Non c’è granché ragione di perdersi in chiacchiere… è un romanzo famoso, e la serie che ne hanno tratto, nel 2017, lo ha reso quotidiano e proverbiale…
ma è un romanzo vecchio, e Atwood è canadese…
il libro esce in Canada, con McClelland & Stewart, nel lontano 1985…
è perfettamente coevo a Witness di Peter Weir, che, tra le prime volte mainstream, faceva vedere una comunità religiosa bigottona in azione, nei meandri più profondi della Pennsylvania (un pochino più a sud di dove si presume essere ambientato Handmaid’s Tale)
oggi, l’archetipo di Handmaid’s Tale si vede e si è visto dappertutto, è quindi difficile parlarne come qualcosa di nuovo…
allora, McClelland & Stewart non era chissà che, ma è stata, col tempo, parte di Penguin Random House e quindi di Bertelsmann, con una capacità di distribuzione quasi più che mondiale…
in Italia se ne occupa Mondadori, che lo fa uscire nella Omnibus, nel 1988…
con la traduzione di Camillo Pennati…
la versione per la vendita per corrispondenza del Club degli Editori arriva subito nell”88…
Passa quasi inosservato un adattamento cinematografico del 1990, nonostante fosse molto blasonato: adattato niente meno che da Harold Pinter e diretto, mecojoni, da Volker Schlöndorff…
Natasha Richardson è la protagonista… Faye Dunaway la sua “padrona” (Serena Joy), Robert Duvall il suo “Commander”, Aidan Quinn il suo amante (Nick), Elizabeth McGovern la sua amichetta ribelle (Moira), e Blanche Baker la sua compagna infiltrata (Ofglen #1)…
alla scadenza ventennale dei contratti editoriali internazionali, nel 2004, il romanzo passa, in Italia, a Ponte alle Grazie…
almeno nel 2007 (ma io sospetto anche prima) arriva il tascabile della TEA (Ponte alle Grazie e TEA appartengono alla stessa casa madre, la famiglia Mauri Spagnol)…
poi c’è la serie TV del 2017… che stavolta sbanca…
la protagonista è Elisabeth Moss, la sua padrona è Yvonne Strahovski, il Commander è Joseph Fiennes, l’amante è Max Minghella, l’amichetta è Samira Wiley e Alexis Bledel è l’infiltrata…
in conseguenza della serie, Ponte alle Grazie fa i miliardi, facendo passare il libro per ogni dove, con una seconda vendita per corrispondenza (Mondolibri, 2018) e diversi passaggi di distribuzione con i settimanali/quotidiani (La biblioteca di Repubblica, 2018, che è ancora di Mauri Spagnol; poi in licenza al Corriere della Sera dell’RCS nel 2023)
nel 2019, Atwood scrive un seguito, The Testament, forse per andare dietro proprio alla serie… e la cosa, forse, scompagina gli accordi a livello internazionale, benché anche il seguito sia marcato, in Canada, McClelland & Stewart: fatto sta che un’edizione speciale, a vasta tiratura e a caratteri grandi, viene stampata da HarperCollins nel 2023, che sarebbe, in teoria, una rivale di Bertelsmann…
ma anche chissene…
io ho letto la versione HarperCollins del 2023, confrontandola con la traduzione di Pennati, ottima, risolutiva, efficace e dritta al punto (anche se condotta in un tempo in cui l’aggettivo «kinky», per esempio, non era proprio all’ordine del giorno in quanto a fruizione italiana)…
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Rispetto alla serialità, il testo di Atwood si sente che è scritto per autoconcludersi in modo aperto ma risolutivo…
Atwood non era sprovveduta quando lo ha scritto: aveva già decenni di esperienza…
e Atwood è da Nobel… per tante ragioni…
non solo per le qualità sintattico-foniche del testo (che Pennati risolve arrendendosi, lasciando i termini inglesi: per esempio, i giochi tra «primo giorno di maggio» e «Mayday» o «M’aidez», o tra «char» e «chair» li “sdoppia” in italiano e inglese: forse era l’unico modo), ma per la consapevolezza meta-letteraria, anche filosofica del suo lavoro: la protagonista implica spessissimo che il suo essere è il narrare, e sa che non le basta narrare a se stessa, anche se quello è il pericolo, poiché il tale prevede sempre qualcun altro, con cui lei ha una sorta di contratto sincero, palesando spesso quando le cose se le inventa o non le può sapere… e nel finale altro, Atwood slitta il classico espediente di far capire al lettore di stare leggendo un testo salvato (cioè quando il lettore legge lo stesso libro descritto nel libro stesso, vedi esempi dal Dracula di Stoker alla Unendliche Geschichte di Ende) rendendo quel testo non un testo ma dei nastri, e facendo subentrare altri agenti fittizi, veri e propri narratari, chiamati direttamente in causa (gli studiosi del futuro che ritrovano i nastri), a organizzare il testo in capitoli e parti (46 capitoli numerati, divisi in 15 parti: Mondadori e Ponte alle Grazie hanno prediletto la scansione delle parti, senza fare paginata al cambio di capitolo; HarperCollins, rispetto a Ponte alle Grazie, usa molte più spaziature significanti a sancire i cambi di tono ed episodio all’interno del singolo capitolo: la cosa dà molta comodità di lettura ma forse fa venire molto meno il senso di spiazzamento del passare improvvisamente da un argomento all’altro della protagonista; ma occhio, l’assenza di spaziature c’è solo in italiano, anche la britannica Vinted ha gli spazi!)…
straordinario il progressivo sfaldarsi della protagonista, da sincera rendicontatrice, anche delle sue lacune incolmabili, a disperata donna stanca perfino di raccontare…
e straordinario il lavorìo, molto avvincente, dei blocchi narrativi, inseguiti per analogie di ricordi invece che per consequenzialità, esattamente come si ricorda una vita passata…
assolutamente pregnante il fatto che non si possa essere sicuri di niente: la nostra protagonista non ha la mai la prova o il riscontro di quello che pensa di stare guardando: la sua vista e le sue considerazioni si basano su comportamenti di gente che non conosce, in uno spazio di abitudini che lei manco condivide e, spesso, stenta a capire…
perciò è affascinante sentire le sue supposizioni su ciò che è avvenuto come ampiamente speculative, con aperte tutte le possibilità ermeneutiche di una realtà, anche scrittoria, che non dà soluzioni…
intrippante è dire davvero poco!
il discorso politico è molto alto:
la dittatura descritta non è una roba organizzata che si vede tutta, ma è lasciata trasparire soprattutto dalle reticenze della testimonianza della narratrice…
non si sa come sono organizzate davvero le cose, perché del governo vediamo le conseguenze quotidiane…
e Atwood è brava a insistere appunto sul precipitato banale di un regime, sulla sua qualità invece che sulla sua quantità: non c’è World Building, ma ci sono ipotesi di vita, che si capisce non appartenere all’intero mondo (ci sono turisti non partecipanti alla politica descritta), e, si potrebbe anche sospettare, riflettenti, perfino, una comunità ridotta (quasi come quella descritta proprio nel coevo Witness, o come quella che descriverà Shyamalan in The Village nel 2004)…
nel finale altro, inoltre, si ammonisce che le atrocità, nell’eco dell’eternità, verranno sminuite invece che enfatizzate, perché comparate, da lontano, con roba simile, quasi buttandola sul «mal comune mezzo gaudio»…
…e magari questa, più che la triviale condizione pro-life violenta e fondamentalista religiosa, è la vera zampata di Atwood: qualsiasi male, col tempo, invece che compreso, viene assorbito, forse perfino dimenticato ed edulcorato…
…perché, come avviene alla narratrice, del passato si prendono solo le cose che ci ricordiamo sopportabili e ci diciamo che solo quelle c’erano state…
come se passasse un TIR di tanti frutti, mele, pere e fragole: e siccome le fragole ti sono piaciute di più, allora cominci a dirti che quel TIR aveva portato SOLTANTO fragole… tutti, non solo tu, col tempo, si assuefanno a questa bugia, che magari tu sei bravo a comunicare o che imponi con forza, o, peggio, tutti restano incapaci di farti cambiare idea, anche con tutte le prove del mondo sulla presenza di altri frutti nel TIR, prove a cui tu non credi, e allora ti fanno crogiolare come vuoi nella tua delusion di un TIR foriero solo di fragole…
e quel che è stato, è stato: è svanito nel tempo
nazismo, fascismo, ghosting, prevaricazioni e narcisismi: col tempo si mettono a confronto con altre cose: il nazismo era parallelo alla segregazione razziale in USA, o ai campi di sterminio dell’Impero britannico: erano la stessa cosa? no… ma forse lo diverranno in un futuro in cui queste cose si guarderanno da tanto lontano, e quando si dirà, perfino, «che altro avrebbe potuto fare Hitler se non ammazzare tutti: il suo popolo moriva di fare per via della pace capestro imposta: tutti, al suo posto, avrebbero sterminato chi non era conforme al DNA di chi lui riteneva di dover proteggere»…
e idem a livello personale: ghosting e maltrattamenti: forse sono cose comuni, o cose che fai anche tu e non te ne accorgi… subirli e farli subire è la stessa cosa? tutto è sullo stesso piano?
no…
ma davanti a un tribunale, o nel fluire del tempo, chi si sentirà offeso di più?
tutti saremo davvero giustificabili?
Atwood ammonisce che questo sarà il futuro per i nostri futuri regimi e comportamenti…
e ammonisce in termini così archetipici e generici da riuscire a rimanere fresco dopo 40 anni, ancora caldo a ogni iniziativa pro-life esistente e a ogni istanza di squalificazione personale…
anche perché Atwood fa davvero la distopia di un tempo, quella secondo le regole, cioè usa la distopia per dimostrare che il mondo andrà comunque a rotoli, in ogni modo, perché compito degli amministratori del contratto sociale è scegliere, di volta in volta, cosa prediligere di assecondare a seconda di chi si vuol rendere egemone e benestante in un dato momento…
Hitler (il link col nazismo lo fa, timido ma sostanziale, la stessa protagonista) scelse di sterminare tutti i non tedeschi, e, in un certo modo, la politica del romanzo sceglie di squalificare le donne per far prosperare qualcun altro, cioè chi voleva prosperare in quel momento, o chi si sentiva minacciato dalle contingenze e ha avuto la forza di reagire con la necessaria potenza militare per prevalere, ed è riuscito a imporre un modo violento ma, tutto sommato, conforme a certi stili, a certi pensieri (vedi perfino il marito della protagonista, non così sconcertato nel vedere i beni bancari di lei congelati dal governo bigotto, perché, perfino per lui, sono i soldi del capofamiglia a contare davvero)…
e la distopia funziona non se fa tutto palesemente male, ma proprio quando va tutto bene sulla base del sacrificio di qualcosa…
e tutte le società sacrificano qualcosa per far star meglio qualcun altro, a seconda delle stagioni di chi comanda… lo dice anche il Commander: nessun contratto sociale prevede il meglio per tutti perché il meglio per tutti non esiste nell’entropia: esiste chi sta meglio e chi sta peggio in un girotondo stretto di motivazioni («Better never means better for everyone, he says. It always means worse, for some»)
impagabili le considerazioni su cosa effettivamente è meglio nella politica del romanzo: è un mondo ecologico di riciclaggio, privo di plastica, in cui lo stupro è condannato con esecuzioni capitali; il porno non esiste e la donna è libera dall’ansia dell’apparire, del truccarsi, dell’essere attraente (cosa che rimane appannaggio delle puttane per certi versi legalizzate anche se comunque ai margini della società)…
e per ognuna di queste cose, l’ecologia, la prevenzione della violenza di genere, la soppressione della dittatura della bellezza, VARREBBE DAVVERO LA PENA di sacrificare tutto il resto?
per un mondo senza il porno femminilmente squalificante siamo davvero disposti ad ammazzare la gente e imprigionarla, per rendere il mondo «un posto migliore»?
se lo siamo, siamo anche noi come la politica del romanzo: tutto quello che otterremmo sarebbe una distopia…
se per un elemento del contratto sociale, quale che sia, siamo disposti a sacrificare, con la forza, tutto il resto, allora il nostro posto è tra i dittatori…
si può davvero fare qualcosa di buono per tutti?
forse…
certamente non con la costrizione…
poiché, Atwood insegna, qualsiasi costrizione promuove Resistenza che ripromuove costrizione che ripromuove Resistenza… così all’infinito (ben lo si vede nell’eterna repressione terroristica israeliana, ogni volta sempre più inutile e genocidiaria)…
finché, forse, non ci si arrenderà a un mondo ingovernabile se non per piccoli aggiustamenti, mai riconducibile ad alcuna teoria politica… meno che mai di natura conservativa!
e mi sono trovato a considerare quanto le aziende capitalistiche siano perfettamente conformi alla politica del libro: per profitti e produzione, che sono il benessere di alcuni, sacrificano, spesso con violenza, la vita di altri…
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per me che sono uomo, la struggenza finale della protagonista ha funzionato per sbattermi in faccia il mio privilegio…
quando decide di abbandonarsi, a livello perfino sentimentale, con uno sconosciuto quasi mai intravisto, per puri sensi e indicibile chimica, arrivando a esprimere gelosia per costui, a gettare via tutto l’impegno politico di Resistenza per costui, che manco conosce e sa di non conoscere (e non riuscendo a non infatuarsi nonostante tutti i consapevoli pericoli di tradimento politico), affogando nel più denso irrazionale dell'”amore” o del sesso, che non aveva concesso a nessun altro prima, un po’ adombrando la cara Angelica dell’Orlando furioso, che cade nell’amore («fall in love») alla prima vista dello strumentalissimo Medoro [oppure la classica Summer Finn di (500) Days of Summer], io, maschio etero attratto dalla valenza resistenziale della protagonista, ho provato davvero la tragedia di veder trasformata in puttana una donna fino ad allora, pur con tutti i dubbi, santa di politica…
e lì ho capito di essere io vittima, io vittima privilegiata della dicotomia santa e puttana da attribuire alle donne, atta a fare della donna un qualcosa che si relazioni solo a questo mio privilegio!
mi sono sentito parte di coloro che hanno proiettato sulla protagonista il loro costrutto maschilista, la loro abitudine di prevaricazione stigmatizzante in ruoli e in atti… tanto da rimanerci male quando quei ruoli sono disattesi dalla donna!
sono stato maschilista con la protagonista, io stesso come un Commander della Gilead, ed esattamente come una Wife che commenta con le amiche la troiaggine delle Handmaids, alle quali va bene tutto pur che sia sesso: io stesso mi sono sentito parte di queste schifezze…
e ho pianto tanto
di frustrazione e catarsi
io finora ho visto la prima stagione della serie
molto ben fatte e potente^^