«Il Macello» di Mattioli/Donzelli al Materia Prima Festival

Là dove Gordon Craig (la mia figura teatrale preferita, vedi Regia regia) cercò di realizzare una scuola di teatro, dove mettere in pratica le sue idee sugli screens scenici e sulla Über-Marionette (scuola spentasi a causa della Prima guerra mondiale), ovvero l’Arena Goldoni, oggi Goldoni Spazio Eventi, il Materia Prima Festival 2025 va avanti con uno spettacolo operaio (come Bidibibodibiboo: anche stavolta c’era il presidio della GKN) e di monologo scenico (un po’ come Affogo)…

Un operaio del macello (si suggerisce, ma non è mai palesato, che il testo si svolge in Emilia negli anni ’60: l’operaio parla un emiliano molto scuro e certi discorsi a me, sinceramente, sono sembrati più alla Metello, cioè da inizio ‘900, invece che da ’68, ma sono senz’altro io che ho capito male), ingenuo e bonario, addestrato dal nonno, si fa male a una mano (come nella Classe operaia va in paradiso di Petri) e ricatta il *padrone* di fare cause varie col sindacato…
il padrone, però, lo convince a vendergli il negozio di alimentari del fratello e di aprire una macelleria tutta “sua” (in realtà del padrone) che potrà gestire in proprio, facendo quel mestiere che tanto gli piace e che il nonno gli ha spiegato nell’infanzia, con le consuete immagini alla Novecento di Bertolucci e alla Albero degli zoccoli di Olmi (per traslato, molto traslato, anche alla Fast Food Nation di Linklater): come si ammazza la vacca, il maiale, la gallina, dove va il sangue, come si fa ad appendere le interiora, come si trattano le viscere ecc. ecc.

L’operaio, Stefano Donzelli, si muove in un piccolo rettangolo delimitato da strisce bianche, nell’Arena Goldoni usata al contrario rispetto al solito: Donzelli si muove appena sotto la galleria; in platea si fa lo spazio per gli spettatori, per cui sono stati approntati dei cuscini, le sedie per le ultime file, e il “palco” vero e proprio lasciato alla tecnica…

dalla galleria scendono le catene a suggerire il macello, e una serie di drappi di stoffa, di diversi gradi di bianco, simboleggiano oggetti e personaggi: sono ovviamente i corpi degli animali appesi, che Donzelli maneggia e muove mimando molto efficacemente i movimenti del mattatoio, ma anche evocazione del “padrone”, strutturazione dello spazio, quinte per delimitare le poche (in tutto neanche 45 minuti di show) scene del testo (scritto da Federico Mattioli)…
i drappi fanno tutto anche grazie all’acqua, che Donzelli manovra da una tanica…

Dopo l’apertura del macello da parte del padrone, l’operaio diventa organismo del sistema lavorativo: rinnega il sindacato, lavora il Primo maggio, trova il mattatoio, prima denunciato come purulenta piaga, un posto bellissimo, rinnovato dal padrone in accordo col sindacato con sistemi automatizzati, tanto da cominciare a disprezzare le lotte più estremiste che tentano di fare distruzione dimostrativa delle macchine…
L’operaio, lavorando e lavorando, concupito dal padrone, si estranea *diventando* il suo lavoro, sempre più ripetitivo, e sempre più senza senso, fino a diventare lui stesso materiale, come gli animali che appendeva, massa bestiale inerte, ammazzata solo per guadagno: lui stesso un drappo bianco bagnato, solo un corpo seminudo, per niente senzienteumano

l’alienazione porta l’operaio a ricordarsi un’ultima volta degli insegnamenti del nonno, quando la carne era importante, quando valeva qualcosa, quando l’uccisione non era gratuita ma era uno sfamarsi, ma anche allora l’operaio si ricorda di aver chiesto al nonno perché gli operai non parlano con nessuno, non solo felici, col nonno che già allora riteneva il parlare una cosa non necessaria, che si piò fare anche con noi stessi… una sofferenza interiorizzata, eterna e consumante…

Donzelli è bravo: col suo corpo “acconcia” e rievoca tutto quanto…
la musica “popolana” emiliana in sottofondo (che io mai avrei colto se non l’avesse notata un compagno di visione), mai barricadera ma dal vago sapore ambient, è efficacissima nello smuovere tutte le emozioni sessantottine di ognuno!
il gioco scenico dei drappi appesi bagnati, e il loro stare per simbolico di tutta l’oggettistica e personaggistica, crea composizioni interessanti e visivamente suggestive…

e non dura un cacchio

cosa va storto?

forse nulla…

o forse i modelli palesi (si diceva Bertolucci, Olmi, Petri, Pratolini, Linklater e chissà quanti altri) rendono l’operazione un po’ rivista?

o magari certi drammi lavorativi devono sempre essere raccontati, anche all’infinito, con il repetita iuvant perfino dei modelli più volte ripetuti (benché sempre bellissimissimi) [la roba che si diceva anche per The Substance]?

Non lo so!

sincerità:
a me un po’ di tedio l’ha suscitato…
…ma sicuramente per una buona causa!

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