Mad God

Un imperialissimo coro tratto dal Requiem di Berlioz (in una vecchia incisione di Charles Munch a Boston, 1959) ci introduce a una storia senza vicenda che non è neanche dalle parti di Akira di Otomo, ma è più sul versante di Eraserhead di Lynch o, ancora di più, di Tetsuo di Tsukamoto…

Davanti a noi scorrono eventi, magari anche riassumibili, ma soprattutto scorrono metafore, visivamente dirompenti, dell’inutilità e della crudeltà dell’esistenza…

Il maestro della stop motion Phil Tippett lo aveva iniziato poco prima di Robocop 2 e poi lo aveva abbandonato ritenendo la tecnica obsoleta a causa della CGI…

Lo riprende sostenuto da amici e volontari intorno al 2000-2010: i volontari erano i più grossi cervelli degli effetti speciali di tutti i tempi (da Pete Kozachik a Tom St. Armand all’esperto di suono Richard Beggs) e hanno lavorato con certosina pazienza e acribia, con finanziamenti trovati su Kickstarter…

Mad God arriva a una distribuzione nel 2021, nei festival, e poi nel 2022, però limitata a pochi schermi solo in USA, prima di andare direttamente nell’home negli altri mercati…

dopo lo sforzo produttivo, Tippett ha avuto un collasso cerebrale che lo ha fatto ricoverare…

Tippett immagina universi in cui la vita viene struggentissimamente portata via da qualsiasi agente, in un andrivieni di diverse dimensioni, in senso geometrico, vertiginoso, alla Swift, tra giganti che calpestano e nani che mutilano, ma soprattutto con implicazioni dovute allo sfruttamento e al lavoro: un lavoro assurdista e insensato come la morte e la vita stesse…

i particolari sono tanti, e starci dietro è difficile: e gli 82 minuti di durata sembrano pochi ma non lo sono: senza un filo di dialogo il film procede fluido, immerso in tutte le allegorie possibili dell’umanità indifendibile, e della società, non solo umana, ma connaturata a qualsiasi raggruppamento atomico, eternamente producente male inconsapevole (male banale) e sterminio, ogni volta, in tutte le entropie e in tutte le dimensioni (geometriche e quantistiche) possibili e magari anche non possibili…

Il tutto ripreso con un nervosismo guardingo tragicamente elementare, spesso ignorante diverse regole di découpage, e molto insistente sulla natura fisica della presenza della macchina da presa, che viene sporcata volutamente sull’obbiettivo, insiste nel palesarci, quando ci sono, le soggettive, e utilizza spessissimo espedienti amatoriali, come se fosse mossa da un inesperto: il film appare il resoconto metà diegetico e metà documentaristico di quel che accade: una sorta di Zola filmico…

una voglia di «film che si gira da solo», nonostante gli espedienti di diegesi siano parte in causa nella non-trama…

sia dal punto di vista visivo

  • le inquadrature di occhi che vedono, con la sottolineatura ostentata delle soggettive che si diceva, prorompono a profusione;
  • il voyerismo spioso è evidente nella natura del protagonista che guarda, molte volte col binocolo, ciò che ha attorno, finendo per sbirciare frammenti rubati che rimangono ritagli non finiti, frattaglie di una enciclopedia sconosciuta e inconoscibile;
  • una sequenza è agita come se fosse al cinema: con un pubblico che assiste a ombre su uno schermo gigante!

…sia dal punto di vista scrittorio

  • la parte centrale è tutta una sorta di strana analessi contemporanea, che racconta una non ultimata situazione alternativa se non adiacente a quella principale (sembra una roba a scatole cinesi direttamente omerica, visto che si citano altre entità classiche, dalle Parche in giù; ma anche gotica, tra Mary Shelley ed Emily Brontë);
  • la risoluzione si ha con un allegorico intreccio cronologico, col tempo chiamato in causa direttamente, tra orologi con lancette che non riescono a ultimare la loro corsa, scorrimenti all’indietro alla Truffaut, e riprese in avanti velocizzate di un tempo centrale che non si apprezza né carpisce…
    sembra Carlo Rovelli che incontra Ordet di Dreyer!

Un film non facile, crudo, puzzolente e cattivo, crudele, impossibile da seguire e apprezzabile solo se ci si perde al suo interno, negli anfratti degli infiniti particolari visivi, nei miliardi di marionette, negli innumerevoli innuendo culturali da scovare, nascosti, in tutti gli angoli del frame

…con i titoli finali affidati alla Gassenhauer di Orff/Keetman (nelle Musiche per la Resistenza), a ricordarci la coazione a ripetere maligna dell’esistenza, dello sguardo e, magari, della stessa narrazione e dello stesso cinema tout court

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