Alexander Soddy torna per un’opera al Maggio dopo l’eccellente Salome dello scorso aprile…
…e lo fa con un nuovo Macbeth che, scenicamente, arriva 12 anni dopo il Macbeth ’47 superbamente allestito da Graham Vick e James Conlon alla Pergola (dove il Macbeth ’47 venne eseguito per la primissima volta) nel 2013, e, musicalmente, giunge dopo lo smagliantissimo Macbeth ’65 eseguito in forma di concerto niente meno che da Riccardo Muti nel 2018…
Sia Conlon nel 2013 sia Muti nel 2018 ebbero Luca Salsi come Macbeth…
e Salsi torna anche adesso, diventando (apprendo dalle note storiche “divistiche” del libretto di sala di Giovanni Vitali) il baritono che ha più cantato Macbeth a Firenze: sorpassa Francesco Cresci che resisteva con due recite, nel 1857 e nel 1862…
Soddy esegue, tutto sommato, il Macbeth ’65, ma taglia il balletto (essendo il Maggio orfano del corpo di ballo dal 2015: e nessuno ancora protesta) e non è che aggiunge la spregevolmente moralistica ultima aria del morente Macbeth del Macbeth ’47, come fanno ormai in parecchietti (vedi anche Chailly alla Scala nel 2021 o diversi allestimenti di Pappano al Covent Garden; in disco la si sente in Leinsdorf ’59 e in Abbado ’76), ma aggiunge direttamente e del tutto il completo finale del ’47, risultando in un’opera con due evidenti finali: cosa che ha mandato un po’ in confusione il pubblico del Maggio…
A parte questo, Soddy ha partecipato superbamente ai risultati dei suoi predecessori…
ha compreso tutti gli snodi musicali con una goduriosa sapienza scenico-sonora e ha guidato l’orchestra e i cantanti in una delle interpretazioni più stupende da me viste in scena del Macbeth, e, probabilmente, in quello che si ricorderà come uno degli spettacoli più splendenti mai fatti al Maggio negli ultimi 20 anni, facendo quindi due centri di fila dopo Salome…
il suono era poderoso di tristezza, disperazione e tragedia, ma si adattava perfettamente a rimpicciolirsi per aiutare le meravigliose intenzioni di fil di voce dei cantanti e del coro (il solo Banquo di Antonio Di Matteo è stato travolto dall’orchestra in «Come dal ciel precipita»)…
…e le motivazioni musicali erano da incorniciare…
tutti i tremolii forti degli archi degli scatti d’ira e di spavento, tutte le perorazioni in pianissimo per denotare audacia notturna e sotterfugio, tutte le urla di terrore per i colpi di stato e le uccisioni, tutte le melodie strappacuore lacrimanti per le crudeltà, tutti i rallentando pietosissimi di pentimento e pena: tutto quanto è stato reso da Soddy e dal Maggio come nei migliori dischi, come gli interpreti dovrebbero fare sempre, con uno scavo preciso dei dettagli e delle manovre intrinseche delle note, delle situazioni, dei sentimenti e delle eventualità mimetiche della materia, dell’opera tout court, scovando soluzioni che vanno di concerto con i movimenti, con le sistemazioni plastiche dello show, con il lavoro psicologico del cantante-attore…
…non era solo musica, ma era consustanzialità con il palcoscenico…
in un impianto leggermente somigliante a quello del disco di Chailly dell”86, Soddy aggiunge micro-dettagli passionalissimi e una conduzione psicologicissima delle arie e dei pezzi d’insieme!
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Alcuni trogloditi rimbecilliti hanno avuto perfino il coraggio di fischiare la regia di Mario Martone…
Le streghe alberate (già all’inizio latrici delle selve di Birnam), tra True Detective e il mio detestatissimo (ma figurativamente slurpante) Robert Eggers, all’inizio si dividono in tre gruppi, che si aprono mostrando i tre troni che Macbeth “eredita” (di Cowdor, Glamis e di Scozia tutta)…
Si capisce che Lady Macbeth è una di loro, rosso vestita…
Macbeth e Banquo sono abbigliati come contractors contemporanei, con i mitra…
«Nel dì della vittoria io le incontrati» è dalla Lady ascoltato come un messaggio vocale di What’sApp: le arie «Vieni, t’affretta: accendere…» e «Or tutti sorgete» sono da lei mandate come risposta al vocale…
Sono le streghe a mostrare a Macbeth il pugnale, in un ritorno al passato della messa in scena che bascula tra contemporaneità e mito medievalizzante scozzese per sancire il simbolo di tutti i Macbeth, ossia che la guerra e la tirannide possono essere anche odierne e apparentemente aggiornate all’oggi dal punto di vista tecnologico ma non saranno mai moderne, porteranno con loro sempre la stessa identica barbarie incauta e sanguinolenta di quando ci si ammazzava a mani nude, nella notte, con pugnalacci sozzi…
alla morte di Duncan, Martone non sta a inventarsi chissà quali scene o movimenti: rimane classico, con la semplice Lady che gorgheggia alle orecchie dell’allucinato Macbeth, ma la sua scena, composta con Mimmo Paladino (vera arte contemporanea il suo sipario, dipinto per l’occasione, che fonde e rielabora i motivi della Guernica di Picasso, dei Trionfi della morte di Buffalmacco e di Palermo e degli scheletrini della tradizione slava del Kandinskij pre-astrattista: il cavallo della morte dipinto entra anche in scena, un po’ gratuitamente, sul palco, scalciante e rumoroso, a impersonare il coro fuori campo che annuncia la morte del precedente Sir di Caudore), suggerisce tutto un mondo espressionistico plasmato dal buio, come in un film di Ingmar Bergman, o come nei capolavori di Mike Nichols girati da Giuseppe Rotunno, con la gente che entra ed esce come apparizioni fantasmatiche dagli oceani di oscurità che circondano la fievole diffusa luce lattea e glaciale del centro del palco… una piccola ellisse biancastra, illuminata ma essa stessa ossimoricamente partecipante all’oscurità, circondata da pesantissime e opprimenti tenebre!
Nel buio, le streghe balenano riflessi dalle loro bianche braccia che scoprono e ricoprono a tempo di musica (la gestione delle luci, di Pasquale Mari, è da Oscar)…
I contorni del palco sono qualche volta incorniciati da un sistema di portali luminosi (lunghi quadrati senza base), anche loro freddamente candidi, che illuminano sì ma di una grana fotonica, quasi da neon smorto: sembrano soglie ultraterrene di uno stilizzato astrattismo asettico… col tempo si mettono a ospitare anche le creazioni video: sembrano un’eco dei miei adorati screens di Gordon Craig…
Nel finale I, Lady Macbeth appare per dare manforte al marito anche quando non canta, portando con sé, quasi al guinzaglio, una streghetta animalesca che rintuzza la voglia di morte di Macbeth… sembra un’immagine da video terminalista di Lana Del Rey (tipo Born to Die)…
il cadavere di Duncan si vede scorrere, in una terrea luce dorata, sul fondo, ma dopo «a squarciar» del coro, Macbeth e Lady si isolano dalla scena, che viene coperta da un drappo, lasciando a loro solo il limitare del proscenio, dove, genialmente in accordo con l’urgenza della musica, si mettono a brindare del loro misfatto: ricconi e soldati ubriachi contenti della morte che hanno creato… l’accordo di questa idea con la musica, che evita l’intenzione trenodistica del finale I che tanto ammorba diverse interpretazioni, è stato strepitoso!
«La luce langue» è agita dalla Lady in uno dei portali mistici che ha al centro uno specchio, che la riflette e riflette anche un po’ dell’orchestra e del pubblico… una superficie specchiata che a Martone piace (me le ricordo simili anche in un suo Ballo in maschera, a Genova, con Luisotti, nel lontano 2006)…
molto tradizionale la morte di Banquo, con il cadavere che fa tableau vivant sotto alle lance…
nel Brindisi si costruiscono più suppellettili stilizzate per fare tavoli e sedie, e Banquo appare in un vidiwall sulla spalliera di una sedia (Martone sistema i video con Mari e Alessandro Papa)…
Lo specchio riflette la caldaia delle streghe del terzo atto: una botola del palco da cui fuoriesce una pallida strega ritualistica che si veste di rosso come la Lady…
e nello specchio compaiono le apparizioni profetanti: tutte precedute da un’immagine di Lady Macbeth..
al momento dell’arrivo della infinita stirpe dei re figli ed eterni nipoti di Banquo, si vede Banquo che amoreggia con Lady Macbeth, ed è questo che stritola la psiche di Macbeth!
In questo atto ancora le streghe portano con loro le selve di Birnam…
…forse «Ondine e silfidi» è stata una scena poco compresa da Martone: tre bianche streghe si vestono a turno di rosso (ennesima identità tra la streghe e Lady Macbeth) e vanno ad accarezzare un Macbeth svenuto a terra come le altre streghe…
Il coro della patria oppressa del quarto atto è agito con costumi contemporanei a Gaza, e i congiurati di Macduff si armano con i mitra e le selve di Birnam delle streghe…
L’entr’acte della scena del sonnambulismo è animata da un vero e proprio film in cui le streghe si contorcono con mosse a metà tra le eloquenze gestiche del Zardoz di Boorman e le streghe del film-opera di Claude d’Anna per cui Chailly incise la colonna sonora nel 1986, ma con una portata di commozione e di forza emotiva tutta loro (la coreografia è di Raffaella Giordano): invece di apparire dal buio sembrano formarsi e plasmarsi da una lattiginosa nebbia in un bosco e le loro mani ritorte alludono a scheletrici e paurosi alberi autunnali (ancora la foresta di Birnam, loro mezzo di comunicazione col fato?)… hanno movenze assai dolorose in accordo con la straziantissima musica e suggeriscono che, dopo le minacce subite da Macbeth nell’atto precedente, e l’escalation di crudeltà che ha colpito la popolazione della scenica Gaza appena vista, le stesse streghe si rivoltano contro il tiranno… streghe che diventano l’unico motore immobile della trama, insieme comburente di ferocia e propugnatrici, in senso elisabettano, di nuovo ordine (specchio, in tragico, delle Nuvole di Aristofane?)
…infatti sono le streghe a impedire al medico e alla dama di compagnia di intervenire al «geme» della scena di sonnambulismo, quando Lady Macbeth è essa stessa lattiginosa e non più rossa come il sangue, e, uscendo dal solito portale rettangolare lunare e astrattista, dal cellulare, da cui mandò i messaggi vocali assassini nel primo atto, rivede le sue inutili uccisioni…
nel rettangolo appare anche Macbeth, e a lui la Lady si rivolge nel delirio, sussurrandogli all’orecchio «Andiam Macbetto»… Macbeth si sta sognando la morte della moglie? Le streghe, con questa visione, fanno presagire a Macbeth la sua imminente disfatta?
Sono le streghe a muovere Macbeth come una marionetta, vestendolo «dell’usbergo» e del «pugnale», cioè del mitra di dolore che ha sterminato la Gaza scenica…
Macbeth affronta Macduff ancora fermo e intirizzito, come un automa comandato dalle streghe che gli sono alle spalle… sono loro a spingere Macbeth sulla spada di Macduff…
ancora una volta, il mitra, ok, sarà anche moderno, ma porta la stessa morte della spada antica…
e la morte di Macbeth è governata dalle streghe, le vere entità di questa storia, coloro che letteralmente manovrano e regolano il fato del mondo: e puniscono sia Lady Macbeth, una di loro che ha osato provare a plasmare un destino migliore per la sua sete di potere ma grave di sterminio per tutti quanti gli altri, sia Macbeth che non si è opposto…
il cadavere di Macbeth, durante la sua leziosa e moralistica ultima aria del 1847, viene ricoperto proprio dei rami di Birnam che fin dall’inizio erano state arma della streghe…
durante gli applausi, striscioni tra le bandiere di Gaza e Ucraina recano le parole di speranza «non più vittime innocenti, mai più genocidi, mai più massacri»…
e quegli striscioni, alcuni hanno anche avuto la sconcezza di fischiarli…
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Luca Salsi (Macbeth), ultimamente fin troppo aperto all’urlaccio e allo sguaiato smisurati (vedi l’ultimo suo Iago che io ho sentito a Firenze), che mi hanno fatto più volte temere un suo lungo crepuscolo di carriera fatto di sbracate, in Macbeth si conferma magicamente, al contrario, ancora il numero 1 del mondo…
sì recitato, ma mai esagerato: allucinato ma anche deplorante di disperazione, con un fraseggio ideale per far capire gli snodi musicali e un’emissione favolosa, mai troppo dolce per rendere la crudeltà ma mai sgradevole tanto da sporcare l’eleganza… e ancora eccellente nel capire le movenze sceniche del personaggio…
un portento…
Vanessa Goikoetxea (Lady Macbeth), al debutto nel ruolo e già sentita a Firenze nella strepitosa Tosca di Gatti & Popolizio l’anno scorso, è stata un miracolo…
la facilità con cui affrontava gli infernali intervalli tra acuti e gravi era formidabile…
la disinvoltura attoriale con cui ha innervato le note, ricca di ammiccamenti e di movenze insieme ferine ed eleganti, come una sorta di gatto sfuggente ma regale, me la fanno salutare come una delle più grandi interpreti operistiche che abbia mai visto dal vivo…
l’agilità dei suoi rubati (nelle prime arie anche a rischio di sbaglio ritmico, subito ripreso appunto da geniali motivazioni attoriche, tanto da far pensare che quelle arie non si possano cantare in altro modo se non con quei rischiosi rubati!) si accompagnava a strepitosi modi di gestire i fil di voce, i pianissimi e gli acutoni più impervi, comunicati con uno smalto ruggente e sicuro…
la sua prova da attrice è stata titanica: seducente e insieme rabbiosa, bellissima e insieme rattrappita di bruttezza gestica, viziata regina e anche apparizione fantasmatica e terrorizzante, il tutto mentre cantava le più scomode melodie e i più strazianti salti in un modo che sembrava per lei facilissimo, divertente e necessario per i gesti che agiva…
…non so se riuscirò mai più a vedere una Lady Macbeth simile…
Antonio Di Matteo (Banquo) è stato molto bravo, ma nella sua aria non è riuscito, si diceva, a superare l’orchestra…
Antonio Poli (Macduff), con un’aria soltanto, è riuscito a incastonarsi nell’eccellenza dei protagonisti grazie a una sicurezza melodico-sonora che manco Pavarotti!
Le apparizioni (Nicolò Ayroldi, Aurora Spinelli e Caterina Pacchi) facevano accapponare la pelle: stilettanti voci invisibili nel buio: terrore puro!
Il medico (Huigang Liu) e la damina di Lady Macbeth (Elizaveta Shuvalova) sono ruoli ingrati che richiedono una precisione che loro hanno completamente padroneggiato!
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Questo Macbeth fa quasi sognare un Maggio all’altezza degli standard internazionali… e fa quasi vaneggiare sogni di gloria qualitativi continuativi (e non semplici fuocherelli una tantum)…
staremo a vedere
intanto immensamente contenti di una delle performance d’opera più belle che si possano vedere a livello internazionale!
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