Molto figlia di Giulietta degli Spiriti, mamma di Company of Wolves e sorella del coevo The Devils di Ken Russell e Derek Jarman (con gli stessi preti luciferini e gli stessi roghi psicosessuali), Valerie (in cèco la pronunciano il più delle volte Valèrie, con la e finale) trascende in simboli la sua maturazione sessuale, con allegorie vertiginose (davvero enormi data la breve durata di neanche 80 minuti), espedienti visivi da cinema primitivo (Méliès), con un senso del cinema come un “giocattolo” filmico strepitoso (uscì nel 1970: la prima impresa di produzione fu interrotta dall’invasione sovietica della Praga di Dubček), musiche alla Dvořák goduriosissime, e “aderenze” freudiane esageratissime, che lo rendono un film un po’ confuso, ridondante, ma perfetto per vedere visualizzati molti meccanismi della pre-adolescenza, con le fiabe “slave” di Afanas’ev (il romanzo su cui è basato fu scritto nel ’35, anche se venne pubblicato dopo: gli anni più creativi della presidenza Masaryk) come faro stilistico per la narrazione quasi paratattica, per la sovrimpressione inconscia delle funzioni attanziali, con gli sdoppiamenti dei personaggi in strumenti di emozione elementare (i Doppelgänger), tra cui anche le inquietudini incestuose ottocentesce (sviscerate in un modo che anticipa di tanto la Tideland di Terry Gilliam), e per gli slittamenti di tono veramente spiazzanti, con anche fantastici vampiri alla Christabel!
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