Invece di essere dalle parti di coloro che, pur splendidi, non arrivano all’altezza dei propri altolocati modelli (l’ultimo è stato il pur strepitoso The Substance), Flow, del trentenne regista lettone Gints Zilbalodis, centra perfettamente la comprensione dei capolavori del passato per innovarli con un’impronta personale…
Apprendo da Wikipedia che Zilbalodis aveva fatto le prove generali di questo film col cortometraggio Aqua (neanche 7 minuti), nel 2012… anche lì un micetto, sorpreso dall’anomala alta marea, faceva amicizia con un gabbianello per pescare e rifugiarsi su una barca random apparsa dal nulla…
Flow ha tutti gli ingredienti del classico survival animaloso, da L’ours (di Annaud) alla Land Before Time (di Bluth: entrambi del”88) in poi… anche se chiamare in causa la Land Before Time, magari come Watership Down (’78), non è pertinente, perché Zilbalodis non antropomorfizza niente ed evita la parola, dichiarando ispirazioni da Jacques Tati…
l’aria survival, animalesca ma onirica, a me ha ricordato roba del biennio ’72-’73, tipo Deliverance (di Boorman), Aguirre (di Herzog) o Papillon (di Schaffner)… e certo astrattismo di Dudok de Wit (il corto Father and Daughter è del 2000)
perché Flow è interpretabile, davvero come un sogno alla Freud…
Il sottotitolo italiano «un mondo da salvare» vira tutto verso una componente ambientalista (le acque degli oceani che si innalzano per il riscaldamento globale allagando l’umanità) che nel testo visivo non c’è affatto…
la macchina da presa è lo sguardo del micetto, anche quando la visione non è propriamente soggettiva dell’animale…
la camera turnica e plana intorno al micio guardando solo e soltanto quello che il micio vede e pensa: la camera si oscura quando il micio è incosciente e la macchina segue sempre e solo il micio, del quale vede anche i sogni, e sicuramente anche le immaginazioni…
immaginazioni che sono il film che vediamo: immerso da un oceano d’acqua di inconscio (vecchia beffa dai tempi della Bibbia, vedi quanto dice Northrop Frye), popolato da oggetti leitmotivici, simboleggianti qualcosa o qualcos’altro, da personaggi funzionali e da eventi metaforici…
la palla di vetro, forse lavorata dallo scultore che nutriva il micio, torna in caso di bisogno, così come il cetaceo, che salva il micio all’ultimo minuto: significano un andamento di sentimenti (la voglia di casa? la necessità dell’amicizia?) in cui la mente si rifugia per consolazione…
…e le rocce aguzze, alla cui sommità l’uccello segretario ascende al cielo in un turbine stellato tra paradiso e incomprensione dell’adynaton, e che si vedono all’orizzonte quando le cose sembrano volgere al brutto, un po’ come ombra di speranza e un po’ come numinoso simbolo di sciagura, in un ambiente rappresentato che appare sia sineddoche astratta del mondo come lo conosciamo (l’aurora boreale allude al nord, l’architettura della città fantasma sembra un incrocio tra India e Cambogia, e anche la flora sembra indicare un preteso sudest asiatico; il capibara è un animale sudamericano, l’uccello segretario è africano, il lemure sta in Madagascar, il cetaceo sembra addirittura preistorico) sia allegoria del microcosmo (tutto ritorna in una peregrinazione che appare infinita ma in cui si ritrovano sempre e solo gli stessi personaggi, come se lo spazio percorso sia stato invece assai minuscolo), fanno pensare a un sistema mondiale inconscio, within, un universo-mente tra l’Allemond di Maeterlinck e Debussy (1892-1902) e la Neverland di Matthew Barrie (Peter Pan compare nel 1902 in due capitoli del Little White Bird, viene fatta la commedia nel 1904, i due capitoli del ’02 diventano Peter Pan in Kensington Garden nel 1906 e Peter and Wendy è dell”11), popolata da tutto l’avventuroso funzionale che serve a narrare (città sommerse, montagne, boschi), in cui il survival è survival della mente, o survival della società, che paventa la violenza del decisionismo del branco senza però poterla evitare del tutto (il segretario, forse una femmina per via della mancanza di cresta, viene umiliato e schiacciato dalla stratificazione sociale ferina del suo stormo, ma lo stesso segretario, allevato in quella maniera, si rifiuterebbe di accogliere i cani naufragati), promuove la collaborazione e l’affezionarsi al di là delle etnie, illustra l’importanza della collaborazione e della pietà (il cetaceo a nuotare nel mare dopo i titoli finali, o è felice nel suo paradiso, come lo è l’asceso segretario, oppure lemure, capibara, micio e labrador sono riusciti, insieme, a trovare un modo per farlo fluire tra le acque e salvarlo, come avevano appena fatto per salvare il capibara dal burrone) e addita l’assurdità di certi comportamenti (dalla smania arruffona del lemure, alla spasmodica voglia irrazionale dei cani di inseguire un ritornante leprotto), ma ha, sotterranea, una paura tremenda di ogni cosa, che quasi addita la morte (le torri rocciose aguzze sullo sfondo?) come unica soluzione pacificatrice di un inconscio che non riesce a comprendersi…
la macchina da presa, volatile e giravoltosa intorno al gatto, inquadra tutto ciò che il gatto vede, si diceva, ma col suo sguardo ribassato esprime il timore reverenziale verso un’esistenza che non si comprende, e anche quando si alza alta per narrare (splendido lo shot sopraelevato sul micio in basso, atterrito, a fare da sfondo alla prevaricante colluttazione dello stormo contro il segretario) lo fa per sottolineare il timore, che, per via della focalizzazione monopuntuale, è sempre atroce, proprio perché la mente del micio non si spiega e non si pacifica: e quindi fanno stranamente angoscia sia le apparizioni apparentemente fortuite degli oggetti e delle persone (la barca col capibara appare davvero come in un sogno, con un certo grado di smania) sia gli eventi carichi di un metaforismo inarrivabile (l’acqua-inconscio va e viene, in entrambi i casi generando tumulti che suscitano solo incomprensione)…
La vita e la mentalità della Natura è preda di inceppamenti, che producono immagini oniriche ritornanti magari anche cicliche (non solo le palle vetrose e i leprotti ma anche le barche sugli alberi, che si vedono all’inizio e alla fine, fanno pensare a una vicenda che si ripete niccinamente) che però non si sa cosa vogliono dire, in uno spazio che appare infinito ma che potrebbe essere invece assolutamente minuscolo, a portata di mano, o direttamente dentro di noi, individui incapaci di conoscersi nelle proprie dimensioni infinitesimali (e infatti si immaginano di portare in sé un mondo infinito che invece è tutto dietro casa) e nei propri difetti, perennemente in preda delle stesse angosce inestinguibili…
…con una via d’uscita (la morte delle rocce aguzze dove si ascende al, forse, paradiso?) intravista ma irraggiungibile, a cui pochi giungono, e manco si sa quando né perché…
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Uno spettacolo di visione inconscia del mondo al di là dell’umano, che illustra meccanismi ancestrali psicologici tutti da interpretare…
bellissimo!
Una sorta di «Pincher» Martin di Golding privo della immanente e odiosa componente umana e aperto anche all’orientalismo come il miglior Michael Ende o Herman Hesse, con suggestioni dell’Anabasi di Senofonte o delle Argonautiche di Apollonio Rodio (l’Odissea no: gli manca la componente ludico-narrativa e la pluripuntualità) dei quali sì conserva le componenti allucinatorie senza però indugiare nella mediterranea e troppo occidentale violenza: quello di Flow è totalmente un viaggio di autoriflessione alla Shakespeare o alla Malick, che riflette sulla società senza davvero esprimere nessuna società storico-positiva…
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Assolutamente sconcertante il sonoro di Gurwal Coïc-Gallas: i versi degli animali sono fascinossissimi e anche tutti i suoni del bosco e dell’oceano…
oh finalmente un film che ti è piaciuto^^
è una perla, ho avuto la fortuna di vederlo al cinema durante il festival; concordiamo sul titolo di merda italiano