S’è visto tutti che è un po’ che sono afflitto dal blocco del lettore, e un bel libro di Lucarelli è quello che ci vuole per riavviare…

Lo leggi in quattr’ore e mezzo, ci devi stare dietro ma tutto è guidato per non farti deconcentrare mai: è proprio la lettura da dark ride di un parco giochi nei meandri della società marcia contemporanea, che un po’ ti inquieta, ma dal punto di vista narrativo sei come sul trenino della dark ride: sballottato tra un’attrazione e l’altra, magari anche a subire qualche spavento, ma sempre sulla rotaia… non «al sicuro» ma senza dubbio senti che c’è un piano… la cosa forse non è consolante, ma ti fa vedere i fatti da una giusta distanza…
e questo nonostante i passaggi tra terza e prima persona narrante ci siano apposta per posizionarti, al meglio e dove serve, negli occhi dei personaggi: lo sguardo distante sopravanza l’espediente e quindi tu sei al fianco e spesso coincidi con i personaggi solo quando il manovratore di quel distante ti dice di coincidere… appunto sei guidato, sei sulla rotaia, nel percorso obbligato della dark ride, sì a immedesimarti nella mente di questo e di quello (che poi con l’io-narrante c’è uno solo), ma solo in funzione dello svolgimento della dark ride…
anche il coincidere, quindi, è un coincidere in qualche modo distante…
…e questo è l’asso per invogliarti ad andare avanti in questo romanzino breve, fatto, come quasi sempre in Lucarelli, di blocchetti narrativi determinati dai personaggi (il blocchetto con la storyline di quello, il blocchetto con la storyline dell’altro), che si affastellano consequenziali ma non da soli: c’è il demiurgo che te li apparecchia davanti, quando ti servono, lì e là a esprimere quello che il demiurgo vuole esprimerti…
e cosa vuole esprimerti stavolta?
vuole, forse, imbastirti davanti alcune portate di sfacelo della nostra società contemporanea, che si originano da un singolo incidente le cui conseguenze, come le onde concentriche di un sasso nell’acqua, si ingigantiscono fino a lambire l’omofobia fascia e ipocrita, la pazzia da disperazione di vendetta alla Borghese piccolo piccolo, l’alienazione d’amore verso gente mai presente a se stessa, la nuova aristocrazia della criminalità (intoccabile, impunita e prepotente), il bullismo imperante, il non ammettere di voler bene più a un’idea che a una persona, il far west di violenza di tutti i giorni, in cui solo chi picchia di più riesce a cavarsela…
Forse come Burn After Reading dei Coen, o come The Counselor di Cormac McCarthy e Ridley Scott, Lucarelli mostra come, in un attimo, ti trovi coinvolto nella gigantizzazione della routine in un mastodontico problema che si ingrandisce purulento, sempre più grosso, e che ormai non si sgonfia più, nonostante tutte le prove per sgonfiarlo ci siano e siano davanti a tutti…
La trama è di per sé un’armatura, un tavolo girevole dei ristoranti asiatici dove si posizionano tante ciotole di pietanza, accumunate solo dal giro del tavolo, ognuna però con i suoi sapori e le sue spezie…
e su tutto il cuoco, che decide, solo lui, cosa proporre al cliente…
Quindi le storie di contorno alla trama, più che la trama, illuminano sulla tragedia dell’oggi (la contempraneità, anche giovanile, è esibita e compresa benissimo, al contrario della letteratura italiana odierna che, col suo autobiografismo mefitico, del contemporaneo non gliene fotte mai un cacchio), e la panna montata del fattaccio è servita, appunto come nei Coen, a stigmatizzare quanto, in questo mondo dove la mmerda spunta dappertutto, la serenità quasi non possa esistere più, perché la monnezza arriverà a turbare anche le vite più tranquille…
e amen
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Capolavoro non è, ma il divertimento è assicurato!
The Counselor è un film molto sottovalutato: ha molti personaggi interessanti, tante scene riuscite e una storia molto coinvolgente. E allora perché ha fatto flop? Semplice: il regista era Ridley Scott, lo sceneggiatore era Cormac McCarthy e il cast presentava ben 5 attoroni. Tutto questo ha creato delle aspettative esagerate, che il film non è riuscito a ripagare. A me però è piaciuto.