È un film del 2023 che esce solo oggi in Italia, grazie a Vertice 360, dopo uno scontro bello grosso tra i filmmaker e i produttori, cioè coloro che hanno ereditato il marchio Miramax dopo una serie di compravendite (lunghe da riassumere: Miramax è gestita dai fratelli Weinstein, ma con frequentissimi accordi di distribuzione con Universal e Fox, dal ’79 al ’93; dal ’93 al 2005 è gestita quasi completamente dalla Disney, con gli Weinstein che, stanchi delle ingerenze disneyane, nel 2005 se ne vanno e fondano la TWC Weinstein Company, che ha distribuito quasi sempre con quel che rimaneva della Metro-Goldwyn-Mayer fino alla chiusura nel 2018; dal 2005 al 2010 è semplice marchio delle coproduzioni Disney, con sempre meno soldi coinvolti; dal 2010 al 2019 fa parte di un conglomerato del Qatar che non è riuscito ad acquisire i diritti dei tanti successi del marchio fatti dagli Weinstein [successi spesso fatti “con le cattive”], che hanno venduto a una sorta di loro good company dalla quale si sono tenuti alla larga dopo il #metoo del 2017; e dal 2019 è controllata a metà tra il conglomerato del Qatar, la beIN Media, e la rediviva Paramount, rinverdita dagli acquisti di Viacom e CBS riunite)…
la Miramax, cioè il CEO Bill Block (uno che era agente delle star e che è riuscito più di una volta a piazzare successi con mini-major, tipo la Artisan, o con business da lui egemonizzati con soldi trovati in ogni dove, dai farmacisti indiani alle università private di Hong Kong), in Miramax dal 2017 (è quindi sopravvissuto all’ingresso in gestione della Paramount nel 2019), promise al regista JT Mollner (un rampollo di una famiglia che si occupa di parchi giochi intorno a Las Vegas, e che dopo qualche cortometraggio si è fatto conoscere con un solo altro film molto apprezzato dalla critica, il western Outlaws and Angels) una carta bianca che, una volta visti i giornalieri, tentò in tutti i modi di togliergli…
Mollner aveva scritto un qualcosa di controverso, da girare in pellicola 35 millimetri con l’aiuto dell’attore Giovanni Ribisi, molto appassionato di fotografia cinematografia, che donava la sua attrezzatura a Mollner, impostato su una narrazione non lineare…
Block impose tagli al già risicato budget (cosa che ha fatto annullare una sequenza ambientata tra le rapide di un fiume), cercò di mettere bocca nel casting e lottò come un leone per montare il film in modo consequenziale…
Non si sa come, Mollner è riuscito a convincere gli assistenti di Block a concedergli un test screen con il montaggio non lineare: l’esito positivo di quel test ha fatto concedere a Block la distribuzione del film così come lo voleva Mollner, tramite il vecchio magnate della TV (e convinto creazionista) Bob Yari…
Uno sforzo produttivo non da poco…
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per un film che è effettivamente scritto benissimo, è sempre capace di sorprendere, e conduce bene un discorso di spettacolo con una coerenza davvero da ammirare…
- la grana visiva della pellicola di Ribisi splende per idee e sapienza di realizzazione;
- l’impasto sonoro-musicale (di Craig DeLeon e Matt Aberle, con le canzoni bellissime di Z Berg e due notturni di Chopin, l’op. 9 n. 1 e l’op. 55 n. 1, per cui è attribuito Matthew O’Malley al pianoforte) è ficcante;
- il montaggio (di Christopher Robin Bell) intrippa e angustia, con la visione malata a inframezzarsi all’improvviso nel visivo;
- la recitazione (su tutti la protagonista Willa Fitzgerald: lussuosi gli inserti di Ed Begley Jr. e Barbara Hershey) è di eccellentissima qualità;
- la sceneggiatura, intrecciata senza consequenzialità, desta interesse e contribuisce all’angoscia…
a livello di scrittura, Mollner amministra bene
- una storia non facile in cui la cattiva è la donna;
- un tono ironicamente sardonico molto critico con le politiche automatiche di rilevamento della vittima nella donna;
- un’atmosfera angustiata e disturbante sulle cattiverie che si vedono sullo schermo…
…cade nei consueti rovesci della medaglia di questo genere di film
- chi te lo fa fare di vedere il mondo visto dal punto di vista del serial killer ancora una volta (vecchia domanda di questo blog, vedi, con riassunti gli altri post sull’argomento, The Shards)?
- chi te lo fa rifare, di nuovo, un Angst (’83) al femminile?
- quale senso ha il criticare l’approccio alla vittima della polizia?
…malgrado i quali riesce
- forse, a non cadere nell’emulazione del cattivismo della Casa di Jack;
- a non ammorbarci più di tanto, grazie ai soli 96 minuti di durata (merito di Block e della sua volontà di tagliare la scena sul fiume!);
- a svicolare il problema della ridicolizzazione non voluta delle donne vittima di violenze facendo fermare ogni cosa proprio a una donna;
- a rendere bene l’idea di una malattia, grazie al montaggio demoniaco a sporcare le allucinate immagini di Ribisi, intrise di cromatismo feroce, di focali stramboidi, di lens flare spesse e corpose, come solo la pellicola riesce a ottenere, creando un impasto di emulsione davvero degno di un horror anni ’70…
ma proprio a causa dei suddetti rovesci
- risulta un po’ rivisto, nonostante le indubbie sorprese (la divisione in capitoli non lineari è troppo tarantiniana);
- appare troppo sadico, perfino adombrando una sorta di “compiacimento”;
- finisce con la riflessione che c’è, ma è un po’ la solita di tutti i film, stanchi, sui serial killer: quella secondo cui la società è malata e marcia e c’è poco da fare (e l’amore è malsano, e siamo tutti potenziali killer perché ci piace il sesso violento, e qualsiasi fiducia viene tradita, e la legge non serve a niente perché uno furbo la elude sempre e bla bla bla)…
…cioè, come molti horror odierni, fa vedere la superficie di una critica sociale, o di una riflessione sulla masterfiction, ma poi si balocca nel solo essere un film di serial killer, ben fatto quanto inutile…
…sempre meglio che niente, certo…
e sempre meglio di un film di serial killer che invece si crede chissà che (i.e. von Trier)
ma alla fine mi è rimasto un po’ un senso di ottimo know how applicato bene solo fino a un certo punto in una storia bella che però sfocia un po’ in nulla…
…ma l’interesse me l’ha destato assai: e spero in una crescita di Mollner adatta a fargli parlare «di qualcosa»…
parliamoci chiaro: se fare di più, per Mollner, vorrà dire scadere nel pretenzioso e nello sputa sentenze, allora è meglio fare i film di genere fine a se stessi come questo, tutti fabula e intreccio apposta per disgustare e aizzare la catarsi sadica di chi vuole provare schifo e terrore…
perché schifo e terrore, Strange Darling te li conferisce a profusione, con smagliante classe visivo-narrativa… e chi cerca quello, è bene che lo trovi qui invece che in una pellicola analoga che magari poi è pretenziosa e sputa sentenze…
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va bene, ok, la riflessione sull’automatismo di trovare il bene di default nella donna è ben raggiunta, ma è davvero centrata? in un mondo in cui c’è il femminicidio è davvero opportuno far vedere lo zero virgola percento in cui la donna è stronza?
boh…
forse…
magari Strange Darling mi è piaciuto di più di quanto sia disposto ad ammettere, anche se le tante scene di ammazzamenti e di tortura non fanno parte del mio gusto…
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perché, forse, il film mi è piaciuto, ma appartiene a un genere che, probabilmente, non è il mio genere…
e sì, la critica verso le donne stronze è leggermente risolta in malattia, ma magari non è risolta davvero…
oppure questo film mi è piaciuto davvero e me ne vergogno!
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