Die My Love

Siccome devo lottare tutti i giorni contro gente che ha adorato quella gran merda del Frankenstein di del Toro, e che per giustificare il loro gusto, basato solo e soltanto sugli ormoni prodotti per l’aspetto figaccione di Jacob Elordi (e per nient’altro di filmico, visto che, nel Frankenstein di del Toro, di filmico non c’è un cacchio), si mette a trovare appigli esegetici perfino nei colori dei del tutto casualmente fantasiosi costumi di Mia Goth, occorrerà fare un paio di premesse prima di dedicarsi al film di Lynn Ramsay…

si diceva un po’ in Christabel, forse…
tutta le gente che conosco io legge romanzi e guarda film positivi, che siano surrogati di esperienze “effettive”, da leggere per riempire vite vuote con emozioni altrui, al cui riflesso poter innescare emozioni proprie che, nella vita monotona che si vive, mai sarebbero innescate altrimenti…

va a finire che NON si leggono libri e NON si guardano film sulla Rivoluzione culturale cinese per riflettere sul da farsi in caso di analoghe situazione squadristiche, ma si leggono libri e si guardano film sulle corna, sui rapporti affettivi, così da suggere indicazioni emozionali per sopportare tali situazioni o quando capiteranno a noi, oppure per creare nelle nostre menti quelle situazioni così da poter aver fatto finta, tramite il libro o il film, di averle vissute…

andare a dire che per l’esperienza emotiva sarebbero da andare a cercare stimoli da psicologia del profondo più delle emozioni superficiali del racconto, o la loro la fintezza emotiva, non è popolare…

e difatti spopola il Frankenstein di del Toro…
in cui il mostro e lo scienziato sono due persone diverse,
due persone diverse che scatizzolano superfici ormonali, filiali, sentimentali, anche in competizione l’uno con l’altro:
perché l’emotività delle corna, e il campionario superficiale di emozioni da impiegare per elaborare quelle emozioni di corna, sono percepite molto PIÙ UTILI di un racconto che, invece, ti fa riflettere sul tuo stesso impulso oscuro e cattivo, mostrandoti un mostro che non è un altro da te, ma sei tu stesso

non interessa più a nessuno

tutti sperano di vedere un “mostro” figaccione che ruba la donna allo scienziato, così tanto per far vedere agli altri che il “mostro” è quello figo, e se a me piace il mostro vuol dire che sono sensibile e capace di vedere al di là delle apparenze… anche se, a quelle stesse apparenze, il mostro è figo eccome, essendo Jacob Elordi…

come ha già detto qualcuno: nessuno mai scriverà la storia di Frankenstein con un mostro femminile…
…e, se mai la scriverà, quel mostro femminile sarà Margot Robbie…

…o Jennifer Lawrence…

e ci si innamorerà di lei perché è un “mostro”?

o perché è Jennifer Lawrence con due graffi?

ed eccola qui,
Jennifer Lawrence

bellissima e risoluta come non mai (lei che di cazzate ne ha fatte veramente tantissime, quasi certamente più delle cose fatte bene: gli Hunger Games sono una merda; la sua Mystica degli X-Men è atroce rispetto a Romijn Stamos; il Silver Lining Playbook fa schifo; American Hustle fa vergogna; Joy, bah, meglio di altri, ma è comunque una stronzata; Passengers è una cacchiatella; Mother è la diarrea più purulenta del decennio; Don’t look up, boh, alla lunga non conserva un buon sapore) prende parte a questo film di Lynn Ramsay che vola anni luce più in alto del cinema di oggi…
anni luce più in alto dei tanto celebrati Guadagnino (ho provato a guardare After the War su Prime: ho resistito 18 minuti; ben 3 di più di quanto resistetti a Queer) e Lanthimos, e anni luce più in alto del Frankenstein di del Toro…
…perché Ramsay lavora di psicologia del profondo

non ci sono personaggi, emozioni, vite vissute, world building e altre puttanate (quelle di Dune), ma c’è quello che sottende a tutto questo: la mente, l’inconscio, il nostro conoscibile interiore… quello che ci fa errare, sbagliare, incrudelire e ammattire…

di questo parla Lynn Ramsay

di una foresta inconscia piena di simboli e di suggestioni di immaginato

ripresa da Seamus McGarvey (che io ho sempre detestato e che mi sorprende massimamente con un risultato simile!) in un quadratissimo 1,33:1, strettissimo ma denso di onirismi (ok Polanski come modello, ma non c’è da sottovalutare le più recenti imprese poetiche con questo ratio, ovvero quelle di Xavier Dolan), di sfocature, di storture, di improbabilissime notti luminose, gestite con macchina a mano sporadica, ma soprattutto con piani fissi, monopuntuali, massimamente reticenti, che non mostrano quello che i personaggi guardano, e che quando lo fanno aprono a immaginazioni, allucinazioni o probabilità di quello che potrebbero guardare, di quello che potrebbero aver pensato mentre guardavano, o di quello che magari hanno guardato ma in un altro tempo e in un altro spazio…

perché spazio e tempo di questo film si mescolano

il prima e il dopo di una gravidanza, di un lutto, di una forse sognata relazione extraconiugale, di un matrimonio, di un ricovero TSO in clinica psichiatrica…

viene prima la gravidanza o il matrimonio?

viene prima la morte di Nick Nolte (insieme a Sissy Spacek impegnato in un lussuso cameo) o il ricovero?

oppure Nick Nolte e Jennifer Lawrence sono sempre stati la stessa persona: malati di vita o di non vita in un contesto che riesce a sopportare la comunque non felice esistenza meglio di loro, o un contesto che magari si accorge meno delle pressioni dell’esistenza…
…in ogni caso Nick Nolte e Jennifer Lawrence non partecipano all’esistenza, e la rifuggono come possono…

o magari sono malati davvero, e vedono tutto nero:
vedono un’abitazione fatiscente e ingestibile dove invece potrebbe esserci una casetta ben ristrutturata e verniciata…
oppure Pattinson, il transfert delle loro frustrazioni, la ristruttura e la sistema quando loro non ci sono: segno rovente che sono loro il problema, il dolore, la sofferenza, l’elemento frustrante che impedisce l’esistenza

l’esistenza fatta di ossessive e continue canzoncine rock e country d’amore, che parlano di adorazione iperbolica di coppia, di affetto capace di bypassare un eterno fastidio, oppure di sentimento sognato, impossibile, del tutto fantasioso, e quasi comico…
canzoncine che determinano un immaginario da inseguire nonostante le conseguenze, da raggiungere nonostante l’immanenza, i problemi, le non volontà altrui…
…quegli immaginari che uccidono…
la casa perfetta
la moglie perfetta
la madre perfetta
che bada ai figli e alla casa
che cucina beata mentre il maschio è lontano
che fa le faccende e sopporta
e che è destinata ad adorare il suo sposo per sempre, sublimando i terribili e risibili difetti di entrambi in affetto…

è sogno o incubo?

non si sa…

ma nella foresta-inconscio si vedono baldi motociclisti lì a insediarci (con noi completamente concupiscienti);
nonne sonnambule armate di fucile pronte a sparare ma lì a farci comunque la paternale sulla bellezza del creato e dei bambini;
cavalli neri, splendidi, che, nonostante vengano investiti da automobili, sopravvivono meglio di prima, a cavalcare nelle radure del bosco…

inconsci indomabili

riflessi e frammenti di una vicenda che percepiamo ma che ci sfugge, che centellina sguardi e controsguardi, allucinazioni e percezioni, tanto da non darci appigli né nel dirci quando e dove siamo né, tanto meno, nel palesarci chi, dove e come guarda, in una macchina da presa sicura, stretta e assertiva sia che mostri il vero tanto il non vero… sicura nel dirci che gli shots sono diegetici e consequenziali sia nel negarceli e rovesciarceli, davanti a noi, e tutto insieme…
e questo è il cinema
racconto di immagini tutte da annodare, cucire e interpretare…
cinema di macchina da presa che non ci narra, ma ci specifica quello che sta prima del narrato: il frame mentale, la sinapsi nervosa, il sogno e l’immaginato…
…che si mescolano davanti a noi in un intreccio che è discorso, che è come ti mostro, più importante del cosa ti mostro… e come ti mostro che è esso stesso la fabula

impagabile vedere un film così in questi tempi di world building e di metafore finte (tipo quelle di Guardagnino, così metafore che non metaforizzano proprio niente!)

cinema che è la nostra mente: confusa di frame di insoddisfazione, che, per difesa, categorizza atteggiamenti e fatti per «come li vede», benché sia consapevole di non riuscire più a vedere secondo certe categorie, perché malata, forse addirittura rinchiusa nella clinica psichiatrica…

alla categoria “cane”, che si crede di vedere, corrisponde davvero un cane?
o era un bambino?
e alla categoria “marito”?
…cosa corrisponde?

Non dura neanche 2h questo questo film di Lynn Ramsay

e ci vediamo probabilmente la più ispirata performance di Jennifer Lawrence…
la fotografia più bella mai realizzata da Seamus McGarvey…
il montaggio più intrigante di Toni Froschhammer…
la scenografia più viva e speciale di Tim Grimes e Amanda Nicholson (connessa col film, che ha un senso, non impegnata nel far vedere i soldi spesi e nel creare fondali figurativi inutili)…

ma siccome non dà risposte, non si schiera con gli imbecilli (come Lanthimos coi terrapiattisti), e lascia tutto all’interpretazione dell’inconscio invece che dell’emozione, allora verrà disprezzato…

non ti dice come comportarti,
non ti consola con la redenzione,
non ti fa girare la testa mostrandoti mostrini bellissimi e compiacenti lì a farti gli occhi dolci…

ti dice che le foreste inconsce, e la tua stessa mente, sono in fiamme…
che il mito della campagna felice è da pazzi furiosi…
o che, magari, finché rimani pazzo furioso nella tua psiche, allora non potrà esistere nessun Eden, se non la stessa follia autoalimentata…

è il contrario di Bugonia: non ci sono complotti, né extraterrestri a porre fine a ogni cosa…
…ci siamo solo noi…
i nostri stessi fantasmi…
le nostre stesse trappole mentali di immaginario costruite da noi stessi…
e le nostre delusions, delusioni e allucinazioni: nostre e solo nostre…
che, disperatamente, ci fanno urlare, giustamente, che è meglio niente rispetto alla vita in questo pianeta, rispetto alla vita in questa famiglia, in questo corpo infoiato, in questo sistema

meglio niente

meglio il fuoco

oppure meglio immaginarsi il fuoco (le uccisioni, gli atti di violenza, le fughe, gli autolesionismi) quando, disperati, ci si rende conto che abbiamo cucinato, sforzandoci, una bellissima torta solo per noi, e nessuno la mangerà con noi…

perché soli siamo

e soli saremo

per sempre…

anche, e soprattutto, in mezzo a gente conformista

…non è meglio il fuoco?

è una sorta di Rumble Fish di Coppola (’83) al femminile… con le inquadrature pellicolari da confrontare con quelle di Strage Darling

bellissimo

Un pensiero riguardo “Die My Love

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  1. concordo in gran parte, con termini più prosaici e meno alti, con la tua analisi

    spero si possano permettere la campagna per l’oscar perke lei se lo merita tutto; e per me lei non ha una filmografia così brutta anche se sono passati molti anni da american hustle e mother! (anche se io conservo un ottimo ricordo di entrambi), e lei in joy è molto convincente

    cmq bello leggere finalmente un film che ti è piaciuto^^

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