Il Maestro e Margherita

Il regista, Michaíl Lókšin, nato nel 1981 in USA e per un po’ cresciuto anche là, ha lavorato parecchi anni in pubblicità a Londra…

È in Russia che trova i soldi per un feature film, puntando su un classicone dei classiconi, i famosi Pattini d’argento di Mary Dodge…

…che esce in Russia ma fa successo grazie Netflix…

e di lì è stato naturale fare il bis, con un altro classicone dei classiconi, Il Maestro e Margherita di Bulgákov, che segue l’iter produttivo classico dei film russi: sponsor privati ma, soprattutto, sovvenzioni statali e approvazione del Ministero della Cultura…

Si gira nel 2021 tra Russia (Moskóvskaja Plóščad’, la facciata del museo etnografico del Giardino Michailóvskj e il nuovo scalone della Biblioteca nazionale russa di San Pietroburgo; il teatro dell’Armata Rossa a Dostoévskaja, il Casino Palíbina tra Chamóvniki e l’Arbat; e gli Stagni del Patriarca a Mosca) e Malta (per le scene di Pilato) e, guardando con ingordigia al successo Netflix del precedente classicone, Universal accetta subito la distribuzione internazionale…

Il dramma è che il 24 febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina…

Universal straccia il contratto e Lókšin sperimenta molti problemi di post-produzione, data la situazione internazionale, e rilavora al film per un altro annetto: zitto zitto, torna a lavorare in USA, dove credo che per lo ius soli abbia la cittadinanza…

Nonostante tutto il film riesce a uscire in Russia e in diverse parti d’Europa a partire dal 2023…

…e i soldi li fa… visto il suo status di classicone che tutti conoscono…
ed essendo il classicone russo, i soldi li fa soprattutto in Russia!

Da allora molti nazionalisti russi hanno scritto recensioni virulente sull’antipatriottismo del film, sulla sua critica all’invasione ucraina e sullo scandalo che un film dissidente possa aver ricevuto denaro statale… Putin, però, non ha permesso un vero e proprio blocco…

…e il film va…

…e arriva anche in Italia…

solo doppiato, ovviamente (da Rodolfo Bianchi: se è difficile vedere i film in inglese, figuriamoci in russo), ma con tutta la forza del classicone di riferimento, in cui la critica alla guerra ucraina si evince ma mica tanto rispetto al generale sentimento antidittatoriale di Bulgákov…

rispetto a tutte le trasposizioni dei classiconi, Maestro e Margherita non aiuta né illustra né accompagna visivamente una trama risaputa ma da scoprire… le illustrazioni del romanzo ci sono, ma Lókšin, quasi più come un regista odierno d’opera, quasi *sottintende* NON SOLO la lettura del romanzo ma anche una certa infarinatura della biografia di Bulgákov…

senza, la visione è disorientata e pesante… anche se è un disorientamento che sovrasta assai anche la stessa lettura del romanzo!

Per capirsi:
Lókšin, forse sulla scia di Frances O’Connor con Emily Brontë, riesce (forse anche meglio di O’Connor) a fare SIA la trasposizione del Maestro e Margherita SIA una sorta di biopic di Bulgákov, sfruttando tutti gli elementi autobiografici del romanzo, capaci di fare da cardine tra la biografia e la diegesi…

dicevo che sono incastri che funzionano benissimo per chi li conosce già, ma sono spiazzanti e farraginosi per chi non ne sa niente… ma, anche in questo modo, trasmettono alla perfezione il senso di dazzling che ha il romanzo stesso!

il lavoro, a me che mi ricordavo il romanzo e che dell’aneddotica biografica bulgakoviana ne masticavo, è sembrato PERFETTO…

…anche se ha richiesto un tempo davvero esagerato (quasi 3h) onde sviscerare tutto…

Davvero quasi nessuna scena delle principali del romanzo è tagliata, e davvero quasi nessun ganglio autobiografico che la “ispirò” è rimasto fuori…

ne esce un film-romanzo-biografico interminabile, magari anche un po’ infantile, ma formidabile nel non essere mai né didascalico né relegato alla sola illustrazione, perché, una volta capito che il tempo per lui non rappresentava un problema (e con 3h da riempire), Lókšin ha messo il turbo anche sull’esegesi e l’interpretazione, trovando il modo, con dialoghi lampanti e scenette ad hoc, anche di palesare le allusioni a Stalin e di metaforizzare le crocifissioni di Pilato con le esecuzioni nei GULag…

Il tutto in un sistema visivo (fotografia di Maksím Žúkov, scenografia di Denís Liščénko, musica di Anna Drúbič) da Hallmark (cioè teatro filmato) russo, un pochino laccato e parecchio costruito e fintino, ma né stupido né poco lussuoso, con un sacco di giochesse semiche goduriose nelle inquadrature (vedi Woland che arriva sfocandosi) e una favolosa gestione dei colori e della monumentale scenografia…

…e con un cast davvero in forma, spettacolare per espressività e adesione ai personaggi (August Diehl è maestoso nel ruolo di Woland e la porcellanea Júlija Snigír’ è più che adatta nel ruolo di Margherita)…

si possono trovare alcuni difetti:

  1. forse una eccessiva enfasi oscura, da New Age neopaganista, nel trattare le scene: certe volte fa l’effetto anabolizzante che impresse Snyder alle vignette di Watchmen, cioè c’era tutto ma era troppo a livello di grossezza e ostentazione di magniloquenza costruttivo-diegetica…
  2. l’insistenza anti-sovietica, certo forte nel romanzo, ma da Lókšin portata per le lunghe, anche con non necessarie sottilineature esposte in scene scritte apposta del tutto non necessarie in un film di già 3h (il musical da realismo socialista era l’emblema dell’inutile)…
  3. il buttarla sulla religiosità proprio come soluzione al sovietismo: tema forse presente in Bulgákov, ma non nell’esagerazione di Lókšin (ovviamente costruita sulle idee, deliranti, di Solženícyn)…

ma tutto è riscattato da

  1. l’estetica oscura e neopagana che si nutre di simboli religiosi enfatici (le squadre e i pentacoli massonici, per esempio) equilibra bene l’isterismo mistico del ritorno alla religione mutuato da Solženícyn…
  2. nelle volute di biopic bulgakoviano, l’anti-sovietismo riesce bene a universalizzarsi in una volontà antidittatoriale generale… e Lókšin riesce a mantenere l’ironia del finale del romanzo…
  3. il rendere, nelle giochesse molto complesse tra romanzo, biografia ed esegesi (cose ottenute con simbolismi di montaggio molto elaborati), le soluzioni di ognuno molto personali o addirittura sognate o, perfino, paradisizzate (con Margherita che potrebbe sognarsi una risoluzione dopo morta: cosa buttata là sia in Bulgákov sia in Lókšin), stempera tutta la propaganda religiosa in auto-illusione, alla Labirinto del fauno di del Toro, con riflessi quasi geniali…

Parliamoci chiaro:
è due palle…
enormi…
…e se non sai niente del romanzo non ci si capisce veramente niente…
e, inoltre, la sua confezione laccata e magniloquente, da film ufficiale di romanzo filmato da vedere a Natale (il lato deteriore della formazione pubblicitaria di Lókšin), rischia di tramortire le sue minuscole caratteristiche di ripresa obliqua e i suoi sensi metapoietici (con le immagini finte ad alludere alle finzioni che si basano sulle illusioni fatte in vita da Bulgákov e la moglie), che invece ci sono e che si apprezzano solo se si è benintenzionati…

ma per chi conosce il romanzo, e un po’ di quel che è capitato a Bulgákov mentre lo scriveva, è un testo filmico fenomenale, che riassorbe i difetti appunto nel miracolo di unione tra rappresentazione e interpretazione e tra la narrazione e l’ispirazione che la forgiò, ottenuto con mezzi semici di ripresa e visione che fanno invidia a chiunque…

Sia Edoardo Stoppacciaro sia Domitilla D’Amico sono andati bene su Woland e Margherita, ma, a mio avviso, la parte del leone l’ha fatta Simone D’Andrea sul Maestro…

In russo, l’enorme gatto Behemot è doppiato da Yura Barisov di Anora
sarò grato a chiunque troverà la voce italiana… e io sono pronto a scommettere sia lo stesso Rodolfo Bianchi…

Ovviamente il romanzo è nei Libri e librini

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