Ainda estou aqui

Walter Salles (probabilmente si legge qualcosa come «sális») fa il suo ennesimo film interessantissimo ma interminabile (138 minuti sono completamente ingiustificati)

tutto sembra facile e consequenziale nel suo showing diegetico e spontaneo, come i Super8 domestici che imita (nella grana della fotografia [di Adrian Teijido] e nel tremolio della ripresa), ma si vedono, e si apprezzano, tutte le giochesse lussuose del suo cinema, tra vertiginosi giochi di specchi, immissioni semi-oniriche degli home movies pellicolari, e sbandamenti di macchina da presa che lasciano intuire il nervosismo montante delle situazioni…

con un cast ensemble di semi-esordienti giovinastri, poco più che bambini, che si interfacciano con eccellenti giovani attori (Marjorie Estiano, Valentina Herszage) e con mostri sacri della recitazione (le due “Fernande”: Torres e Montenegro), Salles dà vita a un paradiso di naturalismo spigliato e di gioia di vivere, fatto di reazioni sincere, movimenti di macchina dalle parvenze improvvisate e divertimento palpabile, lì a rappresentare un’unità familiare, un amore filiale e un’esistenza dorata nel bel mezzo del Miracolo Brasiliano del 1972: tutti sembrano ricchi, felici, capaci di smuovere il mondo, di ridere e di godersi a pieno quello che hanno…

ma il Miracolo Brasiliano del 1972, così lustro e luccicante all’apparenza, fu ottenuto a forza di cazzotti, torture e desaparecidos, che colpivano la popolazione sì a caso, ma prediligendo chi aveva fatto parte, anche in modo meramente tangenziale, della repubblica di João Goulart, la forma statale simpatizzante le nazionalizzazioni marxiste contro la quale i militari destrorsi, in accordo con Robert McNamara e Lyndon Johnson, insorsero con un cruentissimo colpo di stato che instaurò una dichiarata dittatura militare che ha governato il Brasile dal 1964 al 1985 censurando le notizie e sfruttando con le cattive il più bieco colonialismo americano, mentre chi si opponeva spariva con i sistemi consueti dei sadici al governo: spie, interrogatori torturanti, fosse comuni o rovesciamento di cadaveri in mare alla zitta mentre si fa finta che chi è morto sia, semplicemente, «andato via» con le rassicurazioni che il governo mai si metterebbe ad ammazzare la gente…

il padre della famiglia felice che abbiamo visto viene arrestato perché sospetto oppositore, con la madre e i figli a disperarsi, mentre la gioia di vivere si trasforma in ansia di lutto, in lotta per la sopravvivenza, e in sdegno per la ferocia schifosa dei militari, che colpiscono il cast ensemble all’improvviso, mentre le stesse modalità di showing, come si diceva, riescono perfettamente a rendere l’angoscia come avevano reso la serenità, che rimane per tutto il film un trauma di perdita, un ricordo insieme coccolosamente nostalgico e sanguinosamente dolente per ciò che non c’è più… gli stessi sballottamenti di macchina da presa, prima sorridenti botte di vita, si tramutano in spaventosi riscossoni di paura, e gli stessi ragazzini, prima solari giovincelli felicioni, ci mettono un attimo a sfoggiare struggenti espressioni di strazio, pena, e terrore per l’incomprensione dei fatti, che, nella dittatura militare priva di verità, verranno accertati solo nel 1997, quando quei bambini ormai sono grandi se non a loro volta vecchi

Ainda estou aqui va per le lunghe, per le lunghissime, e, specie alla fine, sembra non avere alcuna intenzione di finire, con un’ottica sulla protagonista (lottatrice silenziosa ma strenua per una verità che non riuscì a trovare neanche dopo la fine del regime nel 1985) davvero esagerata…

ma la sua forza visiva (davvero brutto che il montaggio di Affonso Gonçalves non abbia ottenuto una nomination) e la sua rigorosa etica del documento conquistano…

lo showing, così efficace nella gioia e nell’ansia, è anche un miracolo di ricostruzione di quanto è stato: l’imitazione dei Super8, la grana pellicolare e le focali equivoche, da happening, miscelate con le studiatissime prospettive specchiate, restituiscono non solo le immagini ma anche la pelle, il cuore e gli stati d’animo della vicenda, ben evidenziati dalle vere foto dei protagonisti e delle vere situazioni che lo showing ci aveva mostrato (cioè non solo si vedono le persone che gli attori hanno interpretato ma anche le foto effettive delle situazioni che il film ci ha fatto vedere): Ainda estou aqui è per la vicenda di Rubens e Euncie Paiva quello che Ed Wood di Tim Burton è per i film di Edward D. Wood, Jr.: è un cinema che rivive e riporta alla luce, riaccende e insieme documenta non tanto la verità ma le emozioni e le persone che quella verità hanno vissuto…

davvero interessante, a maggior ragione se rapportato a testi simili che si sono persi nella pura fumisteria dell’art pour l’art (vedi Roma): Salles riesce a rendere indispensabile tutto quello che inventa in ripresa, con un connubio tra visivo, narrativo ed etico formidabile…

il dramma è che la durata esageratissima annacqua gran parte del ritmo, tutt’altro che serrato, e crea una stanchezza controproducente anche per l’ammonizione etica di chi vuole la stabilità e la crescita economica tanto che per ottenerle è disposto a uccidere, censurare e torturare proprio mentre fa finta di non farlo…

davvero non male la musica percussivamente pianistica di Warren Ellis…

Le mie stesse impressioni le ha avute Sam Simon!

5 pensieri riguardo “Ainda estou aqui

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  1. Non ti avevo ancora letto… ma effettivamente c’abbiamo visto più o meno le stesse, cose! X–D

    Ce ne fossero film così, anche se ha dei difetti sono felicissimo di averlo visto e che esista, tra l’altro ha avuto anche un certo successo, speriamo lo veda più gente possibile, che il fascismo è tornato troppo di moda ultimamente. :–(

  2. Non ho visto questo film, ma negli anni ’70, anche se giovanissima, ero molto informata su quanto avveniva in Brasile perché alcuni miei amici erano missionari in Amazzonia. Poi sarebbero venuti il Cile, l’Argentina…

    1. C’è tutta una scena in cui la figlia studente a Londra sa tutto dei soprusi dei militari ma loro non sanno nulla perché da loro la stampa è silenziata!

      1. Ricordo che in Italia erano disponibili delle pubblicazioni che si chiamavano Quaderni Asal e che parlavano di tutto quanto accadeva in Brasile e negli altri stati latino americani

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