La mia conclamata vecchiaia non mi ha, purtroppo, mai messo in contatto con i film di Sean Baker, che non è un pischello ma ha più di 50 anni e tanti film all’attivo dei quali io non ho nemmanco mai sentito parlare…
e vabbé
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Anora è girato come gli americani pensano che un film d’autore debba essere girato dai tempi di Little Miss Sunshine, quasi 20 anni fa…
grandangoli a profusione e macchina da presa distaccata, quasi spaesata, a scrutare, spesso a mano, il posto dove lei recita di essere quasi stata buttata per caso… ma è appunto una recita, perché quella macchina da presa non è spaesata un cacchio e lo sa benissimo dove e cosa inquadrare poiché invece del film vérité in presa diretta che fa finta di girare, sta lì a guardare un film narrativo classico (e, appunto, americano, con tutto il portato negativo che l’aggettivo comporta in noi europei snob) spesso romanzesco, irreggimentato per tipi e archetipi sottostanti a qualsiasi storia inventata…
Baker (anche montatore) gira un film così e sa di girarlo così, per cui conosce questo tipo di rappresentazione benissimo: ci sta di casa come Ariosto sta nell’ottava…
questo fa sì che i suoi grandangoli non siano compiaciuti autoincensamenti come quelli di Lanthimos, i suoi colori non siano masturbazione art pour l’art come quelli di Emerald Fennell, e anche che la sua gestione degli improvvisi primi piani precisi e costruiti, che scaturiscono quasi dal nulla dalla macchina a mano imitante la presa diretta, non sbrachi in un estraniamento troppo vertiginoso da annullare un patto narrativo sotteso: quei primi piani costruiti, come lampi, calcano invece la mano su un tipo di estraniamento quasi da cinema primitivo: quasi smascherano il narratore e quindi scongiurano l’immersione acritica nella storia riaccendendo l’attenzione brechitianamente verso il messaggio *proprio perché* indicano la finzione: svegliando lo spettatore dall’incantesimo del narrato, quei primi piani (come le didascalie recitate di Brecht) spostano l’attenzione dello spettatore dalla pancia affezionata al fasullo e la riportano al cervello attizzato dal ragionamento nei confronti del messaggio…
molto carino!
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nei film americani recenti, spesso, questi espedienti da pseudo-avanguardia producono cacca: vedi Villeneuve e Blonde…
Baker schiva questi pericoli (anche se non schiva la troppa durata: le 2h e 20′ di Anora sono esageratissime!) con una storiella scritta bene, con ben due twist emotivi (non twist di intreccio, attenzione – a fare quelli sono buoni tutti, perfino quelle capre di Nolan e Shyamalan – ma veri twist di emozione caratteriale), e zeppa di umorismo…
Anora è molto divertente, e Baker è bravo a convogliare le risate, nella parte centrale, in un manhunt tensivo, molto serrato, degno di un William Friedkin (le location di Coney Island e Brighton Beach, cioè Little Odessa, con la sopraelevata, non possono, almeno nei nostalgici, non richiamare alla mente The Warriors e The French Connection)…
il secondo twist emotivo, inaspettato e commovente, con la traumatica scoperta della tenerezza in un mondo di sesso, evita di dare al risvolto esteriormente telefonato dell’espediente una “squalificazione” stantia…
un pochino più debole è, invece, il primo twist, che, forse, ne vorrebbe dire troppe…
vorrebbe riflettere sulla raggelante delusione amorosa dei sentimentalmente adolescenti, con tante lacrime sui rimpianti di essersi fidati per l’ennesima volta di chi non se lo meritava;
vorrebbe additare la morale alla Scott Fitzgerald (o alla Luc Besson) su quanto sia impossibile vivere in una società equa quando esiste una ricchezza tale da bypassare tutto il resto, dalla giustizia all’etica: se quella ricchezza esiste non viviamo in un mondo contemporaneo ma siamo immersi fino al collo nella melma dell’Ancien régime;
vorrebbe parlare della sempiterna e sempre raggelante diversità tra i sessi, con l’uomo sempre al top di una piramide socio-comportamentale che lo fa uscire giusto e pulito dalle stesse nefandezze dalle quali una donna non potrà ripulirsi mai e poi mai, neanche coi soldi o con l’Amore, e anche se a quelle nefandezze era stata costretta…
…e tutto questo tutto insieme…
Baker è bravo a non far traboccare l’equilibrio del suo film, ma in quel momento si sente che stava per strafare, e infatti fa un po’ marcia indietro…
ma molto accattivante è la conduzione del gioco per progressivi cambiamenti di passo, consequenziali ma mai veramente prevedibili, comportanti anche repentini cambi di genere, senza il parossismo eslege di John Landis (anche perché tali cambi non comportano davvero un repentino cambio di tono generale come nei capolavori di Landis, benché Anora potrebbe essere considerato un Into the Night o un Innocent Blood al femminile), ma forse con la stessa competenza (non voglio dire genialità)…
anche la costruzione più classica della Ringkomposition, forse la cosa che più fa estraniamento fintoso nel discorso, a me non ha dato fastidio…
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quindi, che dire?
che è carino…
che dura troppo…
ma che ha degli ottimi argomenti, soprattutto di statuto visivo estraniante nel milieu narrativo (di sicuro la cosa che lo ha fatto trionfare Cannes), e una interessantissima fattura scrttoria…
però chi non ha l’occhio cinematografico e chi guarda solo alla trama, a parte qualche risata, lo troverà un film prevedibile (con le implicazioni che affiorano dal primo twist forse tacciabili di non sufficienza), e forse ne uscirà scontento…
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se si riflette che gli ultimi oligarchi russi che abbiamo visto al cinema sono stati quelli della diarrea di Polanski (The Palace), Anora non può che essere considerato un capolavoro…
Alcune parti somigliano ai risultati di The Girl Next Door di Luke Greenfield (2004)…
là, per il dispiacere di tutta l’umanità, Elisha Cuthbert non fece vedere il culo quanto, in Anora, fa Mikey Madison (abbastanza gratuitamente), e poi, alla lunga, l’intero assunto di Anora si dimostra essere molto diverso, quasi opposto a quello della commediola di 20 anni fa…
inoltre, Mikey Madison, oltre al culo, sfoggia una non indifferente gamma espressiva sottotraccia, davvero a esprimere sofferenza repressa: chapeau…
tutti da vedere gli straordinari caratteristi russo-armeni (che nei tag citerò con grafia anglosassone perché non mi va per niente di andare a cercare il loro nome in cirillico)!
In realtà a me Little Odessa ha ricordato il film omonimo. L’ha diretto quello che fino a qualche anno fa era uno dei miei registi preferiti, James Gray. Poi lui ha cominciato a fare dei film sempre più noiosi, e quindi perfino io, che un tempo lo adoravo, ho dovuto arrendermi all’evidenza del suo declino. Armageddon Time l’ho mollato quasi subito, perché i pochi minuti che ho visto bastavano e avanzavano per capire che guardarlo era uno spreco di tempo. A quei tempi invece lui era al massimo della forma, Edward Furlong non si era ancora perso nei meandri della droga e Tim Roth era un attore lanciatissimo grazie ai ruoli nei primi film di Tarantino. E come spesso succede quando unisci un gruppo di artisti tutti nel momento migliore delle loro carriere, il risultato è stato magnifico.
Non ho visto nessuno dei tanti film di Gray, tranne Ad Astra. Con molto rammarico ho evidentemente perduto la generazione dei registi newyorkesi nati tra ’68 e ’75… e vabbè, shame on me!
James Gray ha toccato la cima della montagna con Two Lovers, che è nella Top 10 dei miei film preferiti in assoluto (e te lo dice uno che ha visto un numero incalcolabile di film, di tutti i generi e di tutte le epoche). Dopo quel capolavoro inevitabilmente è cominciata la sua parabola discendente.
Ad Astra è noiosissimo, ma almeno sono riuscito a guardarlo dall’inizio alla fine. Con Armageddon Time invece non ce l’ho fatta.
Tu ti sei perduto una generazione di registi newyorkesi, io invece mi sono perso quasi tutti i film usciti dal 2022 in poi. Un po’ perché negli ultimi anni la lettura ha quasi monopolizzato il mio tempo libero, un po’ perché mi sono imposto di non guardare per principio sequel, prequel, remake, reboot e tutti gli altri termini con cui si usa indicare la rimasticatura di roba già fatta. E siccome oggi il 99% dei film in cartellone è composto da minestre riscaldate, se ti imponi questa regola poi finisci per non guardare più niente. Grazie per la risposta! :)
visto ieri, mi ci sono divertito come un matto! Bella la tua analisi, molto interessante, e sono pienamente d’accordo. Dura tanto, ma secondo me la parte centrale è così divertente che quasi gli perdono i 130 e passa minuti… X–D
Sì la caccia all’uomo è una gioia!