«La Planète Sauvage» di René Laloux e Roland Topor, 1973

Il romanzo di partenza di Stefan Wul (cioè Pierre Pairault) è del 1957, prima del tanto osannato Dune di Frank Herbert…
Il film viene iniziato nel 1963 a Praga, con soldi soprattutto francesi: i concept designs di Roland Topor erano probabilmente già pronti…
Il tutto esce nel ’73, per via della particolare lavorazione…

I disegni di Topor forse prevedono la riscoperta novecentesca del Manoscritto Voynich (si sa che il manoscritto, datato al carbonio 14 agli anni 1404-1438 e, si evince da timbri ed ex libris, passato da diverse mani, tra cui quelle di Athanasius Kircher, giunge al Collegio Romano nel 1866, dove sta almeno fino al 1912: da allora, dopo un paio di location sconosciute in ambiente romano, è nelle proprietà di Wilfrid Voynich, il quale dice di averlo comprato a Frascati e tenta di venderlo in ogni modo come grande gioiello Quattrocentesco [tanto da far pensare che l’abbia fabbricato proprio lui, non prima del 1912, squartando e slabbrando pergamene del ‘400 e poi falsificando molti degli ex-libris: cosa, col tempo, ritenuta impossibile: Voynich non poteva possedere la quantità adatta di pergamene medievali, e la proprietà di Kircher appare avvalorata da diverse prove documentali, e Kircher è vissuto tra 1600 e 1680], passandolo ai suoi eredi successivi, finché uno di quegli eredi, ormai indiretti [non imparentati con Voynich], riesce a farlo comprare da un antiquario che poi lo dona all’Università di Yale nel 1969: è Yale che innesca l’interesse codicologico nei confronti del manoscritto: 6 anni dopo l’inizio della lavorazione di La Planéte Sauvage e delle scenografie di Roland Topor) e quindi anticipano anche il Codex Seraphinianus (dipinto da Luigi Serafini tra ’76 e ’78 ma pubblicato da Franco Maria Ricci solo nel 1981)…

Se non consideriamo i grandi esempi di world building fine a se stessi della fantascienza più spiccia, la creazione planetaria di Wul e Laloux un po’ segue la Krásnaja zvezdá di Aleksándr Bogdánov (che esce nel 1908 ma diventa famosa dopo la Rivoluzione, nel 1922)…

Il film è di una animazione molto speciale, quasi una sorta di disegno innervato: è come se fosse una sovrimpressione di diversi fondali dipinti, con i personaggi che sono loro stessi parte di un tutto…

Nel pianeta Ygam, gli abitanti Draags hanno importato gli esseri umani da una Terra oramai distrutta (le immagini delle sonde Draags mostrano immagini che, se consideriamo l’inizio della lavorazione, anticipano di diversi anni le idee del Planet of the Apes di Schaffner, ’68, e di Mad Max Road Warrior, ’81) e li tengono come animali, che sono cresciuti selvatici, tranne qualche esemplare che i Draags si tengono come esotico animale domestico…
Il funzionamento, fisico e naturalista, del pianeta Ygam è davvero da Manoscritto Voynich: specifici processi chimici vengono spiegati alla perfezione, anche se con un lessico del tutto inventato (così come Bogdánov descrive alla perfezione la società dei marziani, a livello proprio scientifico, mentre, per esempio, il quasi coevo My di Zamjátin, si limitava a illustrarci solo le complessità sociali di una comunità inventata), e anche l’iconografia, fatta di animali possibili e di trasformazioni termodinamiche probabili, è davvero consequenziale, anche se inventata, come si vede nel Codex Seraphinianus

Precede Dune anche il concetto di istruzione, con i sussidiari che parlano per informazione ed educazione…

Di Ygam vediamo flora e fauna al lavoro, anche in momenti del tutto non narrativi, ma di pura atmosfera figurativa: momenti che non illustrano un mondo fantastico, ma un mondo che appare biologicamente possibilissimo: una realtà diversa

La macchina da presa, la visione del cinema, guarda tutto questo con un occhio filmico primitivo, o avvicinandosi alle serie pittoriche (i.e. Hogarth) reinterpretate dai grandi dell’animazione (Alexeieff su tutti): uno sguardo totale e onnicomprensivo che si avvicina lentamente ai dettagli, e crea tensioni tra le inquadrature più con l’osservazione del totale dei quadri che con la giustapposizione di diversi dipinti successivi: una drammaturgia visiva molto particolare, che crea tensione dalla fermezza e dalla staticità, a cui contribuisce non poco la musica di classica ortodossia psichedelica di Alain Goraguer (sono gli anni dei primi Vangelis di massa: L’Apocalypse des animaux esce nello stesso ’73: Goraguer, però, ha meno interessi melodici e tonali)

Molte le interpretazioni:

  • sul considerare tutto un semplice discorso antispecista,
  • sul renderlo universale con il richiamo agli stermini e ai genocidi,
  • sul come prendere la collaborazione tra le specie: se resa o necessità (tematiche che anticipano alcuni discorsi dei Matrix successivi al primo), al sapore di Guerra fredda, anelante ardentemente la Pace dopo le scosse, da entrambe le parti, del ’68 (o dopo la Crisi dei missili del ’62 [rivediamoci gli appelli alla pace di Harlan Ellison e dei Fratelli Strugacskij]),
  • se invece prendere tutto come ufologia, o come unificazione del tempo: nonostante si siano viste le immagini di distruzione della Terra, apocalittiche, esse sono altresì così laconiche da poter far pensare a una scelta diversa: la Terra nuova (la Terr, nome del protagonista poi adottato dalla nuova luna artificiale di Ygam, costruita per gli uomini in una ritrovata pace con i Draags: la Terr francofona che sta per Terra) potrebbe essere la Terra stessa, ancora non distrutta (e originata, come vogliono gli ufologi, da collaborazioni con alieni), o che sarà distrutta poi in un tempo o ciclico o erratico (il tempo, per capirsi, di Big Fish di Burton, in cui prima e dopo balzano l’uno sull’altro più che seguirsi), oppure che è rimasta distrutta in un altro filone temporale…

Tutte qualità e caratteristiche che uno può vagliare come vuole e che, dopo più di 50 anni, possiamo riscoprire, stupendoci di un capolavoro come questo che è ancora in grado di funzionare perfettamente etnologico nel descrivere l’umanità… un’umanità che sì desta pietà per come viene trattata, ma che, in ogni caso, si palesa sempre e comunque restia alla conoscenza (solo pochi eletti sono pronti a seguire le lezioni del sussidiario di Tiwa), e che allo stato brado (e di per sé) non produce né concordia né tecnologia, ma tende a dividersi per razzia e conquista di cibo, a dimidiarsi in bande l’una contro l’altra armate, e ad arroccarsi intorno a superstizioni (la santona e lo stregone che “comandano” le due comunità rivali del parco), in società disfunzionali e violente…

in quest’ottica il discorso del film si fa, per certi versi, anche fin troppo deistico o ufologico: senza una conoscenza che ti salva, e che probabilmente arriva dallo studio esterno di chi ne sa più di te e che condivide con te l’expertise, non migliori un cacchio, né per intuizione né per intraprendenza…

…e forse è una verità che il film ci mette davanti in maniera brutale…

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