Conclave

Proprio quello che ci vuole per natale…
un bel film di preti per chi crede fermamente che la chiesa sia una cosa che ha senso…

Edward Berger, con una squadra che sta al cinema come gli impiegati del Waldorf Astoria stanno alla scienza dei servizi alberghieri (Stéphane Fontaine fotografa, Suzie Davies scenografa [davvero fantasticamente: il suo lavoro diventa più evidente se si sa che tutto quanto è girato in studio, a Cinecittà, con qualche ripresa alla solita Reggia di Caserta], Lisy Christl veste e Nick Emerson monta), evita le corbellerie fumattare tipiche di quando gli americani girano in Vaticano (vedi Angels & Demons di Ron Howard, in cui le statue di Bernini indicano la strada da prendere col ditino alzato: che risate!), ma, basandosi sulla storia volemose bbene di Robert Harris (autore di bestseller ogni tanto azzeccati, amico di Roman Polanski con cui ha scritto due film, vedi J’Accuse), incappa nelle stesse sterpaglie di qualsiasi fiction abbia a che fare con la Santa Sede dal punto di vista benevolo: cioè le sterpaglie di far vedere i sotterfugi come un qualcosa di passeggero e di mele marce che viene assorbito e sconfitto dal bene, dallo spirito santo e/o da tutte le altre scemenze che propugnano i cattolici…

Conclave non si guarda male, ma le immagini di Berger sono fredde, marmate
le sue geometrie (di colori spompi, illuminati con una particolare grana oscura da Fontaine, che amministra centinaia di lampadine a cui toglie la brillantezza: mi sa che la nomination per gli Oscar per lo meno lo sfiorerà) richiamano certo l’applauso per la fattura, ma addormentano per la loro consequenziale, verbosa e prevedibile gestione di una trama che è all’acqua di rose per gli abituati al thrilling e troppo spiattellata nel voler far passare la chiesa come qualcosa a cui freghi qualcosa della politica sociale del mondo…

Gli intrighetti (Lithgow che ce l’ha con Msamati, Tucci che ce l’ha con Lithgow, Castellitto che ce l’ha con Tucci) sono ridicoli, e l’idea che la chiesa abbia in sé un conflitto tra progressisti (gli anglo-americani Lithgow e Tucci) e i retrogradi (gli italiani guidati da Castellitto), con i radicali (gli ispanici e i cardinali del sud del mondo) a vincere per bontà, fa francamente ridere chiunque si scompisci dalle risate nel vedere i baciapile della RAI mettersi a piangere quando, in diretta su una rete di uno stato che dovrebbe essere laico, eleggono un nuovo sovrano assoluto che tutti si aspettano essere buono anche se è quel che è, cioè il capo di una banda di cosplayers dedita alla continua esegesi selettiva (eternamente ignorante le parti maggioritarie insensatamente violente) di un libro fantasy…

I pretacci cardinalizi di Berger brigano e sotterfuggono, ma fanno il bene, tutti contro il cattivo conclamato Castellitto, lì a fare la parte, non si sa perché, del fascio di passaggio, trattato come una minoranza di appestati rimbecilliti da altre persone che comunque parlano di “dio” e si ritengono quindi più aperte

boh…

Io, data la mia natura anti-ecclesiastica, non avrei dovuto vedere questo film…
appena si nomina la Svizzera nella biografia del cardinale parvenu dall’Afghanistan, avevo già previsto tutto l’inghippo, e quindi le contingenze dell’autobomba, per altro trattata da Berger con l’ovattatura della segregazione del conclave (quindi con tanto fumo ma pochissimo arrosto), mi hanno annoiato…
che le malefatte di Msamati si limitassero a una povera suorina illibata, perché i cardinali sia mai che siano stati pedofili o stupratori, giammai!, l’ho trovato ridicolo…
e l’espediente svizzero, che dovrebbe stupire i benpensanti con l’accettazione, da parte della chiesa santa e buona, della conversione anche di una persona tutt’altro che precisa, mi ha dato un’idea di contentino da TV generalista quasi squalificante: m’ha fatto come i personaggi gay nelle fiction di RaiUno, quelli in cui si dice «sei gay ma ti voglio bene come se fossi normale!»

Nel 1998, il povero Mike Nichols si trovò a riflettere sulla natura del partito democratico americano nel film Primary Colors, mentre lo scandalo Lewinsky era in essere: il film uscì a marzo 1998 e l’impeachment a Clinton fu decretato a dicembre (poi siglato in senato tra gennaio e febbraio 1999)…
La scelta di Nichols non fu quella di trascendere i sotterfugi politici dicendo «eh, vabbè, saranno anche arruffoni ma meglio i democratici di altri»: Nichols andò giù pesante, con tanto di veri democratici che si suicidano vedendo lo sfacelo della corruzione, anche morale, del partito in cui avevano creduto…

Berger fa tutto l’opposto…
davvero come Dan Brown, Conclave illustra in modo asettico, e più perfetto della perfezione (quasi più realista del re), l’idiozia che la chiesa non potrebbe essere migliore, e che tutti gli intrugli e il malaffare sono solo quisquilie di pochi cattivoni…

Io non ci ho creduto
e per due ore mi sono spallato…
anche perché il film è verbosissimo…

Estremamente bella la musica soprattutto quartettistica (gli usi sporadici di certi cristallofoni, anche se tanto pubblicizzati a livello di promozione del disco, non sono così ampi da destare chissà quale meraviglia) di Volker Bertelmann…

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