–> leggeri spoilerini <–
Sì, per carità bellino eh…
C’era una volta Chibiusa, di Sailor Moon: la futura figlia di Bunny e Marzio, che arrivava nel presente per aiutare i genitori a stare meglio insieme (o roba così, chi cacchio si ricorda dopo 35 anni!)
E c’era anche Lady in White, il film di Frank LaLoggia del 1988 (LaLoggia poi è finito a vivere a San Casciano Val di Pesa: come minimo l’ho anche incontrato senza saperlo!), in cui, oltre al fantasma, c’era anche il serial killer dei serial killer…
Inoltre, naturalmente, si sa tutti che la grammatica e la sintassi di questi film li ha stabilita il Poltergeist di Spielberg e Hooper (in Spielberg III)…
…e ok…
–
l’idea è carina ed è realizzata molto bene, anche se non mantiene quello che promette…
la tanto pubblicizzata soggettiva non è per niente continua e il narratario che decide quando e cosa quella soggettiva deve farci vedere è parecchio pesante…
in questi soggetti c’è sempre le regole del giochino delle carte che si inventa Chandler in Friends (in una puntata del 1999, la sesta della sesta stagione), e cioè l’aggiornamento delle leggi dei sacrifici umani antichi delle pièce teatrali di fine ‘500 (tipo il Pastor fido di Battista Guardini): cosa il fanstasmello possa fare o non fare è lasciato alla bisogna contingente: sposta libri, butta giù armadi, sfiata e respira in faccia a tutti, ma non riesce a prendere a cazzotti i cattivoni… [idem, nel Pastor fido, si inventa ogni volta cosa possa fare comodo al momento per turbare un sacrificio umano]
e vabbè… questa mancanza di regole è essa stessa regola fissa (come la debolezza delle articolazioni dei robottoni degli anime giapponesi)…
la concretizzazione della famigliola americana, con la mamma amante del figlio maschio e il padre stravedente per la figlia femmina, è stereotipa…
il profilmico a favore della soggettiva rasenta il ridicolo: Soderberg, coi suoi soliti pseudonimi, fa tutto (fotografia e montaggio) e non si preoccupa di rendere credibile una casa con perenni luci accese dappertutto, popolata da adolescenti che piazzano i faretti in camera col gusto del light design post-moderno…
inoltre, in neanche 90 minuti di montato, David Koepp ce la fa ad annodare una story arc inutile e priva di senso, tipo quella del suggerire che Lucy Liu fa i falsi in bilancio o roba così, con tanto di ambasce del marito sul chiedere il divorzio per salvarsi dalla galera: è roba che non va in nessun posto (Koepp li fa spesso questi svarioni, specie nelle cose che poi dirige lui! Lunga e noiosa anche la confessione del padre sulla nonna cattolica)…
ed è veramente plausibile che uno chiami l’agente immobiliare per farsi consigliare una stregona? ci sta eh…
poi, sì, il finale, così conciliante e perfino mammone, potrebbe anche essere alla Resurrezione di Tolstoj: cioè noi vediamo cosa vede Lucy Liu: e chi cacchio ce lo dice che Lucy Liu non sia così rincoglionita da immaginarsi soltanto una situazione alla Chibiusa?
–
Fatto sta che, tutto sommato, Presence non fa malissimo…
la sua brevità è una mano santa…
e anche il suo non prendersi sul serio produce una cosina carina…
…ma sicuramente per passare 85 minuti in allegria di intrattenimento americanoso…
non certo per vedere un capolavorone del cinema di pensiero, né del cinema di genere: non so cosa Presence abbia a che fare con quello che molti chiamano horror…
Lascia un commento