The Return

Mi sono molto divertito a sentire Robert Eggers che giustificava l’improbabile aspetto del suo Nosferatu in un’intervista… ha confermato tutti i pregiudizi che ho su di lui e sulla gente come lui…

Eggers, candido, ha detto che non ha voluto fare la classica figura del conte, alla Polidori o alla Stoker (vedi anche Christabel), perché si è basato sul folklore: sembrava anche che sapesse di cosa stesse parlando…

il folklore, pensavo, intercettato da gente come Gógol’ (nel Vij), che, effettivamente, trascrive uno zombie invece che un conte?

no no…

Eggers ha aggiunto che il folklore è quello che hanno lasciato scritto le persone di un tempo «che credevano davvero nei vampiri»… e ha tirato fuori un bel pezzo di carta di chissà quando (del Cinquecento? boh), di chissà dove (sloveno?), in cui c’era scritto qualcosa sui morti tornati dalla tomba che succhiano il sangue…

basandosi su quel pezzo di carta, Eggers ha fatto il suo Nosferatu

ed era convintissimo di farlo in accordo a quanto lasciato scritto da chi nei vampiri ci credeva davvero…

perché, è ovvio, lo sanno tutti, che se uno scrive una cosa è evidente che ci crede… le storie inventate non esistono mica scritte su carta: se uno scrive su carta, scrive le cose a cui crede fermamente: sicuro!

ed è ovvio che se uno solo, che descriveva un vampiro, ha scritto su carta, allora non solo ci credeva lui ma anche chi leggeva, e si può tranquillamente concludere che nel Cinquecento tutti credessero nei vampiri, ma certo!

perché è così che fanno i fondamentalisti: leggono un pezzo di carta di chissà quando e di chissà dove e concludono che quel pezzo di carta, singolo e solitario, sia la verità non solo di quel chissà quando e di quel chissà dove, ma sia la verità tout court

succede anche a noi, vero?

se uno, in un romanzo scritto su un foglio di carta, dice di stare aprendo una porta vuol dire che la sta aprendo davvero: e la parola porta basta per tutte le porte di tutti i tempi…

se dico porta è ovvio che ho davanti un rettangolo di legno che ha una serratura che si apre con la chiave: sicché se apro una porta ho con me anche la chiave, per forza…
è scritto sul pezzo di carta, sicché è così, è così sempre e comunque…
c’è scritto, dé!
perciò non esistono porte senza chiave… non sono mai esistite…

anche le carrozze: si sa tutti cosa è una carrozza, quindi non c’è bisogno di dire che la carrozza è tirata da un cavallo, mai: si sa, è ovvio… e se leggo carrozza dovrò intendere la carrozza tirata da un cavallo dappertutto, in ogni dove e in ogni tempo, perché è così: c’è scritto!

Eggers è così: ha letto un bel pezzo di carta, l’ha ritenuto vero e ha ritenuto che quello che c’è scritto fosse sufficiente a essere compreso oggi, in Germania, anche se era stato scritto magari nel Cinquecento e magari in Slovenia: perché il folklore inteso come lo intende Eggers è questo: è quello che si ottiene semplicemente leggendo ciò che è rimasto su carta: come no…

difatti la gente non cantava nella Slovenia del Cinquecento: non hanno scritto la loro musica, quindi non cantavano!
e parlavano latino: non hanno lasciato granché documenti in sloveno, quindi lo sloveno non esisteva ancora…

…e da qui all’eternità della cazzata…

Uberto Pasolini fa così con l’Odissea

l’eroe ritorna dalla guerra e fa strage dei pretendenti della moglie, rimasti lì 10 anni a importunarla: nessuno l’ha picchiata o violentata, no: perché dovevano pazientemente aspettare il ritorno dell’eroe così da venire ammazzati da lui: verosimile…

la regina che tesse di giorno e disfa la tela di notte: non è metafora di narrazione, no no: Penelope tesseva davvero! sicuro!

ancora Penelope che, per ripicca archetipica, nonostante la prova dell’arco superata e l’uccisione dei molesti pretendenti, apparecchia per il marito l’ulteriore prova del letto di legno: è effettiva diffidenza e non sono prove di racconto (le eterne difficoltà da superare precipue dell’epica che l’Odissea inaugura): ma certo!

e via dicendo

Rispetto a Eggers, Pasolini ha almeno la decenza di durare meno (si mantiene entro le 2h anche se di soli 5 minuti), e di non credersi ‘sto cazzo: il suo è un film piccolo, fatto di piani fissi, paesaggini semplici, dalla grana quasi televisiva, che nella sua idea di Dark Age non sbraca nel melmoso decotto di Eggers o Kurzel, e si mantiene in un archetipico del barbarico trovarobato tra Terry Gilliam (il Jabberwocky, 1977) e Orson Welles (il Macbeth, 1948), un po’ ossequiando la tradizione italiana (i soldi sono della RAI) di Franco Rossi (la classica Odissea del 1968)…

come Eggers ha problemi di know why: perché narrare la Mnesterofonia dell’Odissea oggi, nel 2025?

quella che fa vedere è una strage inconscia, come quella del Bhagavadgītā?
quell’eroe deve ripulire la patria dalla violenza dopo le ingiustizie della guerra?
i Proci sono incrostazioni psicanalitiche di orpelli di violenze rimaste nel soldato tornato?

Pasolini non sa dirlo e opta per una strage vera e propria, da cui la Penelope di Juliette Binoche (per la terza volta compagna di vita di Ralph Fiennes nei film, dopo il Wuthering Heights del ’92 e The English Patient del ’96) esce anche un pochino schifata…

Odisseo ha fatto la guerra a Troia a 30-40 anni, e a 50-60 anni deve rifare la guerra in casa perché così è la vita; le esortazioni di Penelope alla pace, oltre che per niente chiare (forse vuole che i Proci semplicemente se ne vadano, da soli?), sono viste come ingiustificato “collaborazionismo” con i Proci; ma, finita la strage, la componente inconscia della pace ritrovata, nel sangue che scompare nell’acqua chiara, rientra dalla finestra…

Pasolini crede nella metafora psicanalitica o no?

Boh

Certi snodi, con i sudditi fedeli a Odisseo (tra cui Claudio Santamaria) che devono arrangiarsi a fare una sorta di congiura che sembra una timida guerriglia (leggero accenno ai grandi esempi eschilei e sofoclei sul regno di Agamennone, nelle Coefore e nell’Elettra, con la povera gente restia ad esultare per il ritorno di Oreste perché ancora non si sa se egli “vincerà” e quindi essere sorpresi a inneggiare a lui, se il regno rimane di Clitemnestra, vuol dire morire), non si sa se sono gustosi o se sono semplicemente fatti e messi lì a bilanciare un didascalismo di scuola autenticamente ritrito: c’è tutto quello che si studia fin dalle elementari, da Argo a Euriclea che riconosce la cicatrice, senza flashback ovviamente, perché nessuno si è dato la pena di leggere davvero l’Odissea, né Erich Auerbach, e quindi non compare, ovviamente, neanche la mutaforme voce di Atena a fomentare la Mnesterofonia: sia mai che, davvero, si parli di psicanalisi (con Atena, finta, che interviene, non vista, nell’azione, segno effettivo di inconscio) invece che di violenza vera…

…perché di violenza il film vorrebbe parlare, perdendosi in una lentezza noiosa da fiction di Rai1, assolutamente tormentata e indigesta, che proprio quella violenza vorrebbe mungere

senza l’inconscio, che spunta alla fine in modo malmesso, Fiennes sembra voler essere il soldato che non può fare a meno di uccidere, in un film che è bravo a non incensarlo (come invece succede in Northman), e che spende tantissime parole contro gli orrori guerreschi, gli stupri e i crimini contro l’umanità perpetrati, ma che, nel contempo, illustra una strage di Proci bradipesca e brutale, che casca dall’alto come un destino…

Pasolini vuol dire che puoi voler fare il pacifista come ti pare ma tanto, di fronte agli invasori pazzoidi che ti insediano la moglie, l’unica cosa da fare è comunque ammazzarli tutti?

e solo dopo che hai ammazzato tutti finalmente sei inconsciamente liberato dalla violenza?

mah…

non era meglio lasciare tutto come enorme elaborazione del lutto che si faceva metanarrazione, come era nel 780 a.C. (con Odisseo che per emendarsi dagli orrori di Troia, per i quali non fa altro che piangere, cade da un sogno di violenza subita all’altro, dai Ciclopi alle Sirene ai Lestrigoni, diverse anche scriteriate sue colpe, come la profanazione delle vacche del sole o la scarsa prudenza nel custodire gli otri dei venti, finendo per nascondersi in non luoghi come quelli di Circe, dell’Ade, di Calipso, nascondimento per eccellenza, e di Nausicaa, da cui intreccia complicaterrimi “racconti nei racconti”, stampo di tutti, da Ovidio in poi: un emblema della sublimazione della natura fallace e colpevole dell’uomo in psicanalitica catarsi narrativa), invece di prendere tutto sul serio?

che poi sul serio manco la prendi davvero, perché la componente inconscia la fai vedere lo stesso, con il minimalismo della messa in scena e l’immobilismo della macchina da presa (a suggerire quasi uno spettacolino autoprodotto), e l’elaborazione del lutto la fai sentire lo stesso nei monologhetti dell’amletico Fiennes (tutti impegnati, e con ragione, a dissacrare la figura del soldato)…

sicché quale era lo scopo?

mostrare il complicato di certe situazioni?

affermare che come fai, fai comunque male?

è possibile: ci sta… ma allora perché non accennare alla profezia di Tiresia, che, ok, prevede la Mnesterofonia (e di quella profezia, Odisseo si scorda: mentre la agisce, Odisseo teme perfino di non farcela, benché Tiresia gli abbia predetto il successo; e, a voler essere pignoli, Atena, sotto mentite spoglie, aveva già detto a Telemaco di dover uccidere i Proci nel primissimo libro dell’Odissea: che ‘sta strage sia narrativa e inconscia, invece che etnografica e vera, è ribadito più volte da Omero), ma anche la vecchiaia lieta di Odisseo, finalmente pacificato per le sue malefatte perché ha convertito alla pace (cioè a Poseidone) anche popolazioni remote (che mangiano cibo senza sale e non conosco il mare, né i remi né le navi): una profezia che vede lo sterminio dei Proci come catarsi… una strage dei Proci che appunto sarebbe mezzo di pacificazione e non fine di pacificazione: una “strage” inscenata nella mente che sta per un segno che, qualche cosa, forse, la si azzecca se si sa cosa fare e cosa pensare (dopo l’elaborazione metanarrativa simbolo di autocoscienza: non scordiamoci che sia dai Feaci sia appena giunto a Itaca, Odisseo sente storie che riguardano lui stesso, oramai mito di se stesso, cioè un Odisseo oggetto di analisi che lui, nel suo Io, deve accettare o rifiutare [alla storia dai Feaci, che narrano delle sue violenze, piange; alle storie a Itaca quasi ride: le due facce della coscienza])

boh…

sicuramente è un film che è una lungagnata noiosissima, dalla messa in scena para-televisiva, che lascia scontenti, perché con questa impostazione di incertezza e di maanchismo sistematico, che dice quasi «la guerra ci tocca purtroppo farla anche se siamo contrari, altrimenti avrebbero vinto i Proci», risulta antipatico…

appellarsi al fare la guerra personale basandosi sull’Odissea è come i novax che tiravano fuori la Shoah per contrapporsi al Green Pass…

o come quelli che additano Orwell per giustificare qualsiasi complottismo…

prendono una cosa alla lettera e la traslano in un sistema che a quella lettera non partecipa ma manco per il ciufolo!

Pasolini evita, sì, tante di queste aporie, ma non ne esce davvero indenne completamente (andrà a finire che si farà un film su Odisseo che ha pietà per Polifemo perché poverino, ma che poi lo ammazza lo stesso perché i mostri si ammazzano perché così è da che mondo è mondo e c’è poco da fare, anche se quei mostri sono semplicemente omosessuali o disabili)…

perché, ribadisco allo sfinimento, come Eggers, Pasolini prende un qualcosa di complicato e ne osserva solo la lettera: una lettera universale e astratta, che non vuol dire niente senza contesto, e, soprattutto, non vuol dire niente se è trattata come particolare e concreta…

Molto interessante, nonostante tutto, la musica di Rachael Portman…

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