Uno sfracellamento di coglioni che la metà basta…
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Come detto in Maria by Callas, io non sono un callassista…
Larraín, al terzo film di fila di questo tipo (dopo Jackie, che, almeno, scopriva un linguaggio, e dopo Spencer che manco ho visto: sarebbe anche il caso di cambiare un po’… benché, se per cambiare si deve fare un rigurgito come Ema, allora è meglio rimanere su queste biografiette pallose e interessanti come la ripresa di una chiocciola che mangia la lattuga), si perde nella leggenda della Callas, della cantante per cui l’arte e il canto sono amore e morte, passione e struggimento, sia perno per continuare a vivere sia maledizione di scompensi, di traumi passati, di sentimenti traditi e calpestati, poiché solo se si soffre si fa vera Arte: il vero e grande fraintendimento dei frustrati, magari cristiani, convinti che si stia meglio quando si sta male a contrirsi invece che quando si sta bene…
Una Callas come un personaggio di E.T.A. Hoffmann (la Antonia dell’opera di Offenbach, plasmata sulla Kreisleriana): immagine che lei stessa si costruì e cavalcò per mascherare la sua fragilissima psicologia, dovuta alle angherie della madre e ai soprusi maschilistici di Onassis, che la masticò e la gettò via come un oggetto, a lei che nel di lui amore, e nel di lui denaro, era cascata come le scarpe…
Non si sa se credere a quel che il film racconta, o a quello che vorrebbe raccontare…
come per Maestro, non siamo davanti a un film di documento: il personaggio biografizzato è l’immagine di quel personaggio, è l’idea che ne hanno avuto i posteri, è l’impressione di una costruzione monumentale fatta per piacere… e infatti non ne viene fuori un film di conoscenza e di critica, ma viene fuori una malposta celebrazione di chissà cosa, che dice e non dice le cose anche stranote della Callas…
come avviene anche per quel macigno di Blonde, chi non ne sa niente della Callas continua a non saperne niente e chi ne sa qualcosa rimane confuso dalle fake news che costruisce la sceneggiatura, mediante processi alle intenzioni, mediante bugie belle e buone e mediante invenzioni inverosimili come una banconota falsa… naturalmente non si dice niente dei rapporti, spesso tumultuosi, di Callas con Rudolf Bing o Carlo Maria Giulini o Gianandrea Gavazzeni o Antonino Votto, della controversa collaborazione con Walter Legge, del ruolo di Titta Meneghini alla costruzione del mito, degli zampini di Tito Gobbi o Giuseppe Di Stefano nel consolidamento dell’immagine, delle sbandate assurde per Zeffirelli o Pasolini, delle vere imprese creative con Victor de Sàbata (con lui, Callas fu forse una delle primissime a cantare il Macbeth di Verdi con cognizione di causa, nel ’52, ruolo che poi non ha più affrontato), Herbert von Karajan (che gli ha fatto fare alcuni tra i suoi dischi più veri, al di là dell’industria), Georges Prêtre (che fu un po’ lei stessa a imporre alle case discografiche a metà anni ’60) e Leonard Bernstein (insieme fecero due strepitose recite alla Scala: Sonnambula e Medea di Cherubini, ’53 e ’55, tra i successi più felici di Callas), della rivalità non solo con Tebaldi, più che altro supposta, ma anche con Leyla Gencer, magari con Anna Moffo, con le più giovani Elena Souliotis e Mirella Freni (pronte ad approfittare delle sue assenze ingiustificate per mietere consensi mondiali sfoggiando freschi fraseggi rispetto ai suoi ormai logori), o con la più agile Fiorenza Cossotto… nulla…
Larraín mette sì le carte in tavola dichiarando di stare girando un film, coi ciak in bella vista e con le visioni che spariscono e riappaiono a favore di pubblico, ma al contempo opta per uno stile quasi iperrealistico di ricostruizione sterile del periodo e del décors, posto davanti a una macchina da presa odiosamente lenta (e non lenta come Tarkovskij, che è lento significante: Larraín è lento e basta, quasi per sfoggio dei soldi spesi per ricostruire le statuine e le boccettine specchiate dell’appartamento parigino), che spacca le ginocchia a qualsiasi narrazione, e si crogiola nell’autocompiacimento di quello che Ed Lachman, Guy Dyas e Cantini Parrini hanno costruito: un film che è autocelebrazione dell’alto budget ottenuto, un po’ come Nightmare Alley…
ma le venature verdastre di Lachman, le sue saporose luci filtranti dalle finestre, le sue innumerevoli lampadine variopinte, gli specchi di Dyas e le vesti speciali (fatte senza vere pellicce) di Cantini Parrini non vanno in nessun posto, e non sono che contorno di un nulla che lambisce senza mai approfondire i problemi di Callas, di cui si accenna soltanto sia la mamma depravata sia Onassis prevaricante, senza approfondire un ciufolo, per andare al contrario dietro a una protagonista finta che mente a se stessa dicendo di aver sempre deciso lei quando invece era in potere degli altri così tanto da dover fare la divetta e scappare dalle performance all’ultimo minuto (quando non c’era neanche il tempo di trovare sostitute) per attirare un’attenzione che non ebbe mai…
e difatti è stata anche brava a costruirsi intorno un mito totalmente assoluto, il mito di un’artista anche quando Callas è stata davvero grande per pochissimi anni, con tremori vocali che, dal vivo, sono giunti molto presto: il suo era più un divismo di facciata che una supremazia tecnica (con la perfezione testimoniata, il più delle volte, con incisioni in studio): un divismo dovuto anche e soprattutto al jet set, alla ricchezza, all’ostentazione di un privilegio che ha funzionato, infatti, nell’inganno del capitalismo, quello secondo cui ognuno può raggiungere la regalità che il denaro può comprare se sa fare qualcosa ed è supportato dalle persone giuste, ignorando il fatto che, invece, il capitalismo è così

Se gli onirismi delle immaginazioni fossero stati onirismi di espressionismo, antirealistici e inconsci, allora la cosa poteva avere senso, invece le visioni di Callas, nel contesto iperrealista della messa in scena, non solo non funzionano come visioni, ma risultano perfino ridicole: gente che appare, scompare e canta e suona per strada senza che le immagini li supportino…
è ovvio che Larraín voleva fare così, e contava appunto sul contrasto tra l’assurdità dell’evento e il realismo della ripresa, ma nessuno gli ha detto che questo modo non funziona, perché invece che mente ha ottenuto solo profilmico: invece che sogni di gente che suona per strada ha inquadrato solo e soltanto vera gente che suona per strada, che finisce per fare ridere…
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È un film che io non avrei fatto e manco avrei voluto vedere…
è come Il re leone coi leoni finti, o Aladdin con la tigre in CGI…
è il film di una Angelina Jolie che tenta malamente di fare un cosplay di Maria Callas, senza riuscire mai ad andare davvero in playback, senza ricostruire nessuna delle movenze cattive che la Callas più odiosa tirava fuori apposta per ferire e che tutti possono vedere nei documenti visivi che sono disponibili a profusione…
è davvero come Cooper con Bernstein: non si sa chi effettivamente impersonino: sono ectoplasmi di maschere di carnevale che si muovono in calligrafiche e certosine ricostruzioni visivo-scenografiche del tempo e dello spazio in cui quelle maschere hanno vissuto, di una forza mimetica così uguale e contraria alla carnevalata delle performance da finire per annullarsi completamente, o, peggio, finiscono per contribuire alla pagliacciata…
il tanto criticato Rami Malek in Freddie Mercury aveva dalla sua l’essere dentro un vero e proprio musical, con le riprese da musical e con le configurazioni narrative della fiaba…
qui c’è solo la celebrazione filo-capitalistica di una falsa diva fatta da un carro allegorico del carnevale di Viareggio che si atteggia a fenomeno di perizia filmica…
è stomachevole
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Favino e Rohrwacher sono totalmente ancillari, meri personaggi strumentali che non sarebbero serviti a un beneamato cazzo se Larraín avesse avuto il coraggio di fare un film espressionista come forse avrebbe dovuto fare…
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molti cori della gente che canta per strada («Chi del gitano» del Trovatore, il coro muto di Butterfly, Va’ pensiero dei titoli finali ecc.) sono stati fatti da un coro professionista di Budapest (che, il più delle volte, recita Parigi): anche i musicisti, spesso, sono supportati da un’orchestra di Budapest che registra la colonna sonora…
per il resto, la parte del leone la fanno le incisioni posate più cristalline e studiate di Callas, quelle davvero più di studio: la Tosca con Prêtre (’65, non quella con de Sàbata, per esempio, di 10 anni prima e più pimpante: quella di Prêtre è probabilmente l’ultima incisione di un’opera integrale fatta da Callas), le antologie con Rescigno, le incisioni con Serafin più industriali (nessuno, si diceva, dei 4 dischi con Karajan, per esempio: Butterfly, Trovatore e due Lucie di Lammermoor, fatti tra 1954 e 1956, che furono tra le testimonianze più vive della sua perizia musicale) a cui Jolie presta alcuni suoi momenti di stanca…
e, naturalmente, Larraín si guarda bene da impersonare la musica: è lì fermo, a indugiare estatico, con lentissimi movimenti circolari intorno alla diva che guardano a Jolie come fosse una statua e non una persona né un’artista che lavora…
e anche questa oggettivazione eterea del lavoro del cantante, inquadrato come qualcosa di non umano, col passo bradipesco della macchina da presa che inquadra le genti come fossero pezzi da museo invece che attori o persone, contribuisce assai alla noia e all’antipatia del film…
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Abbastanza scontato l’uso di An Ending: Ascent di Eno sul finale, roba ormai abusata essendo 20 anni che tutti la usano per concludere i film…
Molto carini, invece, gli inserti del Parsifal di Wagner, ruolo che Callas aveva cantato a inizio carriera con Vittorio Gui, prima che Tullio Serafin e la EMI la facessero virare verso lo zoccolo duro dei Bellini/Donizetti (altra decisione che Callas in qualche modo subì): una perla che in pochissimi si ricordano (rimasta in una incisione live radiofonica fatta con la RAI di Roma al Foro Italico nel 1950) e una svolta di carriera immensa che, naturalmente, il film non registra né menziona…
per chi volesse approfondire, invece di leggere i libracci di gossip di Signorini, c’è il sito dedicato a Callas della Warner Music (il colosso che ha ereditato il magazzino sonoro della EMI), che, pur essendo un sito commerciale fatto per vendere costosi box di dischi e digital download, risulta estremamente più interessante del film!
a me il film è piaciuto, anche se non ho ancora deciso quale sarà la visione al cinema che entrerà in top5; se volessi trovare proprio un grosso difetto, non conoscendo la Callas (l’ho vista solo nella Medea di Pasolini) vedendo la Jolie non vedevo un’altra donna: poteva essere Maria come The Tourist, giusto un po’ più psicologicamente labile