«Il giardino degli incontri» a Sollicciano per il Materia Prima Festival

Quasi consueta tappa del Materia Prima Festival alla casa circondariale di Sollicciano, una delle più terribili d’Italia…

Nel Giardino degli incontri progettato da Giovanni Michelucci con tutti i suoi manierismi (dai percorsi, ai pilastri-alberi, ai teatri all’aperto) e da lui lasciato incompiuto alla sua morte nel 1990 (e lui senz’altro avrebbe lasciato i pilastri nel loro cemento liscio, come nelle chiese degli anni ’70 e nelle chiese anni ’80 con Bruno Sacchi a Livorno e Vicenza, invece che con l’effetto sabbietta), la stessa voce di Michelucci avverte il pubblico che qualcosa nella realizzazione è andato diversamente dal progetto e che lo spettacolo cercherà di capire cosa…

Uno spettacolo che mette in scena qualche colloquio tra i detenuti e i familiari, mentre alcune figure bianche, che ogni tanto sono spettri e ogni tanto sono i detenuti stessi, danzano e fanno scena (a turno reggono una sorta di lampioncino luminoso come luce di scena, per esempio)…

Il pubblico è guidato in diversi spazi del giardino, governato dagli attori/detenuti come un gregge, a vedere le varie scenette di colloquio, ognuno riguardante un problema della detenzione (i figli nati che non si vedono crescere, le morti dei genitori non vissute ecc. ecc.)…

alla fine, tutti veniamo guidati nell’anfiteatro e lì ci viene detto che quello che è deviato dal progetto di Michelucci è la divisione tra detenuti e società, perché i detenuti sono dentro e la società è fuori: e lo spettacolo tenta di emendare il fatto facendo una quadriglia di paese, con tanto di tamburelli e fisarmoniche, atta a unire carcerati e pubblico: tutti a ballare insieme in una sagra paesana

Il luogo della prigione e il sistema degli spettacoli carcerari fanno sì che noi tutti siamo consapevoli che quello che vediamo fa bene a chi lo fa

questo rende tutti gli spettatori contenti, perché si sa che qualsiasi lavoro teatrale giova al detenuto… e fare parte di questo fa bene…

naturalmente è uno spettacolo che conta meno per chi lo vede…

la natura itinerante dello show, con troppe tappe, è stancante…
le storie raccontate negli episodi, ok, sono commoventi ma neanche così graffianti né disturbanti, e a me non hanno granché illuminato sulla vita carceraria…
alcuni momenti di stemperamento di tono (i.e. la scena del caffè), con l’umorismo esibito, strappano difficilmente il sorriso, dato il contesto…
il MacGuffin di Michelucci rimane pretestuale, poiché che le figure vestite di bianco stiano sia per i detenuti sia per non definiti spiriti (un paio anche musicanti) rimane una cosa per lo meno confusa…
e la quadriglia finale, molto lunga, fa inorridire chi è sempre scappato a gambe levate, urlando, da qualsiasi sagra di paese…

e sognare una quadriglia di unione, dopo che per entrare hai passato tutta la carta vetrata dell’istituzione carcere (e documenti e metal detector e guardie e grate e sbarre e polizia ecc. ecc.), che per uscire devi risorbirti mentre chi ha fatto la quadriglia con te rimane comunque dentro, è forse un bel sogno consolatorio, ma potrebbe anche essere una consolazione che somiglia alla camomilla: funziona solo per chi ci crede…

e rimane quindi solo la consapevolezza che questo show fa tanto bene a chi lo spettacolo l’ha costruito dall’interno… nell’attesa che le carceri spariscano…

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