«La malacarne» di Beatrice Salvioni

La Malnata è stato uno dei romanzini più carini che abbia mai letto negli ultimi anni, e Malacarne ne è una continuazione forse non necessaria ma non meno efficace, anche se tante cose cambiano…

L’averlo letto dopo i borborigmi dei Giorni di Vetro fa scattare diverse riflessioni comparative assolutamente prive di senso, poiché l’istinto di Salvioni è proprio opposto a quello di Verna: Salvioni sa felicemente che parla al presente e che il passato si affronta per la mia carissima semeropoiesi

Salvioni parla semplice, con l’istinto del sussidiario e con La storia di Elsa Morante come bussola bella fresca…

Tra un prologo e un epilogo più narrativi c’è una cronaca quotidiana della vita durante la guerra e il fascismo vista felicemente dalla parte di antifascisti che partecipano come possono all’incipiente Resistenza… non c’è nessuna cappa di «era così e si campava uguale» aperta malamente alla nostalgia ma c’è un profluvio nutrientissimo di «era così e se stava de mmerda», costruito proprio per la gente di oggi che non sa un cacchio di come si stava ieri…

è un sistema completamente diverso dalle cagate di Eggers: non si trincera nella cavolata «copio un tempo di ieri e lo incollo all’oggi senza intervento così la gente vede com’era, senza costrutto, senza adattamento e senza contestualizzazione ché sennò svicola», e fa, al contrario, un bel sussidiario, spiegato per benino, avendo in mente il nostro tempo, il tempo del lettore, che del tempo del narrato non sa nulla, e quindi glielo spiega, glielo contenstualizza, glielo agevola e chiarisce…

chi sa già della materia, anche chi ha letto Morante, si fa due coglioni pinati, è ovvio…

…ma chi non ne sa nulla, in Malacarne trova una scrittura giovanile, lesta, piena di metaforette scolastiche e scolari, infantili e curiose, facili e carine, che guidano (con l’ipotesto sempre imprescindibile del Sentiero dei nidi di ragno, dato il focus tutto sommato fanciullesco dell’io-narrante) nella comprensione e nell’happening del tutti i giorni, nel disagio delle materie prime che mancano mentre i fasci si arricchiscono, nella frustrazione di chi deve stare zitto mentre i fasci possono dire tutto, nella rabbia che i fasci possano disporre della vita e della morte di chiunque altro…

il tutto ha lo spirito dell’oggi, certo, e parla a chi non ne sa niente, cioè a quel pubblico che l’opinione pubblica dà per scontato ne sappia di già perché lo studia a scuola, mentre invece non ne sa un cacchio, e difatti vota Meloni…
Salvioni illustra a quel pubblico l’andazzo, come era la routine in quei tempi idolatrati, con il linguaggio di quel pubblico, NON nel linguaggio fascio del nostalgico e del sicuro che quelle cose «si sappiano di già»…

Il parlare come il pubblico di riferimento comporta un andamento da serie TV, a episodi quasi conchiusi, come sono le narrazioni di oggi (cosa che denuncio dappertutto, da Anna a Cruella: ma io sono vecchio: è invece bene avvicinarsi a un lettore implicito in modo che il lettore implicito possa capire)…

L’effetto da maestrina c’è, e la conduzione da serie TV annoia moltissimo, ma la cornice del prologo e dell’epilogo ripaga di molta della noia: lì Salvioni mette il turbo, sia narrativo sia politico, trovando nell’omosessualità un perno centrale per la comprensione dell’oppressione…

In risposta alle critiche fatte alla Malnata sull’impossibilità di avere una ragazzina femminista nel ’32, Salvioni rilancia presentando direttamente due omosessuali tra 1939 e 1945, buttandoci addosso il dramma che la prevaricazione non finirà, e che il fascismo è sconfitto nelle carte e non nei fatti, nella vita di tutti i giorni, né, perfino, negli affetti…

in questo modo, Salvioni evita qualsiasi qualunquismo di equiparazione tra passato e presente affidata al logoro «eh ma fasci e antifasci sono tutti uguali e democristiani», e riflette invece molto bene sulla tragedia che ci appesta ancora oggi della continuità dello stato tra fascismo e Repubblica…

e lo fa semplicemente, con un fatto privato che trascende e diventa pubblico, con il particolare che diventa universale NON per egosintonismo di chi se la fa e se la racconta (tipo Auster: chi è convinto che dalla sua cacca mattutina dipenda il destino del mondo), ma per consapevolezza che il privato e il pubblico sono tutt’uno, consustanziali al contratto sociale e alla convivenza civile, come succede nei miei adorati Reds di Beatty e per certi versi in M di Scurati (senza scomodare, ovviamente, Tostoj, che Salvioni fa leggere a una gappista: io ero in brodo di giuggiole!)…

Non scorre bene:
il MacGuffin amoroso supporta molto fragilmente la parte centrale da sussidiario… e, forse, il twist tipo pièce à sauvetage è debolino e magari telefonatino…
e poi è un romanzo troppo lungo: l’ambizione morantiana di fare il journal della vita monzese in guerra è un po’ disperata e velleitaria, e tramortita dalla voglia di fare una serie TV a capitoli conchiusi: a metà libro le palle davvero ti si consumano…

ma proprio alcuni episodi chiusi (la morte improvvisa della vedova, per esempio) hanno il graffio della stilettata che non ti aspetti e l’intelligenza dello shock… e ce l’hanno diverse strette della trama omosessuale: Maddalena che si rende conto che Francesca è alla festa per un altro motivo e non per lei dà a tutti una delusione cocentissima!

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