«Teatro» di Cuocolo/Bosetti al Materia Prima Festival

Si conclude il Materia Prima Festival 2025 con il recupero di una recita annullata a causa dell’allerta rossa dell’Arno del 14 marzo scorso…

Lo spettacolo è itinerante, per gruppi modesti di persone…

a ognuno viene consegnata una cuffia…

la singola attrice, Roberta Bosetti, parla in cuffia, mostrandosi all’ingresso e guidando il piccolo gruppo di spettatori attraverso tutte le stanze dell’edificio teatrale, il palco, la platea, la galleria, gli uffici, gli anditi dei tecnici, e perfino l’esterno, mentre declama un letterarissimo testo su diverse cose passate che l’hanno riguardata, e in qualche modo connesse col teatro e col suo essere attrice: per esempio il ricordo della prima volta a teatro e le memorie connesse a quel ricordo (la casa delle vacanze dell’infanzia con i suoi odori ecc. ecc.), il racconto delle esperienze di amici lavoranti nel teatro (la triste esperienza dell’amico cabinista, che accende e spegne le luci di sala), tutte ribadite con una sensazione che non so a chi riferire (a Silvia Avallone [la scrittrice, non la doppiatrice]? a Lady Bird di Gerwig? al povero Giacomo Poretti?) di voglia di immobilismo, di rifiuto del cambiamento, di sconcerto per il divenire…

La voce nelle cuffie fa presto a imporsi, in te, nelle tue orecchie, come pensiero quasi tuo invece che dell’attrice… e certe sistemazioni delle stanze del teatro (lo specchio nell’ufficio a riflettere non solo l’attrice ma anche tutti noi, ascoltanti, alle sue spalle, con l’attrice che scrive, col classico rossetto sullo specchio, «stai un po’ zitta») sono suggestive…

senza dubbio l’autoreferenzialità tautologica di meta-teatro, del parlare del teatro mentre si passeggia nel teatro, mediante il teatro, fa presto a svuotarsi: quando parli sempre di te stesso va a finire che di te non parli per niente (diventa lo specchio che riflette un altro specchio: e riecco il mio caro vecchio Michael Ende)…

e le cuffie, grandi e luminose, ci facevano diventare, a noi tutti, quasi dei mostrilli da cyberpunk, alla William Gibson: alienetti con in testa delle antenne bluastre…
la loro luminosità quasi contraddiceva la scena dell’amico cabinista che accendeva e spegneva le luci, perché ha annullato il senso di buio che la scena ha previsto… oppure era studiato proprio che il buio non ci fosse, e che a luce spenta rifulgessero soltanto le nostre orecchie da alienetto: noi stessi incappati nel destino del cabinista, solo soletto nel pertugio sotto al palco a “brillare” per nessuno se non per noi stessi..

nell’ultima scena all’aperto, il senso di inutilità dell’operazione viene adombrato anche nel testo: un viaggio in un luogo di ombre, di immaginazione e di ricordi che non servono a niente, e che incantano, come un pensiero nelle orecchie (che parla di niente o di altre memorie inutili, perdute e impacciate, inconsistenti e anche un po’ irritanti nel loro perorare l’immobilismo ideale impossibile), per un istante, per un’oretta, lì a catturarti le cervella in modo effimero ma profondo…

Parliamoci chiaro: a me le voci che parlano e riparlano monologando stanno sulle scatole e non poco!

e la tematica della paura del cambiamento e del temere di dover andare via di casa la aborrisco come Excel che crasha in uffcio…

e gli spettacoli itineranti li odio (e spostati e cammina e stai in piedi e vieni qui e vai là e guarda su e scendi le scale e risali il corridoio e riparti proprio nel momenti in cui ti eri abituato a essere dove eri: nervi) …

ma che tutto quanto fosse previsto, che fosse sistemato apposta (la regia è di Renato Cuocolo), non mi ha lasciato indifferente, anche perché Bosetti era ferma e sicura nella voce, elegante e capace di mantenere l’attenzione…

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