The Brutalist

Come annunciavo nel commentino alle nominations, avendo visto Vox Lux, il precedente film di Corbet del 2018, partivo assai prevenuto…

…e naturalmente avevo ragione…

e molta dell’antipatia preventiva per questo film mi è anche derivata dalla esagerata stampa favorevole, che, come per il Nosferatu di Eggers, esaltava tantissimo la τέχνη, con tanti peana che possono entusiasmare solo gente appassionata di partita doppia («è costato 3 lire ma sembra che sia costato 200 miliardi!»: roba che per chi è cresciuto ai tempi della pellicola, con Dark Star di Carpenter, con Evil Dead di Raimi, con i film autoprodotti di Werner Herzog, o con Deliria di Soavi, fa veramente sbellicare dalle risate… la mia anagrafe ormai parla chiarissimo)

ma esagero, perché The Brutalist non è tutto una merda…

effettivamente la sensibilità visiva di Corbet (che sembra si pronunci alla francese, Corbé, ma non voglio crederci) rende le scelte cromatiche, scopiche e di texture visuale davvero interessanti…

Lol Crawley è molto bravo a ottenere un buio bluastro a “recitare” l’oscurità (là dove Blaschke aveva puntato tutto sul nero nero in Nosferatu: il loro scozzo per l’Oscar alla fotografia è senza esclusione di colpi) e impreziosisce di visuali sghembe ed ellittiche (con la macchina che rifiuta di far vedere l’azione) i suoi non rari movimenti di macchina, vere e proprie turbolenze telluriche e accattivanti (e mirabolanti nelle scene ambientate nelle cave di Carrara) all’interno di un prevalente découpage classicissimo: meglio fare così, arricchendo il classico, invece che buttarla totalmente in caciara come Blonde, o truccare da avanguardia il vieto come Poor Things

questo tipo di showing, sicurissimo ma ogni tanto deturpato di incerto e di obliquo, aiuta molto la iperbolicamente ambiziosa e macignosamente letteraria sceneggiatura di Corbet, e della sua quasi moglie Mona Fastvold, a venire fuori…

una sceneggiatura completamente sfiancata dalle manie tematico-estetiche di Corbet, quelle di Vox Lux

nella traboccante e stancante quantità ignominiosa e non necessaria della carne al fuoco forse funzionano:

  • le tematiche politiche contro lo sfruttamento, i riccastri e il razzismo:
    • la caratterizzazione di Guy Pearce è ottima: umorale danaroso e attratto e insieme disgustato dall’artisticità di Brody, è incline a insultarlo perché è straniero, a tenerlo con sé come un servetto e a scaricarlo solo per capriccio…
    • Brody sa di non poter sopravvivere in USA, in quanto straniero immigrato, senza l’attaccarsi a un deficiente come Pearce, con tutto il dramma personale che ne deriva: il dominio dell’uomo sull’uomo è incontrastato e depressoide in The Brutalist e lo si sente tutto…
  • il problema ebraico:
    • dove non riesce l’impecoronimento col riccone, arriva la fratellanza religiosa a fare la funzione della solidarietà umana, finché non diventa anch’essa motivo di divisione: al momento dell’ondata dell’Aliyah degli anni ’50-’60, anche gli ebrei si dividono tra ebrei degni che vanno nell’unica patria “possibile” per loro e gli altri considerati miscredenti perché non obbediscono al folle diktat della sognata terra promessa… con poche battute, Corbet e Fastvold esprimono bene questa congiuntura storica…
  • la mancanza di chiarezza del passato:
    • come nella Torre di Tellkamp, gli snodi dell’emigrazione dal Reich di Brody, e il perché Jones e Cassidy siano rimaste in Ungheria, rimangono nello sfocato: lì per lì la cosa acchiappa…
  • i parallelismi con l’oggi della propaganda di salute della società americana:
    • gli spot nazionalistici della Pennsylvania sottolineano l’ipocrisia di un mondo che Brody percepisce invece molto marcio
    • Guy Pearce smaschera quegli spot come incarto luccicante di un paese razzista e classista…
  • il fatto che tutto possa essere un’allucinazione di Brody:
    • il fatto che Nivola rimproveri a Brody cose che noi non abbiamo davvero visto fare a Brody, e lo rimproveri, anzi, dopo che Brody sembra non aver fatto altro che obbedire a Nivola, fa pensare a un sistema di switch alla Pyramid di Golding: come se quello che vediamo fosse la versione di Brody di cose che gli altri hanno invece visto diverse… l’ingresso di Felicity Jones, dalla metà del film in poi, rafforza questo sospetto che, però, per fortuna, non viene risolto (se non malamente, come vedremo, nel finale)…

ma non reggono:

  • le morbosità sessuali:
    • la violenza di Guy Pearce a Carrara risulta quasi solo casuale: forse dichiaratamente sognata o inventata, in ogni caso appesantisce tutto il discorso politico contro i riccastri molto ben detto nella prima parte: un peccato…
  • la indesiderata insistenza sulle dipendenze:
    • che Brody si faccia di eroina con de Bankolé è da una parte troppo insistito e dall’altra del tutto ininfluente sul resto del film…
    • quando la cosa si estende anche a Felicity Jones, in una sequenza vana, il latte è già tutto alle ginocchia…
  • le anse di trama inutili come i depuratori dell’acqua che si attaccano ai doccini dei lavelli:
    • nonostante l’introduzione dell’obliquità di switch trameschi, la parte di Nivola lascia completamente il tempo che trova: si poteva far conoscere Brody a Guy Pearce in modi più brevi e sintetici…
    • l’incidente con il treno e la pausa di anni al cantiere è a dir poco pleonastica…
  • le numerosissime sequenze di lettere scritte e di voci-pensiero nelle sfoggiate lingue del mondo:
    • alla terza voce fuori campo, tra ungherese e yiddish, che illustra una lettera scritta con un’interminabile sequenza graffa, non possono non girarti i coglioni: ti viene da esclamare che quelle cose funzionano, forse (a meno che tu non ti chiamo Sandro Veronesi o Rosella Postorino), in un testo scritto, in un romanzo, non in un film!
  • la pesante divisione in capitoli: anche quella andrebbe bene per un libro…
  • il traslare l’allucinazione da Brody a Raffey Cassidy, nell’ennesimo doppio ruolo per Corbet (è sia Zsofia sia sua figlia, così come in Vox Lux era sia Portman da giovane sia la figlia di Portman), quasi rovina ogni cosa:
    • l’ultimo shot affidato a lei scimmiotta male l’ultima scena dello Stalker di Tarkovskij, ereditandone l’ambizione, ma, come sempre si fa giocando coi fiammiferi dei grandi, senza cognizione di causa ma solo con spirito imitativo, si finisce per bruciarsi (e basta vedere Call me by your name per capire questo)…
    • finisce che gli switch carini a suggerire che della ‘zienda conosciamo solo la campana di Brody, che potrebbe solo sognarsi o inventarsi traumi e storie per mantenersi (anche la violenza subita da Pearce), oppure non facendolo, lasciandoci tutti nel dubbio intrigante, vengono rovinati dalle storie inventate da Cassidy (e dalla sua incarnazione adulta che è Labed) sulla poiesi degli edifici di Brody, con un trasferimento di funzione della tematica del sognato e dell’inventato troppo repentina…

e lo scopo totale, come in Vox Lux, sfugge…

tanto sforzo per dirci tanto, ma cosa per davvero?

rispetto all’accumulazione di Emilia Pérez, The Brutalist ha dalla sua una maggiore capacità di farci restare svegli grazie al suo showing così ancorato alla confusa sceneggiatura, ma quella confusione alla fine si mangia anche quello showing

perché ce ne debba fregare qualcosa della storia forse inventata (da Brody o da Cassidy) per giustificare il lavoro architettonico non è dato sapere…

per cui di quella storia ci restano frammenti di contesto (le questioni politiche della dominazione dell’uomo sull’uomo e della discriminazione), felici baluginii di intreccio (gli switch di senso e il dubbio che tutto sia falso), e fascinose soluzioni di showing per illustrare molto bene quell’intreccio…
ma ci inzaccherano assai le 4 ore totalmente ingiustificate e l’ostentazione odiosa del retro (e la VistaVision, e l’ouverture, e l’intermission: proprio tutto in ossequio a come si stava in sala negli anni ’50-’60 dei Dieci comandamenti e di Lawrence d’Arabia: puro compiacimento dei nostalgici del menga: ai comuni mortali restano solo i coglioni ingigantiti)…
…con un senso recondito che tarda ad arrivare, anche dopo 4h…

la morale che l’importante sia la mèta e non il viaggio forse giustifica le presunte invenzioni di Brody e Cassidy sull’ingigantire il genio di Brody, ma un Brody stra-drogato che si inventa tutto rischia di finire, come in Saltburn, il povero che minaccia il ricco, con un film che diventa di invidia sociale invece che sul ricco che sfrutta il povero… e quindi il senso di fallimento dell’operazione è dietro l’angolo…
e se si voleva fare della violenza di Pearce qualcosa di effettivo, visto che viene anche agita con battute veramente chiare sulla prevaricazione classista e sul povero che in realtà vuole essere sfruttato, con la sodomia facente funzione della metafora di dominio scoperta (in un senso, però, che neanche Sergio Leone era riuscito ad amministrare granché bene in C’era una volta in America), allora la si poteva mostrare in ben altri modi invece che con l’obliquità dell’allucinazione intossicata (e l’uscita di scena di Pearce, inspiegata, suggerisce non solo l’invenzione della violenza ma supporta anche il non calibrato trasferimento di fabbricazione di Cassidy)…

Come sempre si dice ultimamente (anche in The Return e in Babygirl), se tutte le interpretazioni finiscono per contraddirsi o annullarsi a vicenda, allora, dopo 4 ore, puoi anche dichiararti irritato invece che estasiato da tutta la τέχνη che, tutta quanta e tota pulchra, non è riuscita a produrre un senso vero che sia uno… e sicché era pulchra davvero se alla fin fine non serve a niente?

e se i sogni sono troppi, tanto che annullano la trama, allora sono sogni fascinosi o solo pinzillacchere?

boh

mah

non si sa…

con l’aggravante che Corbet è davvero convinto di farci vedere immense verità bellissime, ed è tutto contento della sua τέχνη…
non arriva alle vette di megalomania dei soliti Zemeckis, Villeneuve, Lanthimos, Eggers ecc. ecc., ma la sua sicumera non aiuta a far uscire The Brutalist dalle secche di stanca che vanificano anche le sue componenti più buone…

stupenda la musica di Daniel Blumberg, basata su sole 4 note, usate davvero come materiale da costruzione: mattoni che si combinano e turnicano in ogni dove nel soundscape della partitura, fatta di rumoretti, elegante pianoforte classico improvviso, pianoforte preparato, imperiosi ottoni e suoni ottenuti in studio, con sonorità che somigliano alla baracconaggine di Mauricio Kagel e alla svarioneria a orologeria di Stockhausen…
da sola non si ascolta bene, e si sente anche poco nel film, ma c’è ed è un contributo eloquentissimo all’intreccio quanto la fotografia di Crawley: quando si riescono ad afferrare le 4 note di impostazione qua e là, nei nodi di trama più seri, l’effetto sensoriale è efficacissimo!

tra le tante ispirazioni architettoniche, la parte del leone la fa Marcel Breuer…

alcuni membri del primo cast (che era composto, tra gli altri, da Joel Edgerton, Marion Cotillard, Mark Rylance e Vanessa Kirby), poi sostituito dopo la pandemia, sono rimasti nei ringraziamenti finali…

le polemiche sulla AI usata per fare gli accenti ungheresi e per far apparire anni ’80 gli schizzi di Brody, e integrarli nel girato, non sono per nulla peregrine, anche se provengono da un’industria che poi osanna come capolavori i film tipo Il re leone finto o quella puttanata di Here

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑