
Turiddu – Mario Del Monaco
Alfio – Tito Gobbi
Lola – Stefania Malagù
Lucia – Anna Di Stasio
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Incisa negli studi RCA di Via Tiburtina a Roma, probabilmente il 22 settembre ’66…
Dopo solo un anno, Varviso comprende che non si può “superare” Karajan, e ne segue perfettamente l’idea di dover dare a Cavalleria un taglio ermeneutico, ma capisce altresì che c’è da mediare la disperazione dell’austriaco con le esigenze taglienti e sanguigne della trama, e la sua mediazione è eccellente…
Pastosissimo di suono, ma stilettante di ritmo, Varviso fa un disco impagabile, insieme denso e narrativo, dolente ma incalzante, risultando il padre delle impostazioni di Muti, Sinopoli e Byčkov…
Meriterebbe maggiore considerazione…
L’approccio orchestrale, potente, riesce a essere anche freschissimo, e dopo Karajan si riacquista la tensione barricadera, ansiosa e urgente, che anticipa il nervosismo di Gavazzeni e il sentimento action di Muti… il recitativo del litigio è tra i più intrippanti che si possano sentire!
Souliotis è pazza e affilatissima, quasi sgradevole, arrabbiata e arruffata: una Santuzza quasi folle che sarà seguita da Obrazcova… le sue asprezze rendono perfettamente l’idea di una Santuzza arroventata quasi dalle crisi adolescenziali, benché la sua sia una voce tutt’altro che giovanile… una sorta di Santuzza-Salome interessantissima, anche se, paragonata alle successive, si sente mancarle un’adeguata resa melodica…
Dopo l’uragano Karajan, Del Monaco e Gobbi ancora spaccano, ma si sentono essere superati…
L’intermezzo è un caleidoscopio di emozioni!
È forse uno dei primi, in disco, a realizzare la messa lunga…
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Gianandrea Gavazzeni, National Philharmonic Orchestra, 1976
Santuzza – Julia Varady
Turiddu – Luciano Pavarotti
Alfio – Piero Cappuccilli
Lola – Carmen Gonzales
Lucia – Ida Bormida
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Presa alla Kingsway Hall di Londra nel giugno ’76… l’equivoco di Marinelli col giugno ’77 c’è perché è circolata con Pagliacci diretto da Patanè nello stesso studio tra marzo e aprile ’77…
Per misurarsi con Karajan, Leonard Bernstein aveva affrontato Cavalleria al MET di New York dal vivo, nel 1970: è rimasto l’audio bootleg… la stampa non gradì l’impostazione stanislavskiana e comunque molto lenta di Bernstein, che quindi rinunciò a fissare la sua lettura in disco (e non incise mai più nulla di Mascagni, neanche gli intermezzi)… nonostante i 4 e più anni passati dalla versione di Varviso, una Cavalleria di Bernstein, magari col MET, simile alla Carmen newyorkese del 1972 (o, perché no, con i Wiener Philharmoniker, come fu il Falstaff del ’66), avrebbe avuto diversi argomenti nelle vicende discografiche di Cavalleria… forse Bernstein avrebbe trovato, in disco, un modo di intendere l’equilibrio tra la lentezza di Karajan e l’action diversi da Varviso, e avrebbe attirato un pubblico più internazionale…
Invece questo ruolo di traghettatore di Cavalleria nei 1970s è toccato al vecchio Gavazzeni, già quasi 70enne, e non solo campione discografico londinese di Mascagni (vedi L’amico Fritz EMI a Abbey Road del 1968), ma anche grande consolidatore dei cantanti nuovi (in quell’Amico Fritz si sentiva un Pavarotti quasi neofita del disco)…
L’expertise di Gavazzeni, e il richiamo di Pavarotti, non più neofita, ma stella supersonica della Decca, hanno decretato per Cavalleria un futuro discografico londinese continuativo fino al 1989… e non si sono mai provate a fare dischi di Cavalleria né i Wiener Philharmoniker né, che so, la Bayerische Staatsoper, che, magari, un disco di Bernstein (avendo Karajan inciso con l’italianissima Scala) avrebbero invogliato, regalandoci una lettura sinfonica eccellente e ricucendo il dettato italiano con la grande fortuna tedesca dell’opera… ma vabbè…
Io ho passato la vita a detestare questa registrazione, che, sentita nell’infanzia, mi sembrava lacrimevole rispetto a Prêtre, Erede o Serafin…
Risentita oggi mi appare invece molto nervosa, con l’orchestra Decca ottimerrima…
Rispetto a Mascagni, Bernstein e anche a Varviso, Gavazzeni torna ai tempi stretti e forse per questo manca leggerissimamente di pathos, ma certi ritmi tagliuzzati, e moltissime accensioni improvvise di fortissimo, molto aguzze, non fanno sentire troppo tale mancanza…
Per Gavazzeni, Cavalleria è breve e ratta, densa di sotterfugio più che di assolata serenità idilliaca: una brevità tagliente che affligge soprattutto il finale, del tutto manchevole, forse, dell’adeguata densità numinosa (anche «Vendetta avrò» e Brindisi sono per certi versi fiacchi, soprattutto la Vendetta), ma che rende l’opera molto sanguigna, vero dramma immediato di gelosia e violenza… Non ha ancora il respiro sinfonico di Sinopoli, né ha quello intuito da Varviso, ma si avvicina assai a un dramma truce e psicologico… e l’Intermezzo è magnifico…
Pavarotti è uno dei Turiddu più decisi e brillanti del disco, davvero sorprendente!
Varady è una Santuzza pia e orante…
La messa è breve…
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James Levine, National Philharmonic Orchestra, 1978
Santuzza – Renata Scotto
Turiddu – Plácido Domingo
Alfio – Pablo Elvira
Lola – Isola Jones
Lucia – Jean Kraft
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Presa alla Walthamstow Assembly Hall di Londra ad agosto ’78…
Solo due anni dopo Gavazzeni e con la stessa orchestra…
Levine era in un periodo molto proficuo nel disco, tra RCA ed EMI, quasi sempre con Domingo e Scotto a Londra: questa Cavalleria è dello stesso “mucchio” con La forza del destino (’76), Otello (lavorato back to back con questa Cavalleria dal 2 al 15 agosto ’78: anche il cast è lo stesso: peccato che Alfio non sia Sherrill Milnes!), Bohème (’79), Tosca (’80): sono le cose meglio riuscite per il Levine discografico operistico (là dove I vespri siciliani, nel ’73, gli era venuto quasi male)…
Rispetto a Gavazzeni, Levine garantisce pulizia, immediatezza e una cristallina visione da immaginario collettivo di Cavalleria, con un cast ispiratissimo…
ma Gavazzeni, e Muti subito dopo, interpretano quello che Levine legge soltanto…
La passione c’è, Scotto e Domingo sono bravissimi e ci credono a mille, ma difettano quelle decisioni che la sbalzerebbero, quelle interpretazioni che te la facciano ricordare… è una Cavalleria standard, molto chiara e come ci si aspetta… una lettura che documenta bene, ma a cui mancano i morsi dell’emozione vera… gli mancano quei forti in più e quei rallentando qua e là che ci sono, ok, ma che non risuonano…
è quindi molto diligente e non stona, per cui se uno è a digiuno delle altre, se sente solo questa non ci rimane male, poiché proprio la tecnica e la standardizzazione sono i suoi punti forti…
con quella di Prêtre, questa di Levine è il massimo per ascoltare una Cavalleria ideale, al di là di qualsiasi preziosismo…
L’intermezzo, il Brindisi e il finale, per esempio, sono molto belli…
La messa è corta… [verifica]
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Riccardo Muti, Philharmonia, 1979
Santuzza – Montserrat Caballé
Turiddu – José Carreras
Alfio – Matteo Manuguerra
Lola – Júlia Hamari
Lucia – Astrid Varnay
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Marinelli è sicuro di una cattura alla Watford Town Hall a Londra, tra 3 e 7 agosto ’79, ma la EMI ha sempre dichiarato l’incisione alla Kingsway Hall, tra maggio e giugno ’79…
Solo un anno dopo Levine, Muti non fa la Cavalleria da immaginario collettivo, e difatti tanta stampa storse il naso (perfino il padre di Muti gli confessò: «io conosco Cavalleria in un’altra maniera»), ma si capisce che Muti ha con Mascagni un rapporto di seria comprensione…
La sua è una Cavalleria insieme sacrale e strombattuta di action, insieme dolorosa e potente…
La potenza orchestrale è tra le massime possibili, anche più di Karajan, e Muti studia tutto nei minimi dettagli (anche le più piccole cellule dei coretti hanno motivi psicologici), con una carica stanislavskiana trascinante, sia nelle parti dialogiche, dove è più evidente, sia nella contemplazione delle scene di massa…
La messa, lunga, pecca forse di asciuttezza action, ma è comunque molto solenne…
Il litigio scatena tuoni e fulmini: è mobilissimo di cambi d’intenzione anche più di Sinopoli: Caballé regala fil di voce sentimentalissimi che struggono a mille (ricordano i risultati di Mascagni con in più l’afflato scorrevole della ritmica)!… il finale, sacralissimo e lancinante di suono, trascina e non ti lascia più (con impiegata Isa Danieli per l’adeguato dolore italico: Muti disse di averla incisa in colonna separata agli studi RAI di Napoli)…
Invece un po’ fastidiosa la frusta postprodotta (simile al cannone della Tosca di Levine dell”80, della stessa EMI, con la stessa Philharmonia)…
È una Cavalleria da guizzo calorico, che si mette in tasca sia Levine sia il volenterosissimo Gavazzeni!
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Lamberto Gardelli, Münchner Rundfunkorchester, 1981
Santuzza – Martina Arroyo
Turiddu – Franco Bonisolli
Alfio – Bernd Weikl
Lola – Livia Budai
Lucia – Juliana Falk
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Marinelli dice che è stata catturata a febbraio, così come indicato nei primissimi stampaggi degli LP, ma le info su tutte le registrazioni BMG/RCA degli anni ’80 e ’90 sono scarsissime, cosa che ha portato a diversi “copia e incolla” irregolari anche nei migliori repertori: in tanti, per esempio, anche CLOR, indicano che l’orchestra impiegata è la blasonatissima Bayerischer Rundfunk e non la più “economica” Münchner Rundfunkorchester, come invece è chiaramente scritto su tutti gli stampaggi chiari (l’equivoco è nato perché il coro usato, effettivamente, è quello del Bayerischer Rundfunk, e chi ha preso le info magari dal retro dei dischi, potrebbe aver letto male)… incisioni simili furono condotte allo Studio 1 appunto della Bayerischer Rundfunk vicino all’Hauptbahnhof, ma i luoghi di incisione potevano essere parecchi nella Monaco di Baviera (sicuramente indicata come luogo di incisione nei primi LP) del tempo (ad esclusione della Bürgerbräukeller, demolita nel ’79, e del Gasteig, inaugurato nell”85 proprio là dov’era la Bürgerbräukeller: possibili, per esempio, la Herkulessaal, o l’auditorium del Deutsches Museum, in quegli anni usato per concerti perfino da Bernstein)…
Bonisolli è bravo (e Gardelli gli concede assurdi acuti ad libitum nel Brindisi), anche se rimane il pazzo Bonisolli assai incurante della grazia canora, ma per Turiddu è un punto a favore (molti i punti di contatto con il Del Monaco del ’60)!, e Arroyo è un portento…
ma l’aspetto generale del disco appare, purtroppo, in qualche modo rachitico…
Dopo Karajan, Varviso, Gavazzeni, Levine e Muti, Gardelli cerca in tutti i modi di instradarsi nell’idea che Cavalleria rusticana è qualcosa di serio, e quindi fa di tutto per non tirare via nulla, anzi, si capisce che lavorare “sul serio”, come i grandi, fa parte degli scopi di questa incisione, con tantissimi tentativi di interpretare anche le più piccole notine…
però Gardelli, nonostante gli sforzi, non sembra padroneggiare Mascagni…
sembra intendere Cavalleria rusticana come qualcosa di georgico invece che di psicologico, sottolineando le componenti paesane e consolanti invece delle inquietudini, e lo fa anche quando riesce a raggiungere alcune maestosità… per capirsi: in generale si muove in modo diligente, senza strafare né fare brutta figura, ma senza capire davvero gli snodi musicali complessi della trama sonoro-narrativa… taglia tempi molte volte assai sereni, specie nei cori popolani, che conservano un vecchio senso di idillio (criticato anche nelle prime recensioni dell’opera); certe volte sembra invece avere fretta senza un’effettiva giustificazione diegetica, ma solo mero risparmio, o, ancora, suggerendo semplice placidità bucolica, anche nei litigi; e anche le scene di massa, magari convintamente grandiose, sembrano provare che le sue scelte, anche quando volenterose (alcune strette drammatiche ci sono, e non brutte, come alcuni rallentando più che carini), siano state, tutto sommato, quelle della mera amministrazione da vigile urbano di una scena campestre, mediamente popolata…
Non è tutto da buttare (l’addio a Mamma Lucia è ottimo, la messa, corta, è efficace, l’intermezzo melodioso), ma l’ansia e l’immediatezza di Cavalleria, così come la violenza repressa, non ce le sentiamo mai davvero: se il recitativo che lo precede, grazie a Bonisolli e Arroyo, non stenta a farsi serrato, «No, no, Turiddu», invece, rimane molto calmo, tutto “canzone” e niente “passione”; «Ad essi non perdono» è quasi pessimo, e la perorazione finale, prima dei turbini conclusivi, risente parecchio dell’impostazione bucolica…
Forse, se si riesce ad astrarla dalla veemenza di Muti non la si sente male, e, risentita più volte, si fa apprezzare per micro-idee minuscole, tutte da ascoltare, ma che forse non bastano a farla sbalzare da chi l’ha preceduta e, soprattutto, da chi la seguirà…
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Georges Prêtre, Teatro alla Scala, 1983?
Santuzza – Elena Obrazcova
Turiddu – Plácido Domingo
Alfio – Renato Bruson
Lola – Axelle Gall
Lucia – Fedora Barbieri
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Le note di produzione dei DVD Unitel del film di Zeffirelli, per cui questa incisione è stata colonna sonora, si legge che Zeffirelli ha girato alla Scala, con l’orchestra, Prêtre e i cantanti, a febbraio ’81 (in perfetta contemporaneità con il disco di Gardelli): si dice che queste riprese, però, non furono integrali, ma solo di piccole porzioni, mai più lunghe di 10′ l’una…
Zeffirelli ha quindi fatto alcuni primi piani in uno studio televisivo di Cologno Monzese nello stesso febbraio ’81, sicuramente con tracce musicali incise da Prêtre a parte, per garantire il labiale: forse Prêtre ha inciso quelle tracce alla Scala proseguendo dalle porzioni non filmate, o procedendo con una cattura a parte…
Zeffirelli ha poi girato gli esterni a Vizzini, in Sicilia, ad aprile ’81, certamente ancora con le tracce audio a parte per garantire il labiale…
Il montato di tutto, con la musica incisa probabilmente nell”81 alla Scala, è uscito nei cinema e nelle TV nel 1982…
La Philips commercializza il disco della colonna sonora dichiarando un’incisione alla Scala nel 1983…
Non è di fuori che per il disco di colonna sonora, Prêtre non abbia usato l’incisione di servizio per Zeffirelli fatta due anni prima, ma possa essere tornato alla Scala per una cattura ex-novo, più tradizionale, tutta di fila e non spezzettata, e più orientata all’audio…
Obrazcova è sublime (tragicissima e pazzoide, proprio ci crede, e concretizza una Santuzza più che invasata: una crasi stranissima tra la disperazione della Fiorenza Cossotto di Karajan e la pazzia della Souliotis di Varviso), Fedora Barbieri è da Oscar, e Bruson è uno degli Alfio migliori della discografia…
Prêtre dimostra un’affinità inaspettata per l’opera italiana post-verdiana: anche grazie alla destinazione cinematografica sa dare immediatezza, freschezza, pur facendo sentire tutte le preziosità strumentali della Scala (Prêtre è il primo a riportare la Scala in studio per Cavalleria dopo Karajan, 17 anni prima)… il recitativo del litigio, per esempio, grazie all’urgenza filmica, è coinvolgentissimo con i suoi tempi serrati!
Poi, ok, il duetto dello stesso litigio non ha nulla delle motivazioni degli altri dischi, e il missaggio sacrifica molto l’orchestra alle voci: la forza di Bruson salva un “Vendetta” non paragonabile, per forza sonora, agli altri; la messa (corta) è buona ma non ha né l’afflato mistico di Karajan né la potenza sonora di Sinopoli, e le arie non hanno lo scavo certosinissimo di Muti e neanche di Gardelli (il sotterfugio Santuzza-Lola, per esempio, è debolino)…
Magari, la tendenza imperante di Prêtre , esattamente come il film di Zeffirelli, è fare una bellissima illustrazione, con tutti i pregi e i difetti di questo approccio… in questo senso, se si parla di standard, allora Levine è, per certi versi, molto più denso e passionale…
Però, per molti nati in quegli anni, e prima di Sinopoli (arrivato dopo quasi 10 anni), grazie al traino del film di Zeffirelli (nei Bellissimi coetanei), ha avuto una circolazione insuperabile: non esisteva un’altra Cavalleria in commercio: non ce n’era né per Levine né per Muti: era questa di Prêtre l’unica scelta possibile, a parte la lettura di Callas-Serafin: una supremazia di vendite che Prêtre sa reggere: il suo finale, atroce, sa distruggere…
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Ondrej Lenárd, Radio Bratislava Symphony Orchestra, 1989
Santuzza – Elena Obrazcova
Turiddu – Peter Dvorsky
Alfio – Alexander Agache
Lola – Jitka Zerhauova
Lucia – Anna Barová
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Non mi è riuscito di sentirla…
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Giuseppe Sinopoli, Philharmonia, 1989
Santuzza – Agnes Baltsa
Turiddu – Plácido Domingo
Alfio – Juan Pons
Lola – Susan Mentzer
Lucia – Vera Baniewicz
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In quel miracolo di acustica che fu la All Saints’ Church di Tooting a Londra, nel giugno 1989 (Marinelli è sicuro del 1988, ma è smentito da tutti, dal libretto del CD, da Discogs e dal sito ufficiale di Sinopoli), e fregandosene di tutti i precedenti anche blasonati, Sinopoli registra la Cavalleria in disco più slurpante possibile!
Il suono non era mai stato così poderoso, neanche in Karajan, Varviso (da cui, però, riprende molte oscurità) o Muti, e Sinopoli intende tutte le psicologie di Muti ma con una nuova idea da Wozzeck siculo che infonde su tutto un’enfasi mentale che tramortisce!
Quest’idea psichica di strazio, è resa da Sinopoli in una maniera musicale compattissima, che racchiude e sorpassa tutti gli altri: la psicologia di Muti, la solennità di Karajan, l’emozione di Serafin…
I cambi di tempo narrativi, la magniloquenza del tessuto orchestrale, l’atmosfera tragicissima di sciagura e fato avverso, sono gestiti da un Sinopoli che fa una delle sue prove discografiche più superpiù!
Ogni dettaglio è corroborato di passione ai massimi livelli, con forse il tutti del pre-finale a essere un pochino meno di quello che potrebbe essere, ma è probabilmente la Cavalleria più Cavalleria, quella che intende al meglio la musica impregnandola di disperazione e insieme di estro sonoro…
Un risultato davvero sommo sotto tutti i punti di vita…
Benché Domingo abbia sempre spaccato nei suoi Turiddu con Levine e Prêtre, con Sinopoli regge ancora benissimo, e Baltsa è eccellente (dalle parti disperate di Scotto e Caballé)!
Ha una strepitosa messa lunga…
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Semën Byčkov, Orchestre de Paris, 1990
Santuzza – Jessye Norman
Turiddu – Giuseppe Giacomini
Alfio – Dmitrij Hvorostovskij
Lola – Martha Senn
Lucia – Rosa Laghezza
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Incisa alla Maison de la Mutualité a Parigi nel giugno 1990, solo un anno dopo Sinopoli, proprio per questa sua vicinanza e, per certi versi, derivazione degli intenti, ha goduto sempre di pessima stampa… anche se Giacomini è un Turiddu fortissimo e Norman è una Santuzza nobile e maestosa (aggiorna le istanze di Cossotto e Scotto)…
Byčkov, certo muovendosi sul solco di Sinopoli (e Varviso), mette del suo nell’aggiungere un po’ di turbo al tutti del pre-finale (uno dei migliori del disco), nel garantire una sontuosità sinfonica davvero meravigliosa, e nel guidare anche il tutto passione e niente controllo Hvorostovskij (alla ricerca di un legame con l’augusto Guelfi di Karajan di 25 anni prima, o, perfino, col Panerai di Serafin del ’53) in uno dei «Vendetta avrò» più strombattuti che si possano sentire, ricchissimo di cambi di tempo ancora più vertiginosi di quelli di Sinopoli!…
È sicuramente da riscoprire…
Ha una fantastica messa lunga…
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Ali Rahbari, Symfonický Orchester Slovenského Rozhlasu, 1992
Santuzza – Stefka Evstatieva
Turiddu – Jaume Aragall
Alfio – Eduard Tumagian
Lola – Anna di Mauro
Lucia – Alzbeta Michalkova
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Incisa nella sala concerti della radio slovacca (la Koncertná Sieň Slovenského Rozhlasu) di Bratislava dal 1° al 10 aprile 1992… anche se Marinelli anticipa la cattura al 1990, smentito, come al solito, da tutti gli stampaggi Naxos…
Rahbari sa di essere negli anni ’90 e, dopo i colossi di Sinopoli e Byčkov, riesce a tirare fuori un gusto interpretativo sopraffino, ricco di introspezione, fil di voce, sussurri e grida… e l’orchestra riesce a seguirlo alla perfezione, con leggerezze preziose perfino inedite!
Lo scavo ermeneutico fa invidia pure a Muti, e l’andamento lentissimo ma fievole e quasi vergognoso (quindi molto lontano dalle potenze di Mascagni, Karajan e Sinopoli, anche se i tempi lenti ricordano molto Karajan), dà a Cavalleria un tono mai sentito, da Kammerspiel intimorito e quasi simbolista: e per una incisione così tarda è davvero straordinario!
La messa (corta, con solo una notina più lunga dell’organo), tutta sottovoce, è di un raccoglimento religioso mai sentito (davvero, forse solo Karajan)!
Aragall è, con Pavarotti e Tucker, uno dei Turiddu più chiari e aerei…
Evstatieva è oscurissima e disperatissima: è una delle più insolite del disco con una sua via al di là delle altre e insieme consuntivo delle altre: è insieme nobile (come Norman e Baltsa), disperata (come Scotto e Cossotto) e orante (come Varady)… come lei, forse, solo Martina Arroyo [e ricordiamo le derivazioni curiose con Elena Nicolai]…
Lei e Aragall regalano uno dei litigi più maestosi del disco e anche la Vendetta spacca a mille!
Certo, alla lunga, tutta la contemplazione interiorizzata, unita alle lentezze semantiche, rischia di risultare ectoplasmatica, ma il più delle volte gratifica di molte emozioni, creando una delle Cavallerie più curiose, carine, interessanti e musicalmente intrippanti di sempre, con buona pace dei grandi e più blasonati direttori!
Superba!
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Roberto Paternostro, Budapest Opera Orchestra, 1993
Santuzza – Gisella Pasino
Turiddu – Corneliu Murgu
Alfio – Claudio Otelli
Lola – Ellen Bollongino
Lucia – Hélia T’ Hézan
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Non sono riuscito a sentirla…
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David Parry, London Philharmonic Orchestra, 1997
Santuzza – Nelly Miricioiu
Turiddu – Dennis O’Neill
Alfio – Phillip Joll
Lola – Diana Montague
Lucia – Elizabeth Bainbridge
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Non sono riuscito a sentirla…
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Riccardo Cariolo, Compagnia dell’Opera Italiana, 199?
Santuzza – Maria Bianca
Turiddu – Scipio Martelli
Alfio – Giovanni Fasco
Lucia – Renata Berelli
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Non mi è riuscito di sentirla…
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