Un po’ di Giacomo Puccini

Dopo la personale classifica degli Interpreti pucciniani, onoro di nuovo il centenario della morte cercando di buttare giù alcune coordinate per orientarsi in quell’universo-mondo che è stato Giacomo Puccini…

Per chi ha curiosità, io ho parlato con più dettaglio, senza certamente ambire all’interessante, di Turandot, di Tosca, e del Trittico
Il tabarro è sia nelle Opere per Halloween sia nelle Opere contro la violenza di genere sia nelle Musiche per l’Estate… diciamo che la amo molto…
Tosca e Turandot sono nelle Riletture per la Resistenza
Di Turandot parlo anche del deludente disco in studio di Pappano
Turandot, con Bohème, è nelle Musiche ispirate alla luna
Bohème è anche nelle Musiche per l’Inverno
Fanciulla del West e Turandot sono nelle Musiche per l’Estate
Puccini è la mia P nel T come Tag
Lo splendido intermezzo della Manon Lescaut e Recondita armonia da Tosca sono nelle Musichine per San Valentino
di Madama Butterfly, di Rondine, di Suor Angelica e Gianni Schicchi mi sarebbe piaciuto parlare di più… vedremo in futuro…

una curiosità per certi fissati: sebbene l’uso corrente per la titolazione sia La bohème, La fanciulla del West, Il tabarro ecc. ecc., così come Ricordi pubblicava le partiture approvatissime da Puccini, nelle lettere lo stesso Puccini scrive sempre i titoli tutti maiuscoli: La Bohème, La Fanciulla del West, Il Tabarro ecc. ecc…

Io non sono quasi mai d’accordo con lo studioso Emanuele Senici, ma quello che un giorno ci disse a un convegno era perfetto: Puccini sembra vicino, sembra prossimo, appartenente alla categoria del «si vede e si sente tutti i giorni», perché lo ascoltiamo e ne sentiamo parlare continuamente (lui e altri due suoi colleghi, cioè Chopin e Čajkovskij, sono gli unici compositori di musica classica ad aver composto musiche sopraffine tecnico-artisticamente e nel contempo aver raggiunto con quasi tutto il loro catalogo [e non con solo due o tre opere] milioni e non solo migliaia di persone)…
…ma invece Puccini è lontano
una lontananza che quella stessa vicinanza ha determinato…

Puccini era il sesto di un’infornata che arrivò a 9 figli, e a 32 anni si trovò a essere l’unico maschio di un esercito di altre 4 sorelle vive, 5 se si include la sorella suora chiusa in convento…
tutte quelle 4 sorelle ebbero figli e nipoti con cui Puccini ebbe a che fare…

Si è sposato con Elvira, che aveva una sorella con un marito, e Puccini discorreva, pur odiandoli, con entrambi…

Ha avuto un figlio nato illegittimo e poi legittimato (Antonio) che a sua volta ha avuto una figlia illegittima (Simonetta) che è campata fino al 2017…

Con tutti questi, Puccini si è scambiato lettere e ha sparlato di tutto quanto…

e per le leggi archivistiche italiane basta che uno solo di quelli che sono vicini a questa gente trovi da ridire sulla pubblicazione delle lettere che menzionano loro o un loro pur alla lontana “congiunto” e quelle lettere non vengono pubblicate, e molte volte manco si possono vedere!

Simonetta ha tenuto nascoste molte info su suo padre fino alla morte, e la morte spesso non è neanche la fine di tali veti di divulgazione perché certe volte c’è da attendere tempi legali di diritto alla privacy che possono essere di decenni…

quindi, indagare davvero la vita di Puccini è stato quasi fino a ieri un affare da investigatori, che ha portato a conclusioni provvisorie e a supposizioni basate su indizi e zero prove, con l’esame di un enorme corpus di documenti che spesso ha buchi irrimediabili, per via di cause giudiziarie che previdero clausole di non divulgazione o direttamente la distruzione di lettere e biglietti, o per via delle menzogne varie ed eventuali, o ancora per via degli occultamenti di eredi o presunti eredi…

Per questo Puccini è un lontano che sembra vicino e per questo la sua immagine, data la finta vicinanza e la potenza della sua musica, si è via via edulcorata in quella di uno zio, di un nonno benevolo e amorevole, simpatico e buono, perché per molto tempo sono state inaccessibili le prove di quanto mentisse e facesse male giusto per fare del male, alimentando per un secolo la solita cacchiata dell’impossibilità di scindere l’uomo dall’artista che veniva propagandata con la menzogna che il genio che ha composto musica immortale non era una merda ma un bravo zio e nonno, perché, per il romanticismo farlocco imperante non è possibile che un grande artista possa essere una merda… e anche quando le prove si sono trovate, quelle prove si basano su un certosino lavoro sui contorni di fatti rimasti taciuti, oramai irraggiungibili, che fanno la figura dei buchi neri, che sai che ci sono solo perché vedi cosa c’è introno, ma il buco nero vero e proprio non lo vedi, e quindi ancora oggi puoi trovare chi ti dice che non esiste, anche perché spiegare certe osservazioni, e certe esegesi, non si sa perché confonde e fa concludere verso le solite storie del nonno bonario sentite per un secolo, che invece sono facili e rassicuranti… e chi le smentisce è visto con diffidenza, come uno che spacca il capello in quattro…

Prima di enumerare un paio di libri seri su Puccini, cerchiamo di riassumere per brevissimi cenni gli aspetti più macroscopici di quella sua biografia così difficile da indagare nel groviera delle fonti…

ALBINA E MACRINA

Per diversi esegeti, centrale per Puccini è stata la morte della mamma Albina, che scompare a 54 anni quando Puccini ne ha 26 (il padre, Michele, era morto già quando Puccini aveva 6 anni: chiunque voglia districarsi con la dinastia dei Puccini di Lucca è il benvenuto e l’avverto che non avrà vita facile: tutti i Puccini sono stati importantissimi musicisti, attivi in tutte le chiese lucchesi con cariche ereditarie non solo tra padri e figli ma anche tra fratelli e tra zii, e tutti quanti chiamavano i figli come i nonni e spesso i fratelli come gli zii: finisce che i Puccini di Lucca, dal 1719 in poi, sono stati tantissimi e tutti si sono chiamati Giacomo, Michele, Antonio e Domenico: disambiguarli è stato compito degli specialisti, capitanati da Gabriella Biagi Ravenni, una delle poche vere baronesse puccininane italiane: chi vuole capirci qualcosa deve rifarsi ai suoi studi e a quelli dei suoi allievi)…

per tanti, la morte di Albina è il nocciolo psicanalitico che inceppa la vita di Puccini, che lo porta, per riflesso edipico, verso Elvira, la donna con cui passerà tutta la vita, e per traslato, è il motivo per cui manterrà una mente da riccone ma isolazionista, soprattutto a livello di mentalità, in quel buco di culo di mondo che era Torre del Lago, nonostante il cosmopolitismo girovago: un buco di culo di mondo mai abbandonato per via di Elvira (che però detestava Torre del Lago) ma soprattutto per via di Albina e, soprattutto, di essere diventato il capofamiglia (di tutte le sorelle di cui sopra, e con ancora vivo un unico altro fratello maschio) all’improvviso senza essere per niente pronto
una interpretazione da Complesso di Edipo che per tanto è stata affibbiata anche a Čajkovskij, traumatizzato dalla visione della morte della madre per il colera, evento però occorso quando Čajkovskij di anni ne aveva 15…
Boh…

certe interpretazioni hanno stra-circolato negli anni ’50, ma sentirle oggi fa forse un po’ ridere…

leggermente più convincente, forse, il risvolto di essere diventato capofamiglia senza alcuna preparazione, costretto spesso a risolvere i crucci delle sorelle che, ai tempi, essendo donne, non potevano granché fare vita indipendente… c’è da dire, però, che al momento della morte di Albina erano già accasate e sposate tutte le sorelle (e Iginia era già suora da quasi 10 anni) e solo il fratello minore Michele era un 20enne senza arte né parte (in conseguenza della morte della madre, Michele emigra per trovare lavoro in Argentina, nel 1889, e lì muore di febbre gialla nel 1891)… però è anche vero che, durante tutta la vita, dato anche il successo ottenuto, Puccini sarà sempre un punto di riferimento per le sorelle (Nitteti, per altro, è rimasta vedova già nel 1903), con un potere decisionale che spesso gli è pesato…

far risalire tutto quanto alla prematura morte di Albina è quindi una narrativizzazione effettivamente irresistibile…

Alcuni, specie in tempi molto recenti, individuano ragioni di malessere vario in Puccini anche nell’aver visto morire la sorellina Macrina, che aveva 4 anni meno di Puccini, a 8 anni, nel 1870 (Puccini aveva, quindi, 11-12 anni)… [un’altra sorella grande, Zemi o Temi, era campata un anno, ma 4-5 anni prima che Puccini nascesse]
In effetti, veder morire a 12 anni una sorellina che ne ha 8 non deve essere stato il massimo… ma i biografi grossi, prima degli anni 2000s, questo fatto, spesso, manco lo menzionano… e forse fanno bene perché, nonostante quel che blaterano a sproposito i no-vax e Red Ronnie, nei bei tempi andati dei «figli nutriti dal latte materno che mai si ammalavano» i figli morivano come mosche, fatto esemplificato anche da molte biografie musicali, da Mozart a Verdi a Mascagni… che la povera Macrina fosse morta faceva orrorosamente parte «del quotidiano», purtroppo…

ELVIRA

Che Puccini si sia innamorato di Elvira perché gli ricordasse la mamma è una vecchia idea che ancora circola tra i biografi… la loro, però, non è stata per niente una relazione facile, e non lo è stata fin dall’inizio, anche se poi, casualmente, è stata una relazione che ha finito per durare per tutta la loro vita (Elvira è morta nel 1930, è sopravvissuta 6 anni a Puccini)…

Quando la relazione si innesca è ancora vivo Michele, il fratello piccolo di Puccini che morirà in Argentina, e per fortuna si hanno alcuni dettagli della questione, perché Puccini si confidava con lui…

…e si hanno alcuni dettagli perché la relazione, assolutamente scandalistica per l’Italia del tempo, era vista molto da vicino dai datori di lavoro di Puccini… che non erano datori di lavoro da poco…

Nell’Italia dei tempi (si sta parlando almeno del 1885) comporre opere era un’industria, era come essere regista di cinema, e non si sa davvero né perché né per come Puccini riuscì a ingraziarsi il producer numero uno, Giulio Ricordi, padrone di una major, appunto la Ricordi, che forse era la più grande industria culturale d’Europa se non del mondo (con il lavoro di Puccini, certo, divenne uno degli editori musicali davvero top al mondo)…

è difficile capire perché un padrone del mondo come Ricordi si sia affezionato a un giovinastro come Puccini… forse perché era uno dei pochi dei rampolli di quei tempi (tipo Leoncavallo, Mascagni, Catalani, Giordano ecc. ecc.) che era davvero diplomato compositore, al blasonato Conservatorio di Milano, quello che aveva scartato perfino Giuseppe Verdi… fatto che sta che, nonostante l’evidente ritardo nello sbocciare, Ricordi coccolerà e coverà Puccini come nessuno mai… per avere solo un termine di paragone basti dire che il povero Catalani, ugualmente lucchese, nato a poche centinaia di metri da Puccini solo 4 anni prima di lui, ugualmente wagneriano convinto (ed erano tempi in cui Wagner non aveva granché circolazione in Italia, con il solo Lohengrin rappresentato a Bologna nel 1871: Francesco Lucca, editore per un po’ rivale di Ricordi, ha commercializzato spartiti per pianoforte solo, o per canto e pianoforte , o per pianoforte a 4 mani, spesso riduzioni di Niccolò Massa col testo tradotto da Angelo Zanardini e altri: non ne ha fatti pochi e sono di quasi tutte le opere di Wagner canoniche, ma pare fossero costosissimi: Puccini comprò una riduzione del Parsifal insieme a Pietro Mascagni, negli anni di studio al conservatorio di Milano, dove furono anche compagni di stanza, prima che Mascagni decidesse di non diplomarsi per andare a guadagnarsi da vivere a Cerignola in Puglia), non ebbe da Ricordi i soldi per andare a Bayreuth a vedere il grande Festival wagneriano, mentre Puccini ottenne tutto il viaggio pagato nel 1889… e questo nonostante Puccini non stesse granché esordendo

dopo molti anni di studio a Milano, dove entrò in contatto con Ricordi, Puccini, dal 1883 in poi, volle tornare a Lucca… la cosa rendeva il cantiere di quella che, secondo Ricordi, avrebbe dovuto essere la prima trionfale opera di Puccini (cioè Le Villi, densa del Decadentismo in salsa scapigliata che tanto andava di moda ai tempi e sul cui pubblico milanesissimo Ricordi sperava di far breccia), molto complicato e lento…

Al lavoro per Le Villi c’era Ferdinando Fontana: anche dal rapporto con lui sappiamo dello sbocciare dell’amore con Elvira, perché proprio dal cantiere delle Villi vediamo che la volontà di Puccini di lavorare a Lucca era, ok, dettata da ragioni economiche, tra la mamma in fin di vita e la possibilità di pernottare dalle sorelle invece di pagare l’albergo o l’affitto a Milano (cosa che comunque Puccini faceva, sborsando bei soldi per un appartamento in Piazza Beccaria), ma soprattutto era dettata dalla voglia di Puccini di vedere Elvira…

ma, come sarà sempre in Puccini, capire come sono andate le cose è rognosa…

Le Villi vengono rappresentate nel 1884, l’anno in cui muore anche la mamma Albina, ma viene fatta e risfatta diverse volte con Fontana e Ricordi anche nel 1885 e nel 1889 in vani tentativi di arginare quello che è un vergognoso flop, dal quale Puccini non si sarebbe mai davvero ripreso se non avesse avuto il benestare filiale di Ricordi…

e le cronologie non quadrano…

Lo scandalo con Elvira scoppia intorno a marzo 1886, quando si comincia a vedere (Puccini lo scrive a Michele) che Elvira è incinta di quello che sarà Antonio, nato a dicembre 1886…

Elvira era sposata, e aveva due figli: Fosca, nata ad aprile 1880, solo sei settimane dopo il matrimonio, e Renato, nato nel 1885…

nella Lucca di quei tempi è sconcerto totale: una donna che rimane incinta fuori dal matrimonio di un compositorino qualsiasi senza arte né parte…

il marito di Elvira, Narciso Gemignani, certamente caccia Elvira di casa mandandola da Puccini, ma permette a Elvira di portarsi dietro Fosca… perché?…

perché ci sono tanti indizi che tra Puccini ed Elvira le cose siano cominciate prima del 1886…

naturalmente la presenza del figlio Antonio non poteva essere granché nascosta, anche se Puccini tentò di tacere con Ricordi chiedendogli anticipi di denaro per ragioni di lavoro quando invece erano per mantenere Elvira e il neonato, ma il fatto che il marito di Elvira lasci alla coppia fedifraga la figlia Fosca ha fatto pensare a tanti, specie ai cacciatori di pettegolezzi pucciniani, che il marito di Elvira sospettasse che Fosca, ripeto nata nel 1880, fosse figlia di Puccini!

negli anni 2000s, inoltre, vennero fuori un paio di lettere, delle numerose che escono quando certi veti familiari decadono o per morte o perché si va a cercare nei posti dove non si era ancora cercato, che dimostrano come Puccini e il futuro marito di Elvira si conoscessero molto bene, come concittadini amichevoli e buontemponi (Gemignani è solo due anni più grande di Puccini)… un maschilista atroce, come erano Puccini e Gemignani, potrebbe anche pensare che avessero messo entrambi gli occhi su Elvira molto presto, magari scommettendo su chi la portava a letto prima…

è azzardatissimo pensare a tutto ciò, ma forse il sospetto di una Fosca figlia di Puccini serpeggiava già tra loro, come se Puccini potesse aver lasciato credere a Gemignani di essere stato il primo quando invece non lo fu…

sto inventando a mille, purtroppo (neanche gli studiosi più Novella 2000, che per Puccini sono parecchi, sono mai arrivati a tanto), ma se questo pettegolezzo si porta avanti del tutto vuol dire che Puccini ed Elvira hanno avuto rapporti sessuali già dal 1879, quando Puccini è ancora a Milano a studiare (Elvira ha due anni meno di Puccini e nel 1879 si parla di 20 anni lei e di 22 lui) e Albina, con buona pace degli edipisti, era viva e vegeta…

ma il pettegolezzo non può essere provato, anzi, tutta la documentazione porta alla certezza che Fosca fosse figlia di Gemignani, anche se ha chiamato Puccini babbo tutta la vita… e anche se lei stessa, come appare da alcune testimonianze, si presentasse come vera figlia di Puccini…

Comunque lo scandalo è enorme, e dalle lettere con Fontana si scopre che influisce assai sul lavoro, perché con un bimbo piccino appena nato il successo diventa molto più pressante di prima, ma è un successo che non arriva…

Le Villi continua a fare fiasco, Edgar l’altra opera che scrive con Fontana nel 1889, va anche peggio, mentre tutti gli altri che Ricordi aveva schifato proprio per coltivare Puccini, invece il successo lo trovano eccome… con Cavalleria rusticana (1890), Mascagni diventa il George Lucas dell’opera italiana, e viene aggredito dalle folle osannanti dovunque si presenti, quasi come Michael Jackson, e la cosa succede in tutta Europa e va avanti anche con Amico Fritz e Rantzau (1891 e 1892); e Leoncavallo guadagna con Pagliacci (1891)… tutta gente che fa i soldi e riempie i teatri con il maggiore concorrente di Ricordi, ossia Sonzogno… il tutto mentre il cavallo su cui Ricordi ha contato e investito non trova la quadra e piange miseria perché ha fatto un figlio fuori dal matrimonio con una donna qualsiasi che deve mantenere perfino al secondo grado perché nel tempo di allora per una “fedifraga” come lei era complicato perfino andare a fare la spesa!

Come detto, Elvira e Puccini finiranno per stare insieme tutta la vita, ma cominceranno a odiarsi molto presto, appena Puccini fa successo con Manon Lescaut nel 1893 (e se è vero che si misero insieme nel 1879, 14 anni felici non sono stati pochi, anche se il rovescio della medaglia sono stati 31 anni di tormenti)…

Elvira verrà davvero “compresa” dalla nutrita famiglia di Puccini tardi… e, all’inizio della storia, Michele la chiama «buchignani» (a storpiare il cognome Gemignani: da signorina, Elvira faceva Bonturi) nelle lettere al fratello, forse pensando che il loro amore stia insieme solo per ragioni sessuali…

per fare paragoni con altri compositori, Pietro Mascagni rimase anche lui sposato tutta la vita con Argenide “Lina” Carbognani (dal 1887 alla sua morte nel 1945) e ci fece 4 figli (ne sopravvissero 3), ma la tradì spesso (pare che sia più che certo il suo tradimento con la cantante Nellie Melba), e dal 1910 in poi ebbe una seconda famiglia con Anna Lolli, seconda famiglia di cui Lina era al corrente e non poté farci un bel nulla… I testimoni dicono che, alla fine, Lina e Mascagni scherzassero sulla loro condizione sentimentale, simile a quella di Pupo, per altro: i tanti nipoti che ebbero ricordano aneddoti vari sulle reazioni aspre ma ridanciane di Lina a qualsiasi persona si chiamasse Anna o a qualsiasi suono che somigliasse a «melba»: non so se i loro anni insieme comportarono davvero infelicità… per la cronaca: Lina ed Elvira non si sono mai sopportate neanche da lontano, reciprocamente: è un po’ anche a causa loro, oltre alle rivalità varie ed eventuali, che Puccini e Mascagni, dopo Milano, si son frequentati così poco…

simile, ma sotto sotto diversa, la situazione di Leóš Janáček: innamoratosi di una sua allieva di quasi 11 anni più piccola, Zdenka, decise di sposarla nel 1881 e di farci i figli anche se erano politicamente del tutto opposti: lui era un attivista per la libertà morava che parlava moravo, lei era rampolla di una famiglia degli occupanti austriaci che parlava solo tedesco: le discussioni su come educare la figlia (ebbero anche un secondo figlio che però è campato poco più di due anni), se germanofila o slavofila ma anche se credente o atea, erano atroci, ma la presenza della ragazza li mantenne insieme… ma quella figlia morì, nel 1903, in uno strazio psicologico atroce…
da allora Janáček ebbe due amanti accertate e una terza presunta: Camilla Urválková nel 1903 e Gabriela Horvátová intorno alla Prima Guerra Mondiale sono accertate, e quest’ultima quasi provocò il divorzio, mentre quella presunta è Kamila Stosslová, conosciuta nel 1917 ma con inasprimenti amorosi solo nel 1927, quando Janáček ha già più di 70 anni con solo un anno ancora da vivere…
Anche Janáček e Zdenka sono stati insieme più di 50 anni infelici, ma la loro infelicità non è stata davvero “mortifera” come invece è stata quella di Puccini ed Elvira…

discorso a parte meriterebbe anche Igor’ Stravinskij: ha amato molto la sua prima moglie Ekaterina (Kat’ja) Nosenko, che era sua cugina, che conosceva fin dall’infanzia e che sposò nel 1906, a 24 anni, forse senza il consenso delle famiglie… sicuramente l’ha tradita, si dice perfino con Coco Chanel, quando la famiglia era svizzero-parigina, intorno alla Prima Guerra Mondiale (dopo la giovinezza in Russia, gli Stravinskij si stabilirono in Svizzera, patria della madre di lui, e furono sorpresi dalla Prima Guerra Mondiale: dal 1914, in conseguenza anche della Rivoluzione d’Ottobre, Stravinskij non riuscì più a tornare nella natia Russia fino al 1962), ma tutto sommato la loro fu una relazione classica per quei tempi e fu stabile per una 20ina d’anni… ebbero 4 figli (Fëdor/Théodore, 1907-1989; Ludmila, 1908-1938; Sviatoslav Soulima, 1910-1994; e Maria Milena, 1914-2013), ma lei era tubercolotica, da sempre, fin dalla nascita e attaccò la malattia alla figlia Ludmila… nel 1921, Stravinskij conosce Vera de Bosset, e fu vero Amore a prima vista: per quasi 18 anni, Stravinskij fece un po’ come Mascagni, mantenendo due famiglie, con Ekaterina e con Vera, cosa che Ekaterina sopportava fatalisticamente con senso del sacrificio e con tragiche frasi riferite al fatto che, nel poco tempo che le restava da vivere (la tubercolosi era incurabile e lei, per tutta la sua vita fu stranamente considerata sempre terminale, come erano negli anni ’90 i diagnosticati AIDS), non voleva intralciare la felicità del marito…
Ekaterina è morta nel 1939, e la ugualmente malata figlia Ludmila la seguì dopo solo 3 mesi…
Inseguito dalla Seconda Guerra Mondiale, e un po’ in preda ai lutti di queste morti, in quel 1939 Stravinskij, con i figli grandi rimasti e con Vera, parte per gli Stati Uniti e si americanizza quasi del tutto: sposa Vera nel maggio del 1940 e pare che a lei fu fedelissimo: sono sepolti uno accanto all’altra nel cimitero di San Michele in Isola a Venezia, dove Stravinskij volle stare (nel ’71, Vera è morta nell”82) per giacere accanto all’impresario che per primo credette al suo talento, cioè Sergej Djagilev (morto nel ’29: quando è morto, Djagilev e Stravinskij non erano in rapporti così belli, e non lo furono granché neanche per tutto il loro sodalizio iniziato nel 1909, poiché Djagilev era un po’ uno “spostato”, ma anche dopo 40 anni Stravinskij sentì la gratitudine)

MANON E IL SUCCESSO

Ricordi e Puccini non riescono a fare tanta analisi delle sconfitte: sia Le Villi sia Edgar avevano le carte in regola per fare almeno qualche soldo: il Decadentismo scapigliato, Heinrich Heine e tutta la baracca orrorosa de noantri e del truce post-romantico che stavano usando anche diversi altri, in primis Catalani, che non fa poco fatturato con La Wally (1892) e Loreley (1890) [opere che, peraltro, Ricordi non amava granché (Ricordi preferiva Puccini a Catalani solo per mere ragioni di simpatia: in ogni caso il povero Catalani ebbe poco tempo per godersi il successo, è morto già nel 1893)]

Dànno la colpa dei flop a Ferdinando Fontana, ma ben presto si evince che è proprio Puccini ad avere un rapporto con le parole del libretto del tutto diverso da quello dei suoi contemporanei, cosa che compromette tutte le collaborazioni e forse inficia sul suo successo iniziale…

in tempi in cui quasi tutti teorizzano e praticano la fine del libretto d’opera in versi, e reclamano a gran voce connubi tra la musica e il parlato più che il versificato, per via della particolare prosodia che si crede di sentire in Wagner (e che si era sentita nelle vecchie opere di Meyerbeer che continuava a venire importato in Italia e che gente come Puccini e Mascagni aveva sentito nell’infanzia e continuava a sentire da studente), che fu librettista di se stesso, in un mito di artista operista unico che veniva rincorso da tutti i musicisti di allora, Puccini si ostinava a volere libretti in versi e ad avere un librettista apposta a fornirglieli…

negli stessi tempi, Leoncavallo aveva scritto da solo il testo dei Pagliacci, proprio ossequiando il mito del Wagner artista operista unico, e Mascagni stava lavorando al Guglielmo Ratcliff di Heine senza un librettista, musicando in toto il dramma usando la traduzione in versi di Andrea Maffei: seppur tirata per i capelli, perché musica un testo di per sé in versi, quella di Mascagni sarà la prima opera del mondo che può dirsi “senza libretto” (ma verrà rappresentata solo nel 1895, e fece flop)…

rispetto a tutto questo, Puccini va in direzione ostinata e contraria: una direzione che agli addetti ai lavori sembra una follia conservatrice intollerabile…

follia che sussiste in una congiuntura temporale atroce: Mascagni e Leoncavallo fanno faville per Sonzogno (almeno dal 1892, Sonzogno fa rappresentare Cavalleria e Pagliacci insieme in un’unica serata), e l’Otello dell’ottuagenario Verdi (1887) è l’ultimo lontano colpo grosso di Ricordi di quei tempi, e inaspettatamente ha originato una dicotomia Verdi-Wagner (che è morto già dal 1883) che comincia a farsi molesta, con tutti quanti, incluso Puccini, Mascagni e Leoncavallo, che parteggiano per Wagner, considerando Verdi del tutto sorpassato…
Verdi sta preparando un’altra opera, il Falstaff, che nella furia della dicotomia con un Wagner spalleggiato da tutti i giovani, rischia di soccombere, e poi Verdi è vecchio: Ricordi deve assicurarsi un futuro anche al di là di Verdi…

e di nuovo Ricordi scommette su Puccini, dandogli una carta bianca per i tempi inusitata, nonostante le sue follie conservatrici sui libretti così mal viste da tutti…

Licenziato Fontana, e con il figlio Antonio che cresce, Puccini sceglie tra i tanti soggetti che vengono fuori in base alla COMPETIZIONE… per la sua prossima opera, “obbligata” al successo, sceglie Manon Lescaut di Prévost… un soggetto che era stato musicato da Jules Massenet una decina d’anni prima, e che continuava a mietere successi…

Massenet è vivo e vegeto e da Manon (1884) in poi ha fatto un trionfo dietro l’altro (Cid, Esclarmonde, Werther), in una maturità (nel 1884 Massenet ha poco più di 50 anni) d’oro: è il cocchino dei critici perché usa Wagner senza subirlo e lavora per una vera Hollywood operistica, ossia quella Parigi che tanto aveva attirato Rossini, Bellini, Donizetti e Verdi, e che continuava a essere quella capitale dell’opera a cui Milano luccicosamente guardava, con Vienna e il germanismo ancora medaglie d’argento di importanza in gente come Ricordi e Puccini (anche se le cose sarebbero cambiate molto presto: Vienna, tra pochi anni, sarà una piazza altrettanto ambita)…

Puccini che si misura con lui è come un chihuahua che azzanna un dobermann…

la base di tale gesto scriteriato era il paio d’anni di trionfi che in ogni caso Sonzogno faceva anche a Parigi e che aveva turbato anche Massenet (che sta lavorando a La Navarraise, che sarà pronta nel 1894, proprio per “scimmiottare” il successo di Cavalleria rusticana)… e se Sonzogno poteva fare i soldi a Parigi con Mascagni, perché non poteva Ricordi con Puccini? cosa mancava?

magari lo scontro diretto avrebbe portato un battage pubblicitario che avrebbe garantito, almeno, il passa parola, e con Falstaff in cantiere si poteva giocare sul comunicare l’arte operistica italiana (la vecchia di Verdi e la nuova di Puccini) come viva e magnifica tanto da non essere seconda né a quella francese (vd lo scontro diretto tra Puccini e Massenet) né a quella tedesca (vd lo scontro giornalistico tra Verdi e Wagner)…

con questo assunto, Ricordi fa una scommessa all in senza che nessuna opera sia ancora composta: Manon Lescaut è solo il soggetto scelto…

ed è una scommessa all in che Ricordi cerca di vincere in tutti i modi, arrivando a fare carte false quando si accorge che nessuno riesce davvero a lavorare con Puccini…

a scrivere Manon Lescaut ci provano tutti i professionisti di quei tempi (perfino lo stesso Leoncavallo!) ma non ci riesce nessuno, e le lettere di protesta di Luigi Illica (che in Manon Lescaut si è cimentato più degli altri) a Ricordi mostrano un Puccini indeciso, che va a sentimento, che riesce a spiegare più cosa non vuole di quel che vuole, e che ha la tendenza a stralciare il lavoro di mesi come se nulla fosse…

Quello che accade per Manon Lescaut accadrà per tutte le altre opere future…

Puccini si farà “adulare” dalla competizione nello scegliere i soggetti sovente (sceglie Bohème per soffiarla a Leoncavallo; Tosca fu per qualche tempo opzionata da Alberto Franchetti; considera Oscar Wilde e vuole fare Gianni Schicchi e Turandot per misurarsi con il Richard Strauss di Salome, Rosenkavalier, Ariadne e Frau ohne Schatten, un aspetto che approfondiremo molto; Fanciulla ha “voglie” per Debussy; e per molti anni insegue Mascagni con Butterfly che segue Iris, Rondine che segue Lodoletta e per un po’ l’incompiuta ma tanto lavorata Maria Antonietta che segue Il piccolo Marat) e non troverà mai collaboratori duraturi…

il tris delle meraviglie Puccini-Illica-Giacosa (compositore, drammaturgo e versificatore: una triade forse approntata per inseguire la vincente maniera con cui venne forgiata Cavalleria rusticana da Mascagni, Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci), che scrive lo zoccolo duro dei guadagni di Puccini (Manon, Bohème, Tosca e Butterfly), sta insieme solo grazie alla mediazione e al denaro di Ricordi, con Giacosa mai davvero soddisfatto (se non di Bohème), e con Illica sempre incredulo di dover sopportare l’ingerenza sia di Giacosa sia dello stesso Puccini là dove invece fa beatamente i soldi senza lamentele quando scrive totalmente da solo per Mascagni, Giordano, Franchetti, Smareglia o Montemezzi…

sono molti gli autori che hanno lavorato con Puccini girando a vuoto, scrivendo e riscrivendo senza riuscire a combinare nulla (con Illica, Puccini considera tanti soggetti che iniziano ma non vengono concretizzati; non riesce a lavorare con Gabriele D’Annunzio, nonostante due tentativi fatti [D’Annunzio lavorerà tutto sommato non malissimo con Debussy nel 1911 e con Mascagni nel 1913]; e quasi prende in giro il povero Valentino Soldani facendogli scrivere, quasi senza pagarlo, almeno due libretti per mettere fretta a Ricordi e ad altri librettisti col la scusa «se non lo fate voi lo faccio con Soldani» senza però avere davvero l’intenzione di musicarli)…

riesce a lavorare bene con il nazionalista, proto-fascista e poi fascista convinto (assai detestato da Mascagni) Giovacchino Forzano, col quale i rapporti sembrano essere stati idilliaci per Gianni Schicchi e Suor Angelica nel 1917-’18 (e Forzano sarà il “regista” della Turandot postuma e valente promotore della creazione del Festival Puccini e della costruzione del teatro all’aperto a Torre del Lago), ma con cui non è riuscito a mettere mano a nessun altro soggetto (e nonostante il millantato idillio, Forzano si vide bocciato il suo soggetto per Sly, poi musicato da Ermanno Wolf-Ferrari, come venivano scartati i tanti soggetti di Illica)…

alla fine l’unico con cui ha lavorato davvero senza particolari strazi è stato Giuseppe Adami (quasi glielo impone Ricordi per La rondine, almeno nel 1911, ma poi diventano super-amici), ma anche lui ebbe la sua parte di lamentele durante Turandot tra 1920 e ’24… con Adami però furono davvero amici e Adami sarà un primo biografo di Puccini, e smercerà diversi luoghi comuni su di lui insieme a ricchissime vere notizie di prima mano sul processo creativo delle opere alle quali ha lavorato…

Manon Lescaut viene rappresentata nel 1893, solo una settimana prima del Falstaff di Verdi…

inaspettatamente, la scommessa di Ricordi va in porto: tutte e due sono opere da miliardi di dollari…

Verdi fece un colossale successo intellettuale, essendo stato capace di non piegarsi, con classe, all’emulazione wagneriana, rifacendosi al moderno Shakespeare invece che all’eterno medioevo farlocco degli epigoni di Wagner…

Manon è stato un miracolo: un libretto raffazzonato e senza senso veniva inghiottito da una delle musiche più moderne mai composte allora (con tanto di ripensamenti settecenteschi, allora oggetto di avanguardistica attenzione europea, dai tempi di À la Chapelle Sixtine di Liszt [1862], della Holberg Suite di Edvard Grieg [1884] e degli intermezzi della Pikovaja Dama di Čajkovskij [1890])…

…e col successo arrivò di tutto…

LA TORINESE

Dopo Manon, fanno ancora più soldi Bohème (3 anni dopo Manon) e Tosca (4 anni dopo Bohème)…

Puccini non è stato in grado di fare la mitraglietta di un’opera all’anno come aveva fatto Mascagni 3 anni prima, ma Puccini fa molti soldi anche con le repliche, e Manon fa davvero faville…

Con Puccini, Ricordi può sfoderare tutta la sua sapienza di produttore internazionale, un vero Claudio Cecchetto di allora, che non perde occasione per distribuire i prodotti del suo Re Mida: dopo la creation tutte le opere di Puccini passano da un gigantesco tour europeo e mondiale in cui ogni piazza è studiata con speciale dedizione di marketing grazie alla quale vengono garantiti i migliori cantanti, i migliori direttori e i migliori registi…

Manon, per esempio, è creata a Torino il 1° gennaio 1893: a giugno viene data a Trento, ad agosto a Brescia e a Lucca, a novembre ad Amburgo, Bologna e Roma; a gennaio 1894 è al San Carlo di Napoli, a febbraio è alla Scala, ad aprile a Budapest, a maggio a Firenze (al Pagliano) e al Covent Garden a Londra; raggiunge Buenos Aires e Montevideo nel 1905, New York nel 1907: tutte repliche a cui Puccini partecipa e sovrintende (a New York, nel ’07, era già in lavorazione Fanciulla del West, che debutta 3 anni dopo) e a cui Ricordi fa battage pubblicitario (e, si diceva, è ambitissima la piazza di Vienna, specie nel decennio in cui il capo era Gustav Mahler, dal 1897 al 1907: Mahler accettò Bohème e Butterfly ma non volle Tosca; Puccini e Mahler si sono sfiorati anche a New York, quando Puccini preparava Fanciulla, Mahler era capo della New York Philharmonic, uno dei suoi ultimi incarichi ufficiali prima della sua morte nel 1911)

sarà così per tutte le opere di Puccini, che sembra avere il vento in poppa…

coi soldi di Manon compra la casa di Torre del Lago, a Viareggio (nel 1891, lui ed Elvira ci avevano passato una vacanza e lui se n’era innamorato) e in una decina d’anni, coi soldi di Bohème, la trasforma, da semplice torretta di 3 stanze con annessino, in un villone bello grosso a cui lavorarono l’ingegnere Giuseppe Puccinelli e il pittore Plinio Nomellini; villone ultimato nel 1900 che diventa la residenza ufficiale di Puccini, il suo antro, davvero la sua patria

Torre del Lago è piccolina, ma non così tanto, quasi 1500 persone negli anni d’oro di Puccini, quando ci vive da notabile, una sorta di nobile arricchito (in un posto che era del grande possedimento terriero di veri conti, i Ginori Lisci: da loro Puccini compra la torretta e il terreno per fare la villa dopo il 1893), in un modo simile a come vivono i personaggi di Francis Scott Fitzgerald in Great Gatsby e in Tender is the Night, cioè come vive gente piena di soldi in un posto rurale che non vive di denaro ma quasi di baratto mezzadristico, mostrando abiti lussuosi e fucili vistosi e costosi per andare a caccia la mattina come vecchi aristocratici alla Tolstoj, sfrecciando in auto che solo loro posseggono e diventando collocamento per chiunque sia disposto a stare a servizio senza che nessuno si ricordi mai né come ti chiami né chi sei, anche se, con somma ipocrisia, tutti i padroni ti conoscono da quando sei nato…

a Torre del Lago tornerà da tutti i viaggi e vorrà stare sempre, a parte le numerose tournées, i viaggi, le tappe di lavoro (Milano, Genova) e qualche giorno di voglia di isolamento che richiederà altri appartamenti (vedi la villetta a Chiatri, la casetta a Boscolungo sull’Abetone)… poi costruiscono una torbiera nel 1915, alla quale Puccini si oppone per 4 anni finché, nel 1919, su un terreno nella pineta di Viareggio che aveva già acquistato, fa costruire (da Vincenzo Pilotto e Federico Severini) un’altra villa, allora avvenieristica, addirittura col riscaldamento in casa, il campanello e l’apertura elettrica del cancello, dove va ad abitare per gli ultimi 3 anni che gli restano da vivere nel 1921… sono stati, quindi, una 20ina d’anni quelli passati a Torre del Lago come residenza stabile

ma ci sono dei problemi, problemi anche innescati dall’essere un notabile in un posto piccolo, dove tutti ti vedono, ti conoscono, sanno chi sei, e non vedono l’ora di invidiarti e di farti la morale…

proprio dal successo delle opere, e dal rapporto con le cantanti protagoniste, che possiamo evincere da diverse fonti, scopriamo che Puccini pensava alle donne solo e soltanto come persone con cui fare sesso appassionato…

pare proprio che gli sembrasse molto strano parlare con una donna per più di un’ora senza poi farci l’amore…

è impossibile fare il conto di tutte le donne che Puccini ha avuto, specie in un sistema di veti alla divulgazione dei documenti, e specie nel mondo di quei tempi in cui tutti facevano tutto con l’ipocrisia che rimanesse segreto…

per tutte quelle che Elvira scoprì si fece dramma, con un copione che si ripeterà negli anni: cioè Puccini che si trova bene per qualche tempo con qualcuna, le promette di lasciare Elvira per lei, poi Elvira scopre tutto, o Puccini scopre che questa qualcuna fa l’amore anche con altri uomini, allora Puccini si disamora e finisce per restare con Elvira frustrato, sbuffante e iracondo come un gatto riacciuffato per la collottola e rimesso nel trasportino dopo aver per un po’ corso nel parco: brontola e ribrontola dicendo di volere la libertà ma intanto divora di buon grado il cibo umido che il padrone gli porge dalle grate del trasportino…

all’origine di tutto ‘sto copione sta la torinese (e il copione si ripeterà pressoché identico poco più di 10 anni dopo con Josephine von Stengel)…

la torinese non è la prima tresca scoperta (di certo Elvira aveva scoperto le “uscite” con Hariclea Darclée) ma senza dubbio è la prima tragedia dovuta a una donna, e la terza sua tragedia personale dopo la morte della mamma e lo scandalo della relazione con Elvira…

Le premesse sono che, nonostante stiano insieme da, si presume, già una 20ina d’anni, con Fosca e Antonio non più bambini (Fosca ha 20 anni e Antonio 14), Puccini ed Elvira non si sopportano…

Lei è sciatta per stare con la gente alta che lui ha cominciato a frequentare dopo il successo giunto e i soldi arrivati…

e poi non sono sposati: Narciso Gemignani è ancora vivo e il divorzio non esiste…

ma se non sono sposati, le scene di gelosia di lei sono fuori luogo…

La torinese, dopo Elvira, è il buco nero più grosso dei documenti riguardanti Puccini in nostro possesso: probabilmente il patteggiamento in un tribunale ha decretato la distruzione delle lettere che Puccini e la torinese si scambiarono in neanche 3 anni di relazione clandestina, che si sono conclusi con altri 9 mesi di acrimonia e odio…

una relazione clandestina che si espleta nelle villette che Puccini compra o affitta per isolarsi (tra cui la villa di Chiatri, comprata nel 1898, la prima casa che Puccini possedette in toto, e dove Elvira e la piccola Fosca non volevano per niente stare, in culo ai lupi senza nessuna strada carrozzabile vicina: Fosca ed Elvira, quando costrette a stare là, pare che fingessero rumori di fantasmi per spaventare Puccini e convincerlo a tornare a Lucca), ma soprattutto negli alberghi di Torino, Milano, Genova (considerata a mezza strada tra Torre del Lago, dove sta Puccini, e Torino, dove risiede la torinese) e in posti più rischiosi, tipo Pisa, dove vive Nitteti, che li scorge, e perfino Viareggio, dove perfino Elvira li vede insieme, scoprendo la tresca ma sottovalutandone sulle prime l’importanza (si limita a prendere a ombrellate la torinese)…

pare che Puccini e la torinese si fossero conosciuti in treno, probabilmente all’inizio del 1900…

dalle lettere si evince che la torinese era giovanissima e che per lei un 40enne Puccini voleva concretamente lasciare Elvira…

del clan di Puccini, però, quasi nessuno sopporta la torinese: Ricordi, per esempio, dice apertamente che è una puttana, e che distrae Puccini dalla complicata lavorazione di Madama Butterfly

la cosa forse dipende da alcune lettere e voci che sono arrivate a Ricordi indirettamente: a febbraio 1900, Puccini scrive a Plinio Nomellini che va a Torino a trovare «un pezzo di vagina fresca», e a dicembre 1900 scrive a Ferruccio Pagni che ha fatto l’amore con la torinese per 7 volte di fila prima di inneggiare alla «fica» come unica consolazione per i quasi 42 anni compiuti…

ogni tanto, Puccini chiama la torinese Cori, Cori bianca, più raramente Corinna, e quando è costretto con la forza (per esempio ad alcuni amici, tipo Guido Marotti e il già visto Ferruccio Pagni, tra i primi biografi di Puccini, o alla sorellina Ramelde, con la quale si confidava spesso: era la sua unica sorella minore, un anno più piccola [il fratellino Michele morto in Argentina era nato nel 1864]) dice agli altri che di professione fa l’insegnante…

che una ragazza possa concedersi a un uomo così tante volte di seguito, nell’ambiente paludato di quei tempi e in quelle province, l’ha fatta subito catalogare come puttana dal patrizio Ricordi, e quando queste voci circolano, in quello sputo di Torre del Lago, imbarazzano e fanno soffrire Elvira…

Anche Antonio e Fosca detestano la torinese puttanesca, e Puccini reagisce ai tormenti amorosi psicologici per l’appassionata relazione che non riesce a concretizzarsi chiudendosi a riccio anche con la famiglia, che durante la tresca ha numerosi drammi personali…

nel 1901, la ventenne Fosca dice a Puccini di voler sposare un musicista senza un soldo…
Puccini si rifiuta e l’anno dopo le combina un matrimonio con un nobilastro, Salvatore Leonardi… Fosca accetta il matrimonio ma pare che se la sia legata al dito, mettendosi a litigare con Puccini proprio arrovellandolo col senso di colpa di andare con la torinese… a lei ha imposto un matrimonio di comodo mentre lui va a scopare con ragazzine (che hanno forse l’età della stessa Fosca, se non sono più piccole!) lasciando Elvira in ambasce senza un uomo accanto: bella ipocrisia!…

nel 1903, muore il marito di Nitteti, che torna quasi del tutto a carico di Puccini…

tutti avvenimenti che non riescono a far decidere Puccini di lasciare del tutto Elvira per sposarsi con la torinese… o forse c’erano altre prurigini che non gli facevano fare il passo definitivo…

prurigini che, dato il buco nero dei documenti, e date le allusioni di Elvira (che tornerà a rinfacciare la torinese a Puccini per tutta la vita), Illica e Ricordi, sono state oggetto di congettura…
che la torinese fosse addirittura minorenne?
o della famiglia reale?

Non si sa…

ma là dove Puccini non si decideva, il fato decise per lui…

nel febbraio 1903, Puccini, Elvira e Antonio hanno un grave incidente con la macchina mentre tornano, a notte fonda e un po’ alticci, da Lucca a Torre del Lago… l’autista, non professionista e parte di quel collocamento che Puccini rappresenta per i torrelaghesi, darà sulle prime la colpa a un capriolo che attraversava la strada ma anni dopo ammetterà un colpo di sonno…

Puccini ne esce con una gamba rotta che viene curata male e che dovrà essere di nuovo rotta e ingessata: sta quasi un anno al letto, per due anni potrà camminare solo con le stampelle e per tutta la vita andrà in giro con un bastone…

le analisi per l’incidente dimostrano che ha il diabete, cosa che comporta l’inizio di una fastidiosa dieta…

costretto a letto, fuma come una ciminiera: una mattina del 1909-’10, Elvira conterà più di 80 sigarette in un portacenere lavato il giorno prima…

nella stessa notte dell’incidente, con un fatalismo davvero da romanzo, muore Narciso Gemignani, il marito di Elvira!

gli impedimenti al matrimonio tra Puccini ed Elvira non ci sono più: la legge prevede 7 mesi di lutto per la vedova dopo i quali può risposarsi con chi le pare…

e la torinese?

pare che avesse proposto a Puccini di approfittare dell’incidente e di fare la convalescenza da lei a Torino, dove avrebbero potuto sposarsi…

…ma Puccini non lascia Elvira…

un ragionamento da padre propenderebbe a far pensare agli incidenti gemelli, quello con la macchina di Puccini e la morte di Gemingnani nella stessa notte, come a un segno fatalista che Puccini avrebbe dovuto, una volta per tutte, regolarizzare lo stato civile del povero figlio Antonio…

ma si presume che, sobillato da Ricordi e Illica, ansiosi di chiudere la questione torinese per far lavorare il costretto a letto Puccini di buona lena a Madama Butterfly e convinti sostenitori che la torinese fosse puttana, Puccini abbia assunto investigatori privati per far seguire la torinese e quindi provare che era davvero una prostituta…

sembra che gli investigatori abbiano trovato prove che la torinese scopava con un nobilastro di Milano, con diversi militari, con un fotografo, e che avesse una famiglia degenere, con il padre addirittura condannato per atti osceni in luogo pubblico davanti a una 11enne!

Puccini crede a ‘ste storie e accetta il matrimonio con Elvira, nel gennaio 1904, ma torna col pensiero tante volte alla torinese, che non ci sta a essere stata oggetto di un’investigazione il cui frutto lei contesta e considera diffamatorio… e non solo…
la torinese sembra pronta a protestare la sua innocenza in tribunale, dicendo che il diritto di sposarsi con Puccini ce l’ha lei (e se Puccini non la sposa ne pagherà le conseguenze, dice lei: era difficile ai tempi farsi sposare e quindi mantenere se non si era più vergini: e se lei non lo era la colpa era di Puccini!), e lo provano le lettere di Puccini, nelle quali potrebbero sia esserci promesse di matrimonio nero su bianco sia evidenze di cose illegali fatte da Puccini… e se la torinese le divulgasse?

le cose illegali fatte da Puccini sono state leggermente indagate dagli studiosi sulla base di allusioni intorno al buco nero dei documenti…

sono gravi tanto da far intimorire assai Puccini, che dice che se le illegalità fossero divulgate lui dovrebbe scappare latitante in Svizzera…

violenze?
percosse?
la semplice diffamazione della torinese?
un aborto?

boh…

è dramma e strazio, che Puccini, in accordo con Ricordi, lascia fuori dai tribunali forse pagando o patteggiando o altro…

…fatto sta che le lettere alla torinese, con le prove delle illegalità, spariscono, e che Puccini si è sposato di malavoglia con Elvira forse sobillato da notizie false di investigatori farlocchi, oppure perché non reggeva al macigno morale di lasciare Elvira e di inimicarsi tutta la famiglia, soprattutto una figliastra che lo disistima e un figlio che ama tanto la mamma, o, ancora, per non sopportare le reprimende del datore di lavoro Ricordi, che non gli avrebbe forse mai perdonato un secondo scandalo di donne dopo quello di Elvira, scandalo forse capace di far disamorare il pubblico dell’idolo del teatro musicale italiano e che Ricordi avrebbe dovuto mettere a tacere con costose false storie per i giornali vari dell’italietta bigotta pronti a infangare con gusto il Re Mida dell’opera…

Nel 1970, Massimo Mila, il più grande critico musicale italiano, quasi un po’ scherzando, disse che la novantenne mamma gli aveva detto di essere stata a scuola con la torinese, che si chiamava davvero Corinna, forse Agnellotti o Agnoletti… e sì, forse era insegnante o forse una sartina…

L’allusione al padre della torinese condannato per atti osceni in luogo pubblico ha fatto scartabellare agli studiosi le procure di Torino trovando un povero Domenico Coriasco, condannato nei mesi compatibili con quelli della torinese

Domenico aveva una figlia “compatibile” con la torinese, Maria Anna, nata nel 1882, quindi 18enne, forse 17enne quando fa l’amore sette volte di seguito col quasi 42enne Puccini (ha due anni meno di Fosca, e forse per questo la relazione sarà tanto mal sopportata da Fosca)… era una sartina a Torino, forse come si ricordava la mamma di Mila…

Maria Anna Coriasco è poi morta nel 1961 senza mai più parlare di Puccini…

per tutti gli anni 2000s e 2010s, la torinese è stata Maria Anna Coriasco…

pareva una cosa certa

Succede però che negli anni 1950s, un ingegnere comunale addetto alla conservazione della villa pucciniana di Viareggio scopre un doppio fondo dietro a una trave… dentro ci sono brutte copie di telegrammi…

li considera cartaccia e li tiene a casa sua fino addirittura al 2009, quando gli viene in mente di consegnarle a Simonetta, la nipote di Puccini…

Simonetta era gelosa di tutti i fogli e i foglietti del nonno e chiude le minute dell’ingegnere in cassaforte a Milano e non le menziona a nessuno studioso…

Simonetta muore nel 2017, e nel 2019 Francesco Cesari e Matteo Giuggioli, curatori dell’edizione nazionale dell’epistolario pucciniano relativo agli anni 1902-1904, hanno finalmente accesso a queste minute dopo tante insistenze, e in una minuta è nominata tale Corinna Maggia…

l’ipotesi è che le minute fossero in qualche modo scampate dal rogo imposto dal patteggiamento/pagamento della torinese perché erano “cartacce” che Puccini non spedì e che mise nel doppio fondo della trave dopo il trasferimento a Viareggio forse anche solo per stivarle da qualche parte, oppure potrebbe averle tenute nascoste la stessa Elvira…

Corinna Maggia è stata prima sarta e poi insegnante a Torino di lavori domestici, materia per cui ha scritto anche un manuale; si è sposata nel 1905 con un avvocato e riuscì a farsi autografare un libro da Gabriele D’Annunzio…

è morta nel 1973 ed era nata nel 1881, quindi quasi 19enne quando Puccini conosce la torinese

quando gli studiosi hanno interrogato i suoi parenti pare che essi sapessero tutto della storia che aveva avuto con Puccini, perché lei stessa l’aveva raccontata ai nipoti… che però non hanno detto niente a nessuno perché pensavano che la cosa fosse vecchia e ininfluente…

l’unica cosa che non quadra è l’allusione al padre condannato… ma è un’allusione che, a leggere bene le malconce lettere successive in cui è contenuta, non si applica alla torinese in persona ma a una sua collega sartina, e viene tirata fuori come denigrazione dell’ambiente della torinese più che della torinese stessa…

né la vita di Corinna Maggia né quella di Maria Anna Coriasco sembrano le vite di una persona caparbia e testarda come viene fuori la torinese dal buco nero dei documenti, né sembrano persone gravitanti circoli puttaneschi (e tutti i “congiunti” di Puccini, da Ricordi a Illica, linkano subito la torinese al puttanìo: davvero solo per strategia atta a denigrare la ragazza e farla scordare dal compositore? e davvero Ricordi pagò gli investigatori per fabbricare le prove del puttanesimo della torinese? boh)…
sembrano, anzi, entrambe persone molto blande e calme…

ma chi lo sa…

e poi c’è un dettaglio proprio da feuilleton che si basa sul fatto che tutta Madama Butterfly è stata scritta durante la relazione con la torinese

c’è chi dice che Madama Butterfly è come i Wesendonck-Lieder e Tristan und Isolde: non si sa se furono scritti per via della relazione di Wagner con Mathilde Wesendonck oppure se la relazione con Mathilde Wesendonck fu provocata da Wagner proprio perché voleva scrivere di tormentate storie d’amore e sentiva di non poterlo fare se nel frattempo non ne viveva una in diretta

il soggetto di Butterfly è venuto fuori dopo o prima della torinese?
l’andamento sconfortato della relazione con la torinese, pregno di sensi di colpa morali aizzati da Ricordi e Illica nei confronti di un Puccini colpevole di incantare con finto amore spinto dal sesso una povera ragazzina, era autentico o fu sobillato per far sì che Puccini scrivesse meglio la musica su un’uguale storia di una bambina ingannata nei sentimenti da un riccone più grande di lei? [si noti anche che quadrano perfino le durate delle relazioni: 3 anni di Puccini con la torinese e 3 anni di attesa di Butterfly in Giappone di un Pinkerton, a di lei insaputa sposato con un’altra]

Butterfly è la torinese così come Elvira era stata Manon? come Sybil Seligman sarà Minnie? come Josephine von Stengel sarà Magda? come Doria Manfredi sarà Liù?

questo fa parte della suggestione…

…e suggestione è l’aver trovato uno spartito canto e pianoforte provvisorio, stampato ma non commercializzato da Ricordi, nella casa del marito di Corinna Maggia…
come l’ha avuto?
ce l’ha perché Puccini donò all’ispiratrice dell’opera, quella torinese che tanto amò macchiandosi di amore fasullo, il frutto artistico del loro amore?

è sicuramente un bel romanzo…

certo è che è strano come la caparbietà della torinese, che si evince dal contorno del buco nero della documentazione, si sia trasformata nella rassegnazione autodistruttiva di Ciò-Ciò-San… perché così l’avrebbe voluta Puccini? Carina, maialetta ma poi anche remissiva e annullante (come invece sembra che non sia per niente stata, visto che voleva portare tutti in tribunale)?
ci sta eh…

Anche Suor Angelica è una che accetta la sua “colpa” con disperazione, invece di indignarsi, o di recriminare o di protestare: si autoimmola alla sua sofferenza…
Suor Angelica però è dopo la morte di Doria Manfredi (che stiamo per vedere)…
ma che come Suor Angelica avesse fatto Butterfly 14 anni prima, senza la morte di nessuno, fa forse capire che un senso “autodistruttivo” ce l’aveva proprio Puccini: mica per nulla, nonostante tutto, è rimasto con Elvira al di là delle tragedie più atroci!

DORIA

la prima di Butterfly (1904), per altro, fa fiasco niente meno che alla Scala di Milano: un fiasco abbastanza sonoro…

come sempre incapaci di analizzare la sconfitta, Puccini e Ricordi se la prendono con una claque professionista (figura importante nel sistema produttivo del teatro musicale italiano, come le prefiche per i funerali) inadempiente o non pagata abbastanza…

anche Giacosa considerava l’opera maledetta, e stavolta protestò fortemente per il libretto, evidentemente non più disposto a ingoiare i bocconi amari della bocciatura indiscriminata del suo lavoro già sopportati in Manon e Tosca

Puccini, invece, è sicuro di aver fatto bene, e difatti Butterfly viene subito replicata a Brescia, neanche due mesi dopo la prima, non così rimaneggiata, ma neanche proprio identica, e fa successo…

Ricordi è rimasto invece scottato dai fischi e finirà che, finché Puccini è rimasto vivo, nessuna sua opera verrà mai più data in prima rappresentazione in Italia…

quasi per aprire un nuovo mercato, Ricordi organizza una tournée di Puccini in Argentina e Uruguay, nel 1905, che sarà molto fruttifera di denaro… in Argentina era morto il fratello di Puccini, Michele, 14 anni prima: un successo in quella parte del mondo potrebbe essere stato psicologico per Puccini…

Nonostante il successo bresciano, anche Puccini dimostra ripensamenti per Butterfly, e sembra che cominciò a trovare la quadra solo nel 1906, quando lavora con il regista Albert Carré per la prima parigina all’Opéra Comique (ma si registrano ripensamenti su Butterfly almeno fino al 1920: una continua rielaborazione dell’opera della torinese)… una prima che però lo turba alquanto…

Nel 1904, Puccini ha conosciuto a Londra Sybil Seligman, una persona a cui per un po’ ha confidato diverse cose: venne sopportata da Elvira e passò, col marito David e i figli, due o tre estati in vacanza a Torre del Lago e a Boscolungo sull’Abetone… anni dopo, il figlio di lei, Vincent, pubblicherà le loro lettere…

a lei Puccini scrive che l’Opéra Comique è un ambientaccio e le chiede di procurarle, da Londra, della cocaina… cosa che accadrà anche in altre occasioni…

anche per la famiglia Puccini, Madama Butterfly è un cruccio, perché effettivamente è sentita come l’opera della torinese (e non solo, una sgradevolissima opera sul più orrendo turismo sessuale, con nessun maschio, forse leggermente Sharpless, che si turba che la protagonista abbia solo 15 anni): Fosca, per esempio, la odiava, e pare sobillasse il marito Leonardi a parlarne male in pubblico…

Salvatore Leonardi è una figura difficile da inquadrare con la documentazione esistente: anche se accettò il matrimonio combinato con Fosca, parlò male di Puccini continuamente… magari perché Fosca lo tradiva regolarmente, o chissà per quale altro motivo…
ma anche lui, nonostante le numerose corna, che sicuramente ricambiava, mai pensò di lasciare Fosca…

Una Fosca che ha sfornato ben tre figli: Franca (nata nel 1903), Antonio ed Elvira jr., detta Biki, quest’ultima nel 1906 (è la famosa Biki Leonardi che sarà la stilista di Maria Callas: è morta nel 1999): tutti riconosciuti da Leonardi…

Ma tutti sapevano che tra Fosca e Leonardi il matrimonio era, in qualche modo, aperto

Proprio nel 1906, quando è nata Elvira jr. e quando Albert Carré lavora, col Puccini sotto cocaina, alla Butterfly di Parigi (e anche quando muore Giuseppe Giacosa, che anno strano!), Fosca approfitta delle ville vuote a Torre del Lago per passare dei giorni d’amore con un amante, un giornalista, forse già Mario Crespi, la persona che sposerà nel 1938 dopo la morte di Leonardi, oppure un altro giornalista inglese…

La vede una domestica… Doria Manfredi… assunta da Elvira almeno 3 anni prima, per aiutare in casa negli anni in cui Puccini è fermo a letto o con le stampelle dopo l’incidente…

al momento dell’assunzione è molto probabile abbia 18 anni, ma c’è chi dice ne avesse avuti 16 (è possibile che qualcuno a Torre del Lago l’abbia scambiata per una 16enne)… nel 1906 ha quindi tra i 18 e i 20 anni…

Doria fa la spia a Puccini, gli dice che sua figlia è con un amante…

Puccini va su tutte le furie, ma pare che su tutte le furie ci vada anche Fosca: quella cacchio di servetta di cosa s’impiccia?… e perfino Leonardi fa la voce grossa dicendo all’odiato Puccini di non mettere bocca nel suo matrimonio aperto

questo pare essere stato l’inizio di un tragico piano inclinato, ovvero la quarta tragedia grossa della vita di Puccini…

Fosca, già vendicativa di suo, e propensa alle recriminazioni, come è evidente dalla forza con cui si contrappose al padre 6 anni prima durante la tresca con la torinese, considererà la servetta Doria una nemica giurata…

o, almeno, questa è la tesi vigente tra gli studiosi…

intanto Puccini, a chiacchiere tanto scottato dalla vicenda della torinese, continua comunque ad avere una donna in ogni porto (nel 1906 ha una storia di pochi giorni con Blanka Lendvai, figlia di un amico ungherese: era a Budapest per le repliche di Bohème, Butterfly e Tosca al Teatro Nazionale: al ritorno passerà da Graz per vedere la prima austriaca della scandalosa Salome di Strauss), perfino a Torre del Lago…

ci sono notizie che scopacchi frequentemente con Giulia Manfredi, cugina di Doria Manfredi, in una Torre del Lago che sembra Twin Peaks, o La casa dalle finestre che ridono: tutti sono parenti, tutti sanno tutto, ma nessuno dice niente!

Giulia Manfredi è una sorta di Laura Palmer di Torre del Lago: pare che facesse divertire parecchi e che con Puccini avesse un rapporto speciale solo per caso…

Pare che Puccini usasse Doria, che aveva in casa, per portare bigliettini amorosi a Giulia…

quella Doria che Fosca detestava…

Questo piano inclinato di tragedia pare che abbia rosolato per 3-4 anni, durante i quali Puccini, sicuramente affascinato dai consigli di Sybil Seligman, decide di mettere in scena La fanciulla del West, e stufo dei metodi di lavoro con i soliti Illica e Soldani, e con Giacosa, si diceva, morto e sepolto nel 1906, assume lui stesso, nel 1907, senza il consenso di Ricordi, un autore giovinastro da manovrare, tale Carlo Zangarini…

Zangarini va a Torre del Lago, e forse vede Puccini spassarsela con Giulia, che è nata nel 1889, è cioè la solita 18enne che fa girare la testa a un Puccini 50enne (anche Blanka Lendvai, che scopò nel 1906, era nata nel 1887, era, quindi, 19enne: il pattern è ben evidente)…

La cronologia, però, come al solito, non è chiara… magari Puccini ha incominciato ad andare con Giulia dopo, ma forse no…

Nell’inverno 1907, Puccini ed Elvira fanno una seconda tournée, promossa da Ricordi, a New York: se la nuova opera sarà un’opera americana, è bene che l’America impari a riconoscere Puccini come idolo da subito… inoltre, Puccini aveva con gli USA rapporti ben rodati con Madama Butterfly, basata, tra le altre cose, sulla sistemazione teatrale dello statunitense David Belasco: nell’opera risuonano l’inno americano e il motto «America forever» che Puccini inciderà per immortalare la sua voce in un rullo della Columbia proprio a New York…

Da New York, Puccini ed Elvira vanno alle Cascate del Niagara, e da lì Puccini manda una cartolina a Giulia Manfredi… è la prima attestazione di Giulia Manfredi nella documentazione disponibile…

Nell’inverno del 1908, Puccini ed Elvira fanno una vacanza in Egitto, da veri ricconi occidentali Belle Époque

e Fanciulla del West latita…

Nonostante Zangarini abbia pressoché finito di scrivere, Puccini assume un altro versificatore, tale Guelfo Civinini, che lavorerà pochissimo a Torre del Lago, nel 1908…

Lo assume forse dopo aver visto Pelléas et Mélisande alla Scala, dove è stata rappresentata proprio nell’aprile del 1908… l’opera circolava già da 4 anni e aveva fatto faville tra i giovani, che si erano intristiti per la sorte degli apatici ma sentimentali personaggi come nel 1993 gli emo si identificheranno con Nightmare Before Christmas (vedi Burton II): non è di fuori che Puccini volesse puntare a qualcosa di simile al diafanismo di Pelléas et Mélisande, anche perché, dal 1908 in poi, effettivamente, le sue opere tratteranno l’Amore in una maniera più struggiosa non esente da una certa disillusione sconosciuta alle opere precedenti: un elemento che è facile attribuire alle vicende biografiche di cui stiamo parlando, ma che, a livello di tecnica e di drammaturgia, trova nel Pelléas et Mélisande un formidabile modello stilistico, anche perché, prima di sentire Debussy, l’Amore ugualmente struggioso di Madama Butterfly, strutturato sulla torinese, non aveva un cacchio delle nuances infelici che hanno invece le opere post 1908 (per Debussy, Puccini avrà sempre parole di sincero apprezzamento, e rimarrà male della sua morte nel 1918)…

per avere parole adatte a tutto questo assume un altro versificatore?

magari lo assume, invece, dopo aver visto, ancora nel 1908, per la seconda volta dopo Graz (due anni prima), la Salome di Strauss a Napoli…

a Napoli Puccini parla con Strauss [che agli orchestrali dà indicazione di suonare come un «giardino zoologico»], ma Strauss, nonostante i convenevoli, pare che lo snobbi…

È ovvio che Salome, per Puccini, è stata una bestia nera, e gli arrovellerà il cervello almeno fino al 1917 quando altre opere di Strauss susciteranno il suo interesse (abbiamo visto Rosenkavalier, che innescò una volontà per l’opera comica confluita nel Gianni Schicchi, poi Ariadne e Frau ohne Schatten, sicuri modelli di Turandot: le maschere di Ariadne sono l’ipotesto per i ministri di Turandot)…

In un certo senso, nel 1917, Puccini ha forse somatizzato Salome, dopo quasi 10 anni di ascolti continui, con la citazione diretta nella Rondine e con l’impianto di Tabarro, che sfrutta pochi temi ben riconoscibili e per nulla “cangianti”, che si accavallano successivamente, assai diversi dai prismi di tema polisemici delle opere precedenti (ma sono però ancora vaghi abbastanza da fare più scenografia che argomento, difatti Budden considera anche i temi del Tabarro dei prismi perché non si attanagliano direttamente a oggetti ma a stati d’animo e quindi ancora si riferiscono a più “cose”: io non credo di essere d’accordo: è vero che il tema del “tabarro”, per esempio, non si riferisce solo all’oggetto fisico ‘tabarro’ ma si allaccia assai bene alla sola gelosia di Michele, sicuramente senza fare i voli suggestivi del tema del dipinto di Tosca o di “vecchia zimarra” di Bohème, uno che da arte diventa libertà e l’altra che da nostalgia diventa morte)…

per Puccini, la compattezza tematica è una maturazione perché il materiale musicale acquista una coerenza tecnica che prima gli sfuggiva, anche se i prismi polisemici avevano i loro begli argomenti lo stesso…

tra le opere di Strauss sembra che solo Elektra lo abbia davvero schifato, perché delle altre parla male ma poi le imita o le addita a modello coi librettisti, mentre di Elektra, effettivamente, sembra non parlare più, anche se l’impianto di Tabarro potrebbe essere riscontrabile anche in Elektra

Di sicuro, Puccini soffriva l’aria di superiorità che si dava Strauss: Strauss è 6 anni più giovane e ha solo un anno meno dell’eterno amico/rivale Mascagni, il cui successo sfuma un pochino a partire dal flop delle Maschere nel 1901, ma Mascagni non ebbe mai la sicumera di Strauss, anzi, la strafottenza di Mascagni, nonostante tutto, divertiva Puccini, anche solo per prenderla in giro: e poi con Mascagni c’era, permanente, la goliardia nata ai tempi di quando vivevano insieme da studenti a Milano, che è durata tutta la vita: Mascagni ha parlato, nel 1926, alla cerimonia di traslazione della salma di Puccini dal cimitero di Milano, dove era stata posta all’arrivo da Bruxelles, al mausoleo nella villa di Torre del Lago…

con Strauss, invece, qualsiasi tipo di stima, o di amicizia, non ci fu mai: e se Puccini dimostra almeno di prendere in considerazione il tedesco, Strauss, a parte il buongiorno e buonasera che si sono scambiati a Napoli, fa una fatica immane a dire qualsiasi parola gentile su Puccini: negli anni intorno al 1914, Strauss ce la fa ad apprezzare, timidamente, che anche Puccini fosse tra coloro che si rifiutavano di vedere rappresentato il Parsifal di Wagner fuori da Bayreuth [Wagner aveva decretato nel testamento di non rappresentare Parsifal fuori dal suo Festspielhaus per almeno 25 anni, e per commemorare la morte del compositore, nel 1883-’84, qualcuno fuori da Bayreuth eseguì l’opera in forma di concerto simbolicamente rispettando il diktat, ma poi la vedova Cosima tentò di non dare nessuna autorizzazione neanche a tempo scaduto: molti impresari se ne fregarono e rappresentarono l’opera lo stesso, suscitando lo sconcerto soprattutto del mondo musicale germanico a partire almeno dal 1903, quando un tribunale statunitense autorizzò una rappresentazione scenica al Metropolitan di New York, cosa che aprì a un sacco di repliche in giro per il mondo: alla fine, vedendo che Parsifal comunque si rappresentava, Cosima concesse ufficialmente le performances sceniche nel 1914, cosa che innescò ulteriore dibattito e scorno tra i più puristi wagneriani, tra cui Strauss e Puccini; Puccini non è stato a Bayreuth pochissime volte, dopo il primo viaggio pagato da Ricordi: durante la liaisons con Josephine von Stengel, Bayreuth è stata una tappa del loro amore clandestino, e quindi Puccini si faceva negare ai tributi pubblici che Cosima, effettivamente ligia ai convenevoli, voleva attribuirgli: un maestro italiano discepolo di Wagner, e conscio della sua inferiorità tanto da andare senza seguito al Festspielhaus, faceva piacere a Cosima, anche se Cosima odiava la musica di Puccini], ma per il resto ebbe per il lucchese solo acrimoniosa indifferenza artistica e gelosia per i successi secondo lui ingiustificati che Puccini mieteva nei teatri tedeschi, cosa che commentava con sopraffino disprezzo con gli amici [curioso notare come, almeno in gioventù, Strauss aveva invece guardato con somma attenzione all’ultimo Verdi], aggiungendo che Puccini era anche un sodale dell’operettista Franz Lehár, ugualmente detestato da Strauss [Lehár e Puccini furono davvero cordiali colleghi: Lehár fu uno dei primi ad andare a trovare Puccini durante la radioterapia a Bruxelles], e basava il suo successo su orchestrazioni semplificate per i teatri dozzinali e sulle fantasie per organetto, cioè roba per il volgo più becero [in realtà, Puccini autorizzerà ben poche semplificazioni e cercherà in tutti i modi di vietare le fantasie per organetto, che molte volte erano pura pirateria: per avvicinare il pubblico al suo teatro, Strauss componeva fantasie orchestrali da concerto dalle sue opere, sicuro che bastasse quello a invogliare la gente colta, cosa che Puccini, per sfortuna, non farà mai: la musica di molte sue opere avrebbe fatto faville senza il canto dialogato dei cantanti, ma Puccini evidentemente non riusciva a pensare la sua musica senza testo, tanto che, dopo quello di Manon Lescaut, smise anche di comporre intermezzi propriamente detti, cioè la sua musica fu totalmente drammatica, anche se non mancheranno quasi mai episodietti di sola orchestra, dall’alba del terzo atto di Tosca, al finale del secondo episodio di Butterfly, al sottofinale di Suor Angelica ecc. ecc.]

Negli stessi anni, Strauss e Debussy erano bestie nere anche per Mascagni: per andare dietro a Debussy, Mascagni lavora con D’Annunzio [con cui Puccini non riuscì a trovare convergenze artistiche] nella Parisina del 1913 [Debussy, nel 1911, aveva sensazionalisticamente lavorato con D’Annunzio nel Martyre de Saint Sébastien] e fa Isabeau nel 1910, che è una sorta epigono strange di Pelléas et Mélisande, in una diretta contrapposizione orchestrale con Strauss e Debussy che Mascagni dichiara apertamente nelle lettere ai suoi impresari…
Ma quelli di Mascagni erano inseguimenti diversi poiché, nella sua strafottenza, Mascagni è stato tutta la vita certissimo che Strauss e Debussy avessero copiato dalle sue Guglielmo Ratcliff, Iris, Maschere e Amica, del 1895, 1898, 1901 e 1905, precedenti agli esordi teatrali del 1904 e 1905 di Debussy e Strauss [prima di Salome, Strauss aveva già composto due opere, ma di così poco successo che il maestoso incasso di Salome la rese quasi un suo esordio teatrale de facto]… Se Maschere e Ratcliff furono flop, invece Iris cavalcò benissimo la mania giapponese della Belle Époque (The Mikado di Gilbert & Sullivan è del 1885) e venne effettivamente adorata, col suo «Inno al sole», in tutto il mondo prima che Madama Butterfly di Puccini, nel 1904, la oscurasse assai: Mascagni era convintissimo che Iris e Ratcliff, che avevano trame completamente da atmosfera mentale, e si concludevano entrambe in tragedie sublimate, avessero anticipato tutto il Simbolismo di Pelléas et Mélisande e tutta la violenza strumentale di Strauss (inoltre, Maschere anticipava di 10 anni il neoclassicismo del Rosenkavalier di Strauss e Amica era prodromo alle tinte fosche di Salome ed Elektra)…
E Mascagni era uno che alla strafottenza, anche personale, ci teneva: per anni, e non solo in gioventù, è andato in giro vestito da vero dandy, vestito bicolore (la parte sinistra di in colore, la destra in un altro) e con una pitta di capelli al vento spesso vertiginosa!

Anche Puccini avrebbe potuto rivendicare precedenze sul teatro di Strauss e di Debussy, proprio con i suoi temi prismatici di Manon, Bohème e Tosca [i temi di Pelléas et Mélisande sono tutti prismatici e polisemici, anche se Debussy, per nazionalismo, aveva parlato malissimissimo di Bohème, perché un italiano aveva osato cimentarsi con un soggetto francese! E non parliamo del modo di Strauss di trattare gli incipit come sigla leitmotivica e come materiale tematico di costruzione dell’opera, del tutto desunto da Bohème e Tosca (anche se “padre” di entrambi, in questo specifico frangente, è l’Otello di Verdi)], ma non si azzardò mai… e infatti è sempre andato vestito elegantissimo, da vero arricchito ai confini dell’identità con l’aristocratico, cioè uno che non si abbassa a rivendicare le proprie “precendenze”…

Con in testa tutte queste rivalità, nel 1908 Puccini licenzia Zangarini e assume Guelfo Civinini, anche lui sconosciutissimo…

Non si sa davvero per quale motivo, anche perché la Fanciulla del West aveva davvero il testo già completamente fatto, con Civinini che scriverà sì e no il 10% del prodotto finito…

ma tant’è…

con la presenza di Civinini a Torre del Lago si verifica però un ricorso storico: Fosca ha una storia forse da una botta e via con Civinini, e viene vista da Doria!

proprio Doria, la persona che Fosca odia da 2 anni!

Capire cosa succede da adesso in poi è difficilissimo…

Le teorie sono che Fosca, per la seconda volta scoperta dalla servetta Doria, abbia cominciato a dire a Elvira che Puccini ha per Doria un favoritismo esagerato…

è facile far notare a Elvira le volte che Puccini si apparta con Doria, forse per darle biglietti per Giulia…
è facile far notare a Elvira quanto Doria sia una delle uniche servette che assistono il compositore durante il suo lavoro notturno…
è facile far notare a Elvira quanto Puccini dia premi a Doria, soprattutto denaro (da dare a Giulia? o come compenso per fare da messaggera?)…

Poi arriva nelle mani di Elvira (lo scova Fosca?) un biglietto con l’indirizzo di un noto abortista di Viareggio…

Puccini ha messo incinta qualcuna e l’ha fatta abortire!

chi?

Doria?

in questo frangente pare che Elvira non riesca a vedere l’evidenza di Giulia, perché ha sempre Doria sotto gli occhi ed è a Doria che puntano i pettegolezzi vendicativi di Fosca, che ha gioco facile nell’instillare nella già gelosissima madre sospetti sulla servetta (e non su Giulia Manfredi per la quale Fosca non ha motivo di cruccio)

Una Doria, però, che le è indispensabile in casa…

ma il biglietto dell’aborto è atroce…

oggi si ritiene che Puccini abbia fatto abortire Giulia, e, anzi, che Giulia sia poi ricorsa diverse altre volte all’abortista di Viareggio, ma allora Fosca ebbe gioco facile, ripeto, ad accusare Doria…

gli studiosi sono quasi sicuri di tutto questo, e dipingono bene la Fosca vendicativa e Lady Macbeth che sussurra alla mamma frasi sconce sulla povera servetta Doria…

nel contorni del buco nero della documentazione (ancora provvidenziali sono le confidenze rimaste scritte a Ramelde, mentre, di questa storia, Puccini parla a Sybil Seligman in maniera ingarbugliata), Puccini in effetti si lamenta di gente che consiglia male Elvira su Doria: individua precisamente due persone, che però chiama con nomi in codice: uno è il conte e l’altra è Clorinda, e insieme sono gli L

gli studiosi sono sicuri di individuare gli L nei Leonardi, Fosca e il marito Salvatore… il conte quindi sarebbe Salvatore, che in effetti era conte, e Clorinda sarebbe Fosca…

Non so se la cosa regge…

è vero che Fosca ce l’aveva con Doria per cavoli suoi, ma davvero farla pagare a una servetta comportava sobillare la mamma Elvira su una tresca della servetta col patrigno?
non bastava far licenziare la servetta e basta?

Davvero, come affermano diversi spettegolosi, Fosca sobilla Elvira per colpire sia Doria sia Puccini, il patrigno che dice di amare ma che invece gli sta sulle balle dai tempi della torinese e dai tempi del matrimonio combinato con uno che non amava?

e quel marito, Leonardi, come mai partecipa nel far credere a Elvira che Puccini ha una tresca con Doria?

per delegittimarlo agli occhi dei torrelaghesi?
per il puro gusto di buttargli merda addosso?

Boh…

E quando vedeva che la diffamazione, più che la stessa Doria, faceva impazzire Elvira, l’adorata mamma, perché Fosca non s’è fermata e ha confessato tutto?

La figura della melliflua Fosca forse quadra per certi aspetti, ma per altri risulta esagerata…
benché, in certi contesti familiari, può essere possibile tutto…
Fosca, Elvira e Puccini non si vedevano tutti i santi giorni, e, da lontano, Fosca avrebbe potuto non vedere effettivamente gli effetti del suo operato denigrante Doria… e magari si stupiva anche lei che la mamma non licenziasse Doria e stop…

oppure, un odio fluido tra Fosca e i genitori, nonostante le apparenze, ha corroso tutto quanto, e Fosca se n’è fregata delle conseguenze, anche se hanno colpito altri…

Oppure la storia è più semplice:
nonostante il matrimonio di Fosca e Leonardi fosse pubblicamente aperto, con l’episodio col giornalista di 2 anni prima risolto in quattro battute, la tresca con Civinini ha funzionato come un perseverare è diabolico e Fosca, più che sobillare in maniera machiavellica, ha semplicemente detto alla mamma «cosa dài retta a quella servetta deficiente? sai che quella servetta va anche a letto con babbo!?», frase che, con le probabili evidenze di favoritismo tra Puccini e Doria, forse tramite per raggiungere Giulia, e col biglietto dell’aborto, hanno fatto sbroccare Elvira…
…ma è una semplicità che non mi convince… benché, spesso, per il Rasoio di Ockham, magari, il semplice è il più probabile…

Fatto sta che Elvira è una stanca 48enne…
sarà stata sobillata dalla figlia…
o si sarà sconcertata davvero di vedere il marito che la tradisce perfino in casa…
…oppure è semplicemente arrivata all’esaurimento, dopo 30 anni di tradimenti, sempre insopportabili per una gelosa persa come lei…

insomma, finisce che Elvira fa crack

urla in privato contro Doria, senza poi riuscire a licenziarla…

si traveste da Puccini e si mette di notte come si mette lui aspettando di vedere quale donna gli si presenta di notte: non sarebbe bastato spiare e basta?

poi urla in pubblico contro Doria, infamandola come puttana davanti a tutti…

e la reazione di Puccini è cincischiante…

nonostante questo dramma per Doria, non pensa mai di confessare di aver fatto abortire Giulia e poi si sente impotente nel provare alcunché, lui che per 3 anni ha scopato con una 20enne torinese, lui che mente come respira e che ha una donna in ogni porto…

dichiara molte volte che con Doria non ha fatto nulla, ma nessuno gli crede…

pare abbia cercato di far scappare Doria da Torre del Lago, ma che Doria si sia rifiutata: lei, sempre stata tra le quattro case di Torre del Lago, dove cacchio va?

nemmeno Giulia, la puttanella borghigiana, dice un accidente…

Puccini pare abbia cercato di fare ammettere a Fosca di essere lei che sobilla la mamma contro Doria solo per vendetta personale, ma che Fosca gli abbia riso in faccia…
Di nuovo: per quale motivo Fosca, una volta visto che la più colpita è Elvira (e non Doria), non fa marcia indietro?

si capisce che a noi, oggi, mancano diversi pezzi per capirci davvero qualcosa…

intanto i parenti di Doria minacciano duelli e attentati per difendere l’onore infangato pubblicamente di Doria, la piccola di famiglia…

passa un annetto così, con questo strazio per tutti, con nessuno che fa nulla…

sembra una situazione alla Emily Brontë: tutti si odiano ma sono parenti, e non possono scappare altrove perché non concepiscono di poterlo fare, perché Torre del Lago è la gabbia dell’intelletto, è l’hortus conclusus della vita…

neanche Antonio, anche lui 22enne, prende parte bene a ‘sto strazio, perché ha cavoli suoi: ha convinto il padre che gli piacciono i motori e la meccanica e, con dispendio di denaro, Puccini lo fa ammettere a una scuola prestigiosa a Mittweida, in Sassonia… ma Antonio non parla una parola di tedesco, dice di frequentare ma non lo fa…
nello sfacelo della tragedia di Doria, Antonio sembra dare ragione alla madre e non si fida di Puccini…

alla fine, Puccini decide di andarsene a Roma, per comporre Fanciulla, esasperato dall’immobilità, pensando che lo stallo alla messicana non subirà mutamenti… ma senza di lui l’equilibrio si incrina…

Elvira continua a insultare Doria in giro…

e, senza la consolazione di un Puccini che è Roma, Doria, una mattina della fine di gennaio 1909, ingoia due pasticche di disinfettante domestico…

i nipoti, che parlano con gli studiosi anni dopo, hanno sempre ritenuto che il gesto estremo fosse per smuovere qualcosa invece che per ammazzarsi…

anche Elvira, ripensando, dirà che già dal 1905 Doria reagiva esageratamente ai rimproveri: una volta la rimbrottò perché aveva lasciato una pentola sul fuoco, e Doria pianse e pare che avesse addirittura bevuto l’arsenico per il rimorso…
ma non è una storia granché credibile…

la dose, comunque, è letale e Doria passa 5 giorni di atroce agonia dolorosa prima di spirare…
non aveva ancora 24 anni…

è morta una persona…

non si tratta di un patteggiamento scomodo in tribunale come per la torinese quasi 10 anni prima…

è diffamazione che ha portato alla morte…

per qualcuno, è direttamente omicidio…

Dall’autopsia si evince che Doria era vergine

la cosa però non turba per niente Elvira…

davvero come un personaggio di Scott Fitzgerald, neanche la morte fa smuovere qualcosa in una Elvira riccastra e arricchita…

è morta solo una servetta, che se s’è ammazzata è forse perché di qualcosa era colpevole, anche se era vergine…

inoltre, Elvira ritiene di non aver fatto altro che insultarla, e con ragione! è lei che poi s’è ammazzata come una sciagurata qualsiasi…

sono discorsi così astrusi che suggeriscono in effetti una esasperazione immensa…

Elvira viene denunciata dai parenti di Doria e viene condannata per diffamazione: non va in galera perché Puccini paga 12 mila lire out of court

Per parossismo di follia, neanche stavolta Puccini riesce a divorziare da Elvira…

Ma neanche Elvira fa effettivamente niente per sbloccare le cose…

se la prende completamente con Puccini e gli rinfaccia ogni cosa… ed è curioso notare come, più di tutte le altre donne, gli rinfacci la torinese, evidentemente quella che per lei è stata la sofferenza numero uno, perché forse davvero, per la torinese, rischiò di vedere la persona con cui conviveva da quasi 20 anni sposare un’altra!

è durante il processo che Elvira ributta in faccia a Puccini le cose illegali fatte per la torinese poco meno di 10 anni prima…

e sembra dirgli che quelle sì che erano cose gravi, che meritavano davvero la galera, cose per cui ha, fuor di metafora, pagato, mentre la morte di Doria, di una servetta, mica è colpa di Elvira: è Doria che s’è ammazzata, continua a ripetere Elvira, perché evidentemente colpevole, o perché sedotta da un viscido come Puccini, malattia delle 19enni puttanesche!

Perché neanche Elvira lascia Puccini?

nonostante i morti in quel cazzo di Torre del Lago, nonostante la follia di Elvira, nonostante gli intrighi di Fosca, qualcosa non fa prendere né a Puccini é a Elvira la decisione di dire basta…

Perfino Sybil Seligman si scandalizza della cosa, e, anche se rimarrà amica di Puccini per sempre, diraderà assai gli incontri, anche perché anche lei afflitta da lutti personali (nel 1910 le muore una sorella e scopre che il figlio ha una gravissima forma di epilessia)

Il coinvolgimento di Puccini nella morte di qualcuno trova per un po’ spazio nelle cronache europee…

Come con la torinese, l’ormai quasi 70enne Ricordi spera di appianare le cose puntando a una riconciliazione con Elvira…

Evidentemente nell’Italia di allora, un compositore le cui tresche portano alla morte di povera gente, può essere perdonato se questi rimane con la moglie che ha contribuito alle stesse morti…

come mai?

Nonostante legga e rilegga da anni biografie su Puccini, non sono ancora riuscito a capire perché Puccini torni con Elvira, a sopportare Fosca e il fannullone Antonio, dopo la morte di Doria…

per Elvira c’è la scusa che siamo nel 1909 e a lei era già capitato di vivere fuori dal matrimonio in un posto bigotto come la provincia di Lucca: e adesso è anche, per i tempi, “anziana”: dove vuoi che vada senza il marito?

per Puccini, forse Elvira riusciva davvero a torturarlo coi sensi di colpa… che probabilmente sentiva tutti quanti come macigni!

o davvero aveva paura degli scandali che potevano fargli perdere pubblico, come paventava Ricordi…

o, come tutti allora, è stato sì turbato dalla morte di una servetta, ma, sotto sotto, l’ha anche lui sempre considerata una servetta, magari un po’ mitomane, che in primis ha esagerato con quel cazzo di disinfettante, e in secundis non conta nulla, è di basso rango, una nullità di cui non ci si deve preoccupare…

proprio Puccini, che subì tali pregiudizi a 20 anni con Elvira, infligge quei pregiudizi con la suicida Doria?

ci sta eh: è successo spesso che chi ha subito poi fa subire…

fatto sta che è sconcertante la velocità con cui Elvira e Puccini si rimettono insieme dopo la morte di Doria, e atroce è la velocità con cui Ricordi organizza il trionfo (garantito dai divi Enrico Caruso, Emmy Destinn e Arturo Toscanini) per la Fanciulla del West, solo un anno dopo…

E su tutto aleggia l’operato di Fosca, che non reagisce un bel nulla alla morte di Doria, neanche gongolando: se tutto fosse veramente un suo piano, Fosca, nell’ordire piani di morte a lungo termine, varrebbe più del Joker di Batman e di Michael Corleone!
…e non so se la cosa è verosimile…

Il potere di Ricordi con la stampa e le cifre pelosissime pagate da Puccini in risarcimento alla famiglia di Doria hanno fatto inabissare la figura di Doria, riemersa solo negli anni ’50 con i libri di Carner e Sartori…
e, vedete, ancora oggi ci si capisce quasi nulla!

LE ULTIME

davvero ironico è anche il pensare che Puccini, oramai avviato alla vecchiaia, continui senza rimorsi a scopare con Giulia Manfredi per tutto il tempo che gli resta…

…ed è raggelante vedere che Puccini è ancora un cittadino notabile di Torre del Lago nonostante questa storiaccia…

ma è ovvio che i contadini torrelaghesi, in qualche modo, “se la legarono al dito”…

già nel 1911, proprio come se nulla fosse successo, Puccini conosce Josephine von Stengel, con la quale intraprende una storia che sembra davvero la fotocopia della vicenda della torinese, senza però il dramma delle cose illegali e delle minori età presunte…

von Stengel è nata nel 1886, ha quindi 25 anni quando conosce il 53enne Puccini… e naturalmente ha un marito e due figlie…

tra nizzole e nazzole, Puccini starà con von Stengel fino al 1920… una decina d’anni d’amore nomade

Come molte altre, la relazione von Stengel non fu esclusiva (dato anche che, a Torre del Lago, trovava sempre il modo di scopare con Giulia Manfredi), come pare invece sia stata la torinese (ma chi lo sa): durante la loro liaisons, Puccini vedrà senza problemi altre donne…

Nel 1912, muoiono Giulio Ricordi (a 72 anni) e l’adorata sorella piccola Ramelde (poco più che 50enne)… per Puccini è tragedia…

a livello lavorativo la cosa è davvero un dramma, perché gli fa lavorare la prima sua opera con un altro editore, La rondine (dove c’è una citazione dalla Salome di Strauss)…

senza Ramelde, e con Sybil Seligman sempre più assente (sembra che le avesse confidato in qualche modo la sua infatuazione per von Stengel, perché Sybil dimostra di sapere tutto della «tedesca» intorno al 1923, ma nelle lettere rimaste tra loro, von Stengel sembra non comparire in diretta), gli mancano le confidenti… e non si sa perché von Stengel abbia avuto poca voce in capitolo in queste vicende…

si hanno notizie di una appassionata relazione di Puccini con Margit Veszi (nata nel 1885, ex moglie di Ferenc Molnár, autore dei Ragazzi della Via Pál), partita nel 1913 (quindi Veszi ha 28 anni e Puccini 55), forse iniziata quando i due sono a Parigi a vedere Sacre du Printemps di Stravinskij (opera che Puccini non comprese ma che rispettò: la cita alla fine di Turandot, ed essere citato da Puccini è una sorta di “onore” poiché, almeno apertamente, Puccini ha citato solo se stesso [vd La bohème nel Tabarro] e Strauss [la Salome nella Rondine]; le parafrasi di Verdi, Gounod o Wagner nella Turandot [il Credo di Jago dell’Otello all’inizio; la scena del processo di Radamès in Aida nella scena degli enigmi; il Faust nell’atmosfera di «Mai nessun m’avrà»; il tema del mare di Tristan und Isolde nel finale I, evocato anche negli appunti per il finale ultimo], oltre ai miliardi di prestiti vari da Massenet in giù [la Francia è stata per quasi tutta la sua carriera in suo faro artistico: c’è chi lo ha sentito parlare bene anche di Franck] in tutte le sue opere, non sono citazioni letterali; totalmente stravinskiana è anche la scena dell’organetto del Tabarro, del 1918, ricalcata sulla prima scena di Petruška del 1911), e poi continuata anche quella almeno fino al 1920…

le contemporanee storie con von Stengel e Veszi fanno confusione nella biografia: quando Puccini, tra 1913 e 1920, si riferisce a signore straniere chi intende? von Stengel o Veszi…?

inoltre, Puccini, come durante tutta la sua vita, continua a flirtare pesantemente con le cantanti: tra le tante che si contendeva con Richard Strauss per le prime (a differenza di molti altri compositori, Strauss sembra sia stato fedelissimo alla immensamente arcigna moglie Pauline de Ahna), tra cui Solomija Krušel’nyc’ka (cioè Salomea Kruschtschenitzky o altre traslitterazioni) e Maria Jeritza, particolare importanza per Puccini ha avuto Gilda Dalla Rizza (nata nel 1892: sicché quando Puccini la conosce ha 24-25 anni), proprio nel periodo di von Stengel e Veszi…
Dalla Rizza ha plasmato la creatività tecnica di Puccini nella Rondine (che cantò proprio alla prima a Monte Carlo nel ’17) e nel Trittico (la difficilissima prima versione, tutta semitoni, dell’aria dei fiori di Suon Angelica, così come gli argentini e improvvisi acuti di Giorgetta e Lauretta, furono scritti quasi appositamente per lei, anche se per questi non fu presente alla prima newyorkese del ’18), e ci ha fornito diverse testimonianze sulle gestazione di Turandot: anche se Dalla Rizza ha finito per cantare, in carriera (ha cantato con continuità fino almeno al 1939, ed è morta nel 1975), sia Liù sia Turandot, è ovvio che Puccini abbia architettato su di lei Liù, e lei ci informa che Puccini pronunciava il titolo dell’opera sempre alla francese «turandó» [notare bene che, nonostante tutte le trasferte mondiali, il francese era l’unica lingua che Puccini masticava e si vocifera lo parlasse comunque malissimo: per fortuna sua è vissuto in un’epoca in cui,  seppur in fase calante, l’italiano, specialmente tra i musicisti, era ancora una non secondaria lingua franca del mondo]…

in ogni caso, l’unanimità delle prove concorda nel presentare quella con von Stengel come la relazione strong del periodo, quella che, di nuovo dopo la torinese e dopo la morte di Doria, fa pensare a Puccini di divorziare da Elvira…

con Elvira il rapporto è da operetta: le sue gelosie sono ormai patetiche, ma, per chissà quale motivo, ancora Puccini ha bisogno di trovare sotterfugi per scappare da von Stengel ancora negli alberghi, alle terme o nelle case vacanza di Germania, Austria e Svizzera…

è vero che von Stengel era ancora formalmente sposata, ma dopo più di 10 anni vedere Puccini ricommettere sempre gli stessi errori fa sospettare che la cosa gli piacesse…

Nel 1915, quando a Torre del Lago il marchese Ginori Lisci autorizza la costruzione della torbiera, Puccini acquista un terreno a Viareggio per farci una nuova casa, che, forse, intende abitare con von Stengel, davvero pensando di divorziare da Elvira…

I continui viaggi in terre germaniche fanno seguire Puccini dai servizi segreti poiché, dal 1915 in poi, l’Italia è in guerra, la Prima Guerra Mondiale…

i servizi segreti accusano Puccini di essere una spia, ma Puccini, a loro, confessa di andare a scopare con von Stengel, e la cosa diventa semi-pubblica

naturalmente Elvira fa le scenate, ma la storia continua nonostante la guerra, ed è complicata dalla morte del marito di von Stengel, nello stesso 1915…

von Stengel adesso è libera: può essere sposata davvero se Puccini divorzia da Elvira…

e contro questo muro invisibile del lasciare Elvira, Puccini, oramai alla soglia dei 60 anni, ancora una volta, sbatte…

o come mai?

come sempre succede, Puccini cincischia per almeno 5 anni con von Stengel, promettendo chissà cosa ma sapendo bene di avere un indicibile blocco psicologico sul non lasciare Elvira…

stavolta le pressioni di Ricordi non ci sono: la Rondine (la cui prima è nel ’17) è lavorata con Sonzogno, e il Trittico, a cui lavorerà nel 1917-’18, è con una Ricordi diversa, gestita da un consiglio di amministrazione moderno, ben diverso da quello paludato del vecchio Giulio… e poi Puccini è quasi vecchio: non è ancora suonata l’ora d fare come gli pare?

sicché, che c’è?

Puccini si sente vecchio dopo i 60 anni? tanto da non ritenere possibile rinunciare a quel che ha?
nel giugno 1919, Alma Mahler scrive di averlo visto a Vienna a vedere i Gurrelieder di Schoenberg, e lo descrive vecchissimo, lei che dice di averlo visto ancora affascinantissimo a New York (e Puccini è stato a New York nel 1907 e nel 1910 per la prima di Fanciulla del West, quest’ultima volta senza Elvira: Alma si riferisce al ’10?)… [negli stessi giorni a Vienna aveva visto anche Frau ohne Schatten di Strauss; nell’aprile 1924, Puccini va a vedere la prima italiana del Pierrot lunaire di Schoenberg, nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, ne abbiamo una pletora di descrizioni, da Marotti e Pagni allo stesso Schoenberg: un interesse per Schoenberg, oltre a quello per l’ormai classico concorrente Strauss, è quindi sicurissimo negli ultimi anni, e segna un tardo rivolgersi alla musica germanica, dopo tanto wagnerismo distillato dalla Francia: negli stessi anni prova una grandissima curiosità anche per Pfitzner e Schreker; nel contempo prova sempre più disprezzo e imbarazzo per gli italiani: aborrisce Zandonai e si annoia con Pizzetti; il rispetto per Schoenberg pare invece sia stato stranamente reciproco e perfino Alban Berg, allievo di Schoenberg, non è mai stato sorpreso a parlare male di Puccini; apprezzamenti per Puccini hanno avuto anche Ravel e Stravinskij, mentre, una 20ina d’anni dopo, Britten non perderà occasione per dichiarare la sua estraneità per il lucchese]

il sentimento di vecchiaia non è peregrino perché Puccini rimane assai scosso dalla morte di Ruggero Leoncavallo, nell’agosto del 1919: va perfino al funerale, e i funerali erano eventi che evitava accuratamente… inoltre, a parte le collaborazioni amichevoli per Manon Lescaut, per ben 30 anni con Leoncavallo ebbe rapporti davvero pessimi: Puccini aveva deliberatamente, e senza rimorso alcuno, rubato il soggetto di Bohème a Leoncavallo, ma Leoncavallo, dopo aver incassato questo colpo, rispose abbastanza agguerrito: a suon di bugie, tra cui quella di aver conosciuto Wagner in persona a Venezia che gli aveva consigliato di fare una trilogia di opere sulle signorie italiane (tutte frottole), riuscì ad autopromuoversi come una sorta di rampollo wagneriano, smerciando assai bene la sua opera I Medici (1893, spacciata come primo capitolo della trilogia consigliatagli da Wagner), e facendo abboccare perfino il Kaiser Wilhelm II, che gli apre le porte addirittura della Staatsoper unter den Linden di Berlino per Roland von Berlin, nel 1912, suscitando scandalo sia nei germanissimi Strauss e Cosima Wagner (un teatro tedesco regalato per una prima assoluta dell’opera di un bifolco italiano: che vergogna!) sia in Puccini (naturalmente invidiosissimo: a New York, Fanciulla non era stata male ma non aveva certo destato la meraviglia di uno “importante” come il Kaiser: per la sua generazione, l’approvazione delle teste coronate valeva ancora qualcosa evidentemente)… sempre nel ’12, Leoncavallo rappresenta anche l’operetta La reginetta delle rose, che non fa pochissimi soldi, in tempi in cui, viste le miliardate che continuava a guadagnare Franz Lehár dal 1905 in poi, l’operetta faceva gola a tutti (proprio intorno al ’12 sia Puccini sia Mascagni pensano di comporne una: alla fine Puccini ripiega su Rondine e Mascagni su Lodoletta ma poi Mascagni riesce a fare breccia nell'”operettismo” con , proprio nel 1919, 8 mesi dopo la morte di Leoncavallo)…
in tutto questo periodo, Puccini dice di Leoncavallo peste e corna, in privato e sui giornali: storpia il suo nome nelle peggiori maniere («Leonasino», «Leonbestia», «Bisbestia»), lo denigra con una ferocia toscana atroce, e sembra disprezzarlo sia come compositore sia come uomo (opportunista e bugiardo incallito!)…
però, quando Leoncavallo muore, a 62 anni, solo un anno più vecchio di lui, Puccini sembra sconvolto…

La relazione con una donna più giovane come von Stengel, invece che consolarlo, lo fanno sentire ancora più vecchio per comparazione con lei? [il nocciolo del Tabarro, del 1918, è tutto su un vecchio che sente la sua giovane moglie tradirlo: il vecchio, alla moglie, dice proprio: «i miei capelli grigi mi sembrano un insulto alla tua gioventù»; l’opera, però, ha tutta una tematica della perdita di un figlio neonato che prelude a tali considerazioni sulla vecchiaia; e se vogliamo continuare con queste convergenze biografiste, allora anche Suor Angelica si potrebbe dire che Puccini la fa finire bene perché lui stesso ha ingravidato tante giovani che, secondo lui, non avrebbero meritato il supplizio del convento, un convento che però lui, per ossequio alla sorella badessa, ha fatto molto “simpatico”]

La cosa sembra inverosimile, dato che dopo di lei ebbe amanti ugualmente giovani, però è un fatto che, come sempre, qualcosa in Puccini si inceppa al momento di lasciare l’angolo di mondo versiliano dove vive da 20 anni…

Con von Stengel continuano a vedersi: lei si trasferisce, coi figli, sempre più vicino, prima a Lugano, poi addirittura a Casalecchio di Reno, si dice sempre a spese di Puccini che dal ’15 in poi sopporta il rumore della torbiera di Torre del Lago sempre meno e vuole concretizzare assai l’idea di fare una casa a Viareggio: la comincia (s’è anche già detto), nel 1919, e proprio nel ’19 acquista anche la Torre della Tagliata ad Ansedonia, per isolarsi d’inverno (sente così freddo che ci passa pochissime notti all’anno, nei solo quattro anni e mezzo che gli restano da vivere, anche perché Puccini anelava la solitudine solo quando solo non era ma appena stava davvero solo resisteva pochissime ore senza “rifarsela” con qualcuno)

perché non lascia Elvira?

non si sa…

e, come dal copione torinese, amici di Casalecchio di Reno spifferano a Puccini, intorno al 1920, che von Stengel va anche con altri uomini…

e dove sarebbe il problema?

lui va anche con Giulia Manfredi e Margit Veszi, quindi perché incazzarsi?

e poi è lui che, nonostante le promesse, ha lasciato rosolare von Stengel a Lugano e Casalecchio di Reno senza mai mantenere la promessa di sposarla…

ma è comunque Puccini che si sente tradito…

Josephine von Stengel sembra quasi una parodia senile della vicenda della torinese: il Puccini ultra 60enne mente a se stesso di paventare le corna per non riuscire ad ammettere che, forse per masochismo, o davvero per meschina abitudine, preferisce l’usato soffrire piuttosto che accettare qualsiasi vero cambiamento…

forse, parafrasando gli Afterhours, gli faceva paura quello che poteva succedergli se poi, nonostante il cambiamento, si sentiva ugualmente depresso…

e qui emerge come mai certe sue eroine scelgano il martirio invece di protestare, scelgano di autodistruggersi, forse anche autocommiserandosi, invece che di autolegittimarsi…
si diceva anche prima: sicuro, la torinese e la morte immolatrice di Doria Manfredi sono archetipi biografici formidabili (anche ideali, visto che la torinese avrebbe voluto autolegittimarsi eccome, con tanto di avvocati), ma quel senso di annullamento, quella lagna di sdilinquimento di quelle eroine tristi, mi sa che la sentiva del tutto Puccini, e l’ha solo proiettata nelle sue protagoniste…

a differenza delle quali, però, si guardava assai da “andare fino in fondo”, e tendeva a consolarsi molto facilmente… [e di qui nasce un certo sentore di cinismo o di disillusione nei finali lieti delle ultime opere di Puccini (ed è giusto notare che Puccini non è mai stato certo su come concludere le sue storie: ha dedicato tanti ripensamenti e riscritture ai suoi “ultimi atti”), tipo Fanciulla, Suor AngelicaRondine (un finale in particolare che Puccini non trovava: lo riscrisse almeno tre volte) o Turandot: un lieto fine che è un po’ falso, che Puccini forse “appiccica” a situazioni impossibili da risolvere, e che sa perfino di inverosimile, o direttamente lisergico-ridicolo come capita con la Madonna di Suor Angelica: come se lui considerasse lo status quo di tragedia superabile solo con l’autoinganno e per lui le 20enni di cui si circondava erano autoinganno? tanto che appena si facevano un attimino più reali le lasciava? e allora come considerare uno che si crogiola nel suo stesso martirio? masochista? e uno che sfugge dal suo martirio con giochetti che sa essere illusori? un sessuomane? uno che ha una addiction per difesa da una situa che però si rifiuta di cambiare? è bel ganglio psicanalitico!]

Pare che dal 1921, solo l’anno dopo l’abbandono di von Stengel, abbia già un’altra, Rose Ader, nata nel 1890: sono 32 anni di differenza…

faceva la cantante, e Puccini cercò di farla ingaggiare, ma non ce la fece…

è durante l’incapricciamento per Ader che fa una vacanza, nell’agosto-settembre 1922, con Antonio e altri amici, in macchina tra Olanda, Germania, Svizzera e Austria: durante questo viaggio ingoia male un osso d’oca in un ristorante a cena… solo un medico riesce a rimuoverlo…
l’episodio spaventa moltissimo sia Puccini sia Antonio, che riterranno l’osso d’oca un agente del tumore che ucciderà Puccini 2 anni dopo… per loro la “colpa” sarà dell’osso e non delle 80 sigarette fumate per notte da almeno 20 anni…

Nel 1923, dopo tanti aborti, Giulia Manfredi, a Torre del Lago, fa un figlio e lo chiama Antonio, come l’unico figlio legittimo di Puccini…

nel ’23, Puccini abita nella nuova villa di Viareggio, almeno da un paio d’anni, ma Torre del Lago è vicino, quindi quel bimbo potrebbe davvero essere suo…

ma se fosse davvero così, a Giulia Manfredi spetterebbe davvero una delle palme della durata delle relazioni di Puccini: con Giulia avrebbe fatto 17 anni di sesso occasionale!

sarebbero più anni di von Stengel (che si ferma 10 anni) e sarebbe seconda solo a Elvira!

quando alcuni curiosi (tipo Aldo Valleroni o Giorgio Magri) chiedevano agli abitanti di Torre del Lago, negli anni ’60 e ’70, qualche notizia piccola su Puccini, la Giulia Manfredi quasi 80enne ammetteva di averlo conosciuto, che faceva lo sbruffone coi fucili da caccia e con le automobili, ma non diceva nient’altro, e addirittura diceva che Puccini era «un bel mangione»… Puccini che, a causa del diabete scoperto nel 1903, mangiava davvero in maniera regolata, cosa che gli ha permesso di rimanere, tutto sommato, “in forma” anche in vecchiaia… sicché la Giulia 80enne, come la Giulia 20enne e 30enne, mentiva come respirava, davvero come una Laura Palmer viareggina…

che quell’Antonio suo figlio sia stato generato da Puccini non è ovviamente mai stato provato…

Un’altra storia non è comprovata: che Puccini abbia aiutato il maggiordomo Nicche a essere rilasciato dalla prigione tedesca dove era prigioniero nel ’17: per ringraziarlo di aver interceduto, la moglie di Nicche pare che si sia concessa a Puccini per una notte, e che quindi Claudio, figlio di lei nato subito dopo quella notte, sia figlio di Puccini e non di Nicche…

Il povero Antonio figlio di Puccini avrebbe, quindi, forse, almeno due fratellastri minori…

…almeno nella leggenda…

e sono leggende che comunque turbarono l’Antonio figlio vero di Puccini: comprendendo di non essere buono a niente cerca di suicidarsi nel 1918: da allora Puccini lo tiene con sé come una sorta di segretario-amministratore… avrà tante storie d’amore infelici con donne che Puccini (da che pulpito!) considerava feccia…

Assolutamente sconcertato dal biennio rosso (1919-1920) e timoroso che i contadini torrelaghesi lo uccidano, a lui ricco che li ha senza dubbio sfruttati inconsapevolmente, quando non direttamente ammazzati come ha fatto con Doria, Puccini non guarderà per niente male al fascismo, pur inorridendo per la violenza squadrista…

certi argomenti nazionalistici gli erano cari, e difatti li condivideva col fascista ante-litteram Forzano nel 1918…

durante la Marcia su Roma è vivo e va anche a parlare con Mussolini di un teatro d’Italia, ma rimane molto deluso dal Duce…

assiste al delitto Matteotti ma muore prima delle Leggi fascistissime: lui, così contrario alla Prima Guerra Mondiale non solo per ragioni sentimentali e di lavoro, non si sa come avrebbe reagito alla violenza autenticamente fascista…

Richard Strauss, per esempio, subirà il nazismo solo dopo il 1935, quando lo minacciano di arrestargli i nipoti mezzi ebrei, ma per due anni è stato come un pascià sotto l’ala del drago Hitler…

e anche Luigi Dallapiccola e Mario Castelnuovo-Tedesco sono stati quasi 20 anni superbamente nell’Italia fascista prima delle leggi razziali del ’38…

chissà, quindi, come Puccini avrebbe reagito…

le sparate quasi socialiste di Luigi nel Tabarro non bastano a determinare una coincidenza con la visione politica ingenua e clueless di Puccini, e fanno parte del genere naturalista a cui appartiene l’opera (sempre ricordando che Giovanni Verga, il grande naturalista italiano, nonostante l’aria sociale dei suoi romanzi, rifiutò qualsiasi coinvolgimento politico con sfiducia e nichilismo non da reazionario ma di sicuro neanche da partecipante alla lotta di classe); anche la volontà di non fare della tanto lavorata Maria Antonietta un testo reazionario e monarchico come era invece Il piccolo Marat di Mascagni/Forzano del 1921 (Mascagni e Forzano non si sopportarono e Il piccolo Marat fu ultimato dal vecchio Giovanni Targioni-Tozzetti, da 30 anni collaboratore di Mascagni), è da prendere con le molle: invece che additarla come certa simpatia rivoluzionaria di Puccini, forse andrebbe miscelata con le indicazioni di Puccini per il finale di Suor Angelica, secondo lui «marcia reale della Madonna»: il sostrato Ancien régime di Puccini si intravede spesso, anche nelle sparate socialiste, e la sua vita da nababbo a Torre del Lago ha sempre comprovato quel sostrato…

Nonostante ciò, forse involontariamente, Puccini ha scritto due fantastici testi anti-dittatoriali, Tosca e Turandot, quest’ultima proprio in mezzo alle temperie della Marcia su Roma, con le ultime note composte dedicate alla morte di Liù come vera eroina della Resistenza ante-litteram… Arman Schwartz e i suoi allievi hanno, al contrario, tanto studiato i rapporti di Turandot col fascismo, descrivendola come opera autenticamente fascista… anche Friedenstag di Strauss, del 1938, inneggiante alla pace e iniziata da Stefan Zweig come monito anti-nazista, è stata poi additata come opera autenticamente nazista, cosa comprovata dal personale avvallo di Hitler, che la vide e la rivide felice…

Io, alla tesi di una Turandot fascista in partenza ci potrei anche credere, ma sono anche convinto che, come The Producers di Mel Brooks, certi testi si sviluppano in un inconscio tutto loro, spesso di tutt’altro segno: e in quegli anni (per non parlare del passato, tra Beethoven e Cherubini) tale sviluppo inconscio c’è stato spesso, in un verso o nell’altro (vedi anche Carmina Burana di Orff nelle Musiche per l’estate, certamente nata nazista ma dal fascismo rinnegato, e anche le opere anni ’20 di Schoenberg e Webern, oggi manifesti anti-nazisti ma nati completamente hitleriani)… anche su Friedenstag io sono d’accordo con chi l’ha studiata con i documenti alla mano della gestazione con Zweig e quindi conclude che l’opera è una sottile critica invece che con un’adulazione nazista…

E che un’opera parli di per sé, nonostante le intenzioni dell’autore, è cosa inevitabile e stranota, che mi fa sempre pensare a una Turandot come Friedenstag critica verso un regime di morte, fatta nel bel mezzo di quel regime di morte… e come tale fa forse presagire a un Puccini che, alla lunga, come molti suoi colleghi, specie nei sentori guerreschi o razzisti, avrebbe storto il naso dopo 20 anni della bambagia e dei vezzeggiamenti che gli avrebbero elargito i fasci… e occhio anche alle amicizie di Puccini, perfettamente divise a metà tra conclamati fasci, capeggiati da Forzano, che avrebbero calcato la mano sulle glorie italiane che avrebbero decorato un Puccini fascista, e anti-fasci come Toscanini, che magari avrebbero perorato perfino un espatrio a un Puccini che da più di 20 anni non faceva una prima in Italia ed era famosissimo in USA…

ma l’espatrio è davvero impensabile per un Puccini attaccato con la colla alla Versilia: è quindi molto facile vederlo sopravvivere come Strauss: vecchio, orgoglioso degli incensi che il regime gli avrebbe attribuito (magari con nuove e meravigliose rilavorazioni delle sue opere, con anche sistemazioni di quelle che gli erano venute peggio, e quindi, magari, Rondini più arrotondate, Butterfly risistemate con sprazzi modernisti, Manon rispulizzite con la nuova sensibilità neoclassica stravinskiana, Fanciulle narrativamente coerentizzate con nuovi sapori tra Copland e Korngold: tutte cose magari rappresentate in pompa magna tra Scala, Costanzi e San Carlo), ma atterrito dalla paura e inorridito dalla violenza e dalla rozzezza dei fasci, con solo le leggi razziali e l’autarchia a farlo destare troppo tardi, oramai 80enne, da un sonno di morte, uno dei tanti che visse tra torinese e suicidio di Doria…

sogni

Puccini muore nel ’24;
von Stengel muore nel ’26;
Elvira nel ’30;
Antonio nel ’46;
Margit Veszi muore nel ’61;
Fosca, s’è detto, sarà felice dopo la morte del marito, nel 1938, quando sposa l’amore della sua vita Mario Crespi: è morta nel 1967, senza che nessuno studioso seriamente biografico abbia mai tentato di intervistarla davvero su tutte le ambiguissime faccende che la coinvolgono…
Giulia Manfredi è morta senza mai sposarsi nel 1976…

Puccini ancora oggi è, con Mozart e Verdi, il compositore più rappresentato del mondo…
La sua musica ha sublimato quella personalità odiosa e inconcludente in un’arte sfaccettata, tecnicamente superba e gloriosamente espressiva, capace di digerire e reinterpretare tutte le istanze avanguardistiche del suo tempo, anche quelle che non comprendeva o quelle da cui si sentiva distante, in opere effettivamente universali e immortali, nichilistiche ma anche stranamente trapuntate di un’aura di sogno

Davanti a tale musica è certamente necessario scindere l’uomo dall’artista…

LIBRI

Della sterminata mole di libri su Puccini elenco quelli che mi sono sembrati più affidabili, quelli che, anche se commettono errori, lo fanno in buona fede…

e, soprattutto, elenco solo i libri generali, i così detti vita e opere, senza naturalmente indicare nessuno degli studi specialistici…

il sito del Centro Studi Giacomo Puccini, naturalmente, offre ben più ampia bibliografia…

per qualche immagine carina, ma senza pretese bibliografiche paragonabili al Centro Studi, è raccomandabile l’ottimo Puccini online, promosso da Ricordi…

Guido Marotti, Ferruccio Pagni, Puccini intimo nei ricordi di due amici, Firenze, Vallecchi, 1926
La “biografia” degli amici, archetipo di tutti gli stereotipi possibili, ma foriera di alcune informazioni di prima mano. Nonostante tutto, Vallecchi continua a ristamparla…

Giuseppe Adami, II romanzo della vita di Giacomo Puccini, Milano–Roma, Rizzoli, 1942
ed. con apparati critici: Milano, Il Saggiatore, 2014
Anche Adami porta avanti diverse leggende auree, ma è visto dagli studiosi con più attenzione, poiché lui c’ha lavorato davvero con Puccini, e sapeva scrivere…

Mosco Carner, Puccini. A Critical Biography, London, Duckworth, 1958
trad. it. di Luisa Pavolini: Puccini. Biografia critica, Milano, Il Saggiatore, 1961
È la prima vera grande biografia di Puccini e quella che per prima analizza la sua musica come si deve, dopo i tanti interventi denigratori di Joseph Kerman (’56) e le incomprensioni dei recensori coevi…
però porta avanti l’idea psicanalitica che tutto Puccini dipenda alla morte di Albina nel 1884…

Claudio Sartori, Puccini, Milano, Nuova Accademia, 1958
Non parla quasi per niente di musica come fa Carner, ma sul rapporto tra Puccini e Giacosa sembra conoscere i fatti come se li avesse visti!

William Ashbrook, The Operas of Puccini, New York, Oxford University Press, 1968
Si torna a parlare di musica con tutti crismi, ma viene sottovalutata assai la vita…

Leonardo Pinzauti, Puccini: una vita, Firenze, Vallecchi, 1974
Pinzauti è un eminente studioso, ma con Puccini fa il benevolo e scrive quando la maggior parte della documentazione era indisponibile: è lui a propagandare il Puccini classico zio della vulgata quasi come hanno fatto Marotti, Pagni e Adami…

Claudio Casini, Giacomo Puccini, Torino, UTET, 1978
Casini vorrebbe parlare di musica, ma lo fa con i pregiudizi anni ’70, con troppi sguardi ad Adorno e con troppi scrupoli morali: Puccini gli sta antipatico come uomo e quindi non riesce a scinderlo tra uomo e artista…
ma forse per questo motivo, il ritratto impietoso della vita di Puccini che fa Casini aiuta assai a pescare nel torbido con l’acribia di uno studioso serio…
non è per niente una lettura inutile!

Charles Osborne, The Complete Operas of Puccini. A Critical Guide, London, Gollancz, 1981
Non ha granché scavo ermeneutico, ma le sue cose le dice benino…
non è però granché citato dagli studiosi perché è un po’ anonimo e privo di un vero taglio interpretativo…

Aldo Valleroni, Puccini minimo, Ivrea, Priuli & Verlucca, 1983
Non ha alcuna pretesa scientifica, ma la sua pesca a strascico tra i pettegolezzi di Viareggio e Torre del Lago gli hanno fatto fortunosamente trovare alcune cosette, appunto «minime», che servono a inquadrare diversi aspetti biografici di Puccini…

Giorgio Magri, L’uomo Puccini, Milano, Mursia, 1992
Dato l’impianto aneddotico è impossibile non ritenerlo una coglionata, ma la fortuna dell’appassionato e la bonarietà del fan fanno inquadrare a Magri aspetti proprio veritieri della quotidianità di Puccini, sfuggiti a tutti gli studiosi prima di lui…

Michele Girardi, Giacomo Puccini. L’arte internazionale di un musicista italiano, Venezia, Marsilio, 1995
rielaborazione profonda: Giacomo Puccini. Tra ‘fin de siècle’ e modernità, Milano, Il Saggiatore, 2024 (Girardi poi è morto nel 2025)
Se uno vuole conoscere Puccini, questo è davvero il primo libro da comprare…
pur semplificando assai la parte biografica, ma senza trascurarla affatto, Girardi analizza la musica di Puccini come neanche Ashbrook e Carner avevano fatto prima di lui, alla ricerca dei modelli e degli emuli internazionali, e scopre roba fantastica e insospettabile, che, per la prima volta, fa svettare Puccini sullo stesso piano dei compositori del tempo…

Remo Giazotto, Puccini, Lucca, Akademos, 1996
Il falsificatore dell’Adagio di Albinoni (che compose lui stesso) fa solo una piccola antologia delle lettere che paiono a lui in un libro per cui io ho buttato i soldi…

Gabriella Biagi Ravenni e Carolyn Gianturco (a cura di), Giacomo Puccini. L’uomo, il musicista, il panorama europeo. Atti del Convegno internazionale di studi su Giacomo Puccini nel 70° anniversario della morte (Lucca, 25-29 novembre 1994), Lucca, LIM, 1997
A parte il saggio di Cesare Orselli sul rapporto tra Puccini e Strauss (ormai ridicolo), questo ampio libro raccoglie saggi stupendi: analisi drammaturgiche e musicali, alcune perfino schenkeriane, scavi ermeneutici sull’arte pucciniana, esegesi sui libretti mancati, e riflessioni sui modelli europei… Una chicca!

Julian Budden, Puccini. His Life and Works, Oxford/New York, Oxford University Press, 2002
trad. it. di Gabriella Biagi Ravenni: Puccini, Roma, Carocci, 2005
Quando Budden si era occupato di Verdi, nel 1983, aveva scritto 3 volumi indispensabili… con Puccini scrive un volume solo, ma è altrettanto importante…
La vita è succinta ma rappresentava il massimo dell’esattezza di allora, e le analisi musicali, pur non arrivando alle punte di genio, né al dettaglio, di Girardi di 7 anni prima, sono davvero il top, e offrono info, strumenti e giudizi che illuminano assai senza alcuna remora o preconcetto e quindi risultano quasi più “oggettive” delle certe volte troppo ammirate conclusioni di Girardi… Budden è come se fosse un Girardi “enhanced” dalla distanza critica: io lo trovo indispensabile!

Mary Phillips-Matz, Puccini: A Biography, Boston, Northeastern University Press, 2002
Anche Phillips-Matz è una maestra delle biografie, e si era occupata anche di Verdi…
il suo lavoro è da rispettare ma incorre in un taglio un po’ anonimo…

Eduardo Rescigno, Dizionario pucciniano: le opere, i cantanti, i personaggi, i direttori d’orchestra, gli scenografi, i librettisti, le fonti letterarie, i parenti, gli amici, le donne, le case, i viaggi, le automobili, la caccia, il cinematografo, i progetti, Milano, Ricordi, 2004
Le date che presenta vanno verificate bene su altre fonti, ma in mezzo a tanti nomi e a tanti oggetti, un dizionario come questo è indispensabile per trovare info al volo…

Dieter Schickling, Puccini. Biographie, Stuttgart, Carus-Reclam, 2007
trad. it. di Davide Arduini: Giacomo Puccini: la vita e l’arte, Ghezzano, Felici, 2008
Schickling vaglia ancora la sterminata documentazione (dopo una prima biografia nell”89), e dopo Phillips-Matz, e scova tutto quello che può trovare, arrivando a stilare un calendario di tutti i giorni della vita di Puccini e vedere dove era, dove ha dormito e che opere ha visto…
L’ansia di scoperta lo fa qualche volta scivolare…
Era sicurissimo che la torinese fosse Maria Anna Coriasco… ed è quasi l’unico a parlare di Margit Veszi come amante di Puccini (gli atri sembrano ignorarla)…
Ma non gli sfugge nessuna data e fa davvero il meglio con quello che ha…
Attenzione: è solo una biografia… di musica parla poco e niente…

Paolo Benvenuti, Puccini e la fanciulla, film del 2008
Benvenuti è un grande regista e fa un film pressoché muto sul ruolo di Fosca nella morte di Doria…
Descrive un Puccini completamente erotomane, e forse non ha torto…
Fa vedere Doria che trova a letto insieme Fosca e Civinini, ma ignora che due anni prima Doria aveva fatto la spia per Fosca e il giornalista…
È comunque un film molto interessante per il rigore delle immagini di Benvenuti, davvero curate alla perfezione…

Helmut Krausser, Die kleinen Gärten des Maestro Puccini, Köln, DuPont, 2008
trad. it. di Giovanni Cirri: I demoni di Puccini, Milano, Lorenzo Barbera, 2008
Allievo di Schickling, Krausser scrive un romanzo per determinare sia la storia con quella che anche per lui è Maria Anna Coriasco, sia il ruolo di Fosca nella morte di Doria…
Esagera nel fatalismo nel lungo capitolo dedicato a Sybil Seligman (che ci mette una vita a descrivere come una persona quasi asessuata), e va dietro a tutti i pettegolezzi sui figli presunti come manco Valleroni e Magri avevano fatto…
Va letto con distanza critica, ma come romanzo solletica le corde degli appassionati pucciniani…
L’edizione italiana, fatta da un editore indipendente, è piena di refusi…

Arman Schwartz, Puccini’s soundscapes: realism and modernity in Italian opera, Firenze, Olschki, 2016
L’analisi ermeneutica musicale di Puccini, al di là della semplice descrizione, forse più coerente dai tempi di Ashbrook, maggiore di Girardi e Budden perché ha un’ottica più generale e interpretativa più che poietica
Ha il difetto di esagerare nel contingente e quindi squalificare un po’ certe genialità come elementi di pura fattura… ogni tanto sembra quelli che dicono «le cattedrali gotiche hanno gli archi rampanti non per metafora ma perché sennò non stavano in piedi», oppure «Astor Piazzolla non è un vero compositore perché le armonie così strane le fa così di default il bandoneon»…

Emanuele Senici e Arman Schwartz (a cura di), Puccini and his world, Princeton, Princeton University Press, 2016
Bel malloppone tutto da studiare, purtroppo eminentemente specialistico e fin troppo particolare (i saggi, spesso, si riferiscono a specificissimi aspetti delle opere che a orecchio, spesso, manco si sentono)…

Virgilio Bernardoni, Puccini, Milano, Il Saggiatore, 2023
Bernardoni aveva già scritto tanto su Puccini ed effettivamente gli mancava il mattone biografico-critico…
Sulla vita non dice niente di nuovo, anzi, riassume quanto detto da Schickling, pur ammettendo la novità di Corinna Maggia…
Nella stessa collana del Saggiatore, Paolo Gallarati si è occupato di Verdi, scrivendo effettivamente la prima vera biografia standard su Verdi quasi 40 anni dopo il lavoro di Budden, che quindi abbisognava di aggiornamenti anche critici…
Bernardoni non riesce, con Puccini, a fare come Gallarati con Verdi: non sorpassa Schickling per acribia documentale, e nelle analisi musicali non va mai nel dettaglio come Girardi, né come Budden (e cerca di essere originale parlando delle tante composizioni non teatrali di Puccini, fino al 2017 rimaste nei bauli nascosti da Simonetta: una pletora di canzoncine, spesse volte su musiche già usate o scartate nelle opere, a cui Bernardoni dà un’importanza, anche autobiografica, esagerata, sovente quasi ridicola)…
Però è un asso a rendicontare come Puccini reagisse agli altri compositori, è attentissimo al rapporto di Puccini con gli italiani (Mascagni soprattutto ma anche la Generazione dell”80), può contare su tutti i mezzi di ricerca all’avanguardia e fa un egregio lavoro di storia della critica…
Però, in qualche modo, spesso pecca di indulgenza là dove Casini peccava di pregiudizio, e non dimostra una genialità interpretativa multidisciplinare come quella di Girardi o Budden…
Quindi è un “sì” con le molle…

È un vero peccato che grandi studiosi di Puccini come Jürgen Maehder o William Weaver non si siano cimentati in un libro vita e opere… ma vabbé…

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