È ormai un vero e proprio genere di questo blog quello che sottovaluta i film visti solo perché non all’altezza dei loro modelli…
è successo, tra gli altri, a Isle of Dogs di Anderson, a Soul della Pixar e a Poor Things di Lanthimos…
Stavolta tocca a The Substance, che, però, nel suo rosolare i grandi archetipi di The Fly di Cronenberg (’86), di Possession di Zulawski (’81), di Tetsuo di Tsukamoto (’89), del Neon Demon di Refn (’16), di Dorian Gray di Wilde (1890) e di tutta la valanga di esempi di Doppelgänger (da Euripide a Goethe, Byron, Shelley e Dostoevskij in poi, fino al più piccolo e scemo Multiplicity di Harold Ramis [’96] e a quelle cacchiatine che furono The Time Traveler’s Wife di Robert Schwentke [’09] e perfino il Mannequin di Michael Gottlieb [’87]; molti ci hanno visto anche Death becomes her [’92]), mantiene un suo quid…
è bene parlarsi chiaro:
è lungo a dismisura e cede molto al sensazionalismo gore e “lubrico”…
la “terza parte” è pleonastica, ribadisce troppo il già detto, e scade nell’ovvio…
inoltre, non ha granché della forza classica e mitica che aveva il capolavoro precedente di Fargeat (ovvero Revenge)…
PERÒ
Coralie Fargeat fa ancora la sua porca figura rispetto a chi è osannato oggi…
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in un mondo di Guadagnino, di Nolan e di Villeneuve, da un lato, e di Fennell dall’altro, cioè di gente sicura che la propria macchina da presa, solo perché è manovrata da loro, abbia qualcosa da dire (l’egocentrismo egotico ed egosintonico del narcisista), Fargeat mantiene la discrezione della narratrice, riuscendo a fare delle sue lussuosissime immagini (dalla cristallina fattura art pour l’art esattamente come quella, tanto esaltata, dei suoi colleghi) elementi di sguardo e di racconto e non semplice masturbazione di otturatori digitali…
per capirsi: le immagini di Fargeat ancora vogliono dire qualcosa al contrario di quelle dei colleghi tanto idolatrati, che invece sembrano fare delle proprie inquadrature semplici peana per loro stessi…
tutti i dettagli che fa Fargeat, moltissimi e forse esagerati, su minuscoli teleobiettivi, su particolari piccolissimi ingranditi, sui riflessi, sugli occhi, sui manifesti, sulle inquadrature di foto di persone che guardano (che rendono l’immagine una foto di foto che diventa uno slurpante sguardo di sguardo), costituiscono un’antitesi rispetto al nonsense dell’annullante sfoggio virtuosistico delle racchettate di Guadagnino, degli spari e botti di Villeneuve e Nolan, o del vuoto pneumatico dei colori sgargianti di Fennell…
…i dettagli di Fargeat costituiscono il succo della diegesi, sono la diegesi, incarnano il soggetto della trama, che è fatta di sguardi e di iperstimolazione…
quella di Fargeat è un’unione tra forma filmica e contenuto narrativo che i fenomeni paratastali di oggi si sognano…
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e infatti la narrazione di The Substance, ricchissima di tensione di ansia dell’imprevisto, rispetto alla noia e al disinteresse delle vicende senza capo né coda (e di fondo moralistiche) di Guadagnino, oppure alle cacofonie apertamente reazionarie di Nolan, Villeneuve o Fennell, fila via avvincente e interessante, anche perché, pur priva degli agganci classici che si diceva (quelli presenti in Revenge), ha i suoi argomenti grossi, quelli che Lorenzo il Magnifico metteva negli immortali versi del suo Trionfo di Bacco e Arianna a proposito del Re Mida, già nel 1490 («Mida vien drieto a costoro: / ciò che tocca, oro diventa. / E che giova aver tesoro, / s’altri poi non si contenta? / Che dolcezza vuoi che senta / chi ha sete tuttavia?» [cito dall’edizione esemplare di Emilio Bigi, Lorenzo de’ Medici, Scritti scelti della UTET di Torino, nella seconda edizione del 1965 (la prima era del ’55); un testo ottimo è facilmente presente anche su Wikisource, cioè quello curato da Attilio Simioni per Laterza nel 1914]), che Fargeat aggiorna alla società dell’immagine, alla schiavitù della bellezza e della giovinezza di Instagram, con fattezze e argomenti effettivamente prodigiosi, supportati a mille dalla visualità eccezionale che si diceva, capace di esprimere in immagini il soggetto alla perfezione…
Tutta la fame, la follia, il delirio di voglia di attenzione, di sguardo, e di benevolenza eterna ed eternata, nella sempiterna bellezza e nella continua identità con un canone estetico indeterminato (i commenti dei selezionatori del casting rimbalzano nella mente di Demi Moore) e imposto, si avverte eccellente negli shots di Fargeat così come la violenza degli sguardi abbrutiti e arrapati degli stupratori di Revenge *tagliavano* le pupille di noi pubblico…
per questo, The Substance è superbo…
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Certo, ripeto:
la durata è troppa e la carne al fuoco proposta da quel mix di modelli che si diceva all’inizio, così evidenti e palesi, è così tanta, e quei modelli sono così alti, che forse il risultato al confronto non regge…
però l’idea di un Io che si sdoppia e si triplica per inestinguibile sete di ammirazione per l’aderenza a una bellezza visuale è veicolata molto bene, così come nei film di zombie di Romero è veicolato benissimo l’immortale e reiterato impulso a uccidere dell’essere umano…
Ed esattamente come un film di Romero, The Substance non si presta a piacere, e anche se evita tanto quaquaraquismo (sarebbe stato atroce vedere un soggetto simile in mano a Östlund!), un po’ come il Tár di Field, forse per la troppa durata e per il troppo gore, scade in un esagerato che, alla fine, fa forse perdere quel focus che le immagini hanno invece tanto, e così bene, ribadito…
…peccato…
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tradotto:
non è piacevole e forse non si presta a essere rivisto, e si basa su modelli alti che non raggiunge, scadendo in un iperbolico pleonastico che lo squalifica…
…ma in quanto a narrazione visiva spacca!
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Ottimi tutti gli attori, dal sardonico Dennis Quaid (che, pover’omo, vota Trump) a una Demi Moore in spolvero, a una Margaret Qualley che io adoravo prima e che adesso adoro di più!
Quindi rispetto all’altra roba d’autore ad alto budget, concordi che potrebbe essere nella top5 dei film dell’anno :)
Io ho amato questo film e sicuramente lo vedrai nella Top5 di novembre. Poi vale lo stesso discorso di Barbie: i film per un pubblico maschile hanno avuto un secolo per raffinarsi. Se continuiamo a dar loro spazio, sono sicuro che ci saranno sempre più registe e film alti
Se le registe sono come Lynn Ramsay e Coralie Faegeat (con know how e know why) e un po’ meno come Emerald Fennell e Greta Gerwig (che hanno tutto know how e ben poco know why se non retorica spicciola) sarà un bel cinema… se proprio si vuole permanere a parlare di cinema considerando lo status biologico di chi lo fa: un sistema che a me pare assai indeterminato e alla ‘ndocojocojo…
Un gay o una donna hann cmq un’esperienza e una visione diversa del maschio etero. Lo si vede nel sesso e anche nell’arte
Visioni diverse in cui adorerò essere coinvolto, sperando in un tempo roseo futuro in cui specificare il sesso di chi ha fatto cosa sarà ininfluente, senza la idiozie tipo “è una storiella d’amore inquadrata a cacchio, ma siccome è fatta da un ermafrodito asentimentale castano tinto rosso che ha vissuto in provincia di Cosenza allora è un capolavoro”, oppure l’ugualmente mefitico “pur essendo diretto da una persona senza utero che si ritiene donna è comunque un bel film, incredibile!”…
sempre ribadendo che Crialese è stato considerato un uomo per 10 anni, e adesso che si sa che è per caso nato donna, i suoi film non mi risultano né peggiorati né migliorati, così come Matrix 3 non è migliorato dopo che il suo regista è diventato donna…
E paventando che certe “consapevolezze” (se un film è diretto da donna, uomo o altro) “consapevolezze” non siano affatto, ma siano ulteriori bias che si usano per giustificare, semplicemente, un gusto, misero e meschino come altri gusti… (se Greta Gerwig cambiasse sesso si parlerebbe di Barbie in modo diverso? Il dramma è che ho paura di sì, anche perché vedo gente che considera “sguardo femminile” quello di American Psycho di Mary Harron, e se gli dici che il romanzo l’ha scritto un uomo si confondono…)
Si ma libro e adattamento non sempre coincidono, King lo sa bene. Mi sembra un discorso sterile, se Gerwig fosse un uomo probabilmente sarebbe venuto fuori un film diverso. Pure se i Lumiere si fossero dati alla pittura e non al cinema, ci sarebbe stato un cinema diverso.
Coi se e coi ma si può pensare a tutto e a niente
Anche le Wachowski sono donne, anche se hanno fatto la maggior parte dei loro film quando erano ancora biologicamente uomini…
il loro sguardo è cambiato? o è sempre stato quello di donne? o è rimasto di uomini anche dopo?
o è tutta una cacchiata per creare irreggimentazioni diversificanti là dove non ci sono?
la musica di Bach è più brutta perché Bach era maschio, etero e misogino?
I neri non possono interpretare personaggi bianchi perché è meglio rimanere “divisi” tra categorie che, non so perché, consolano chi non sa stare senza?
I bianchi non possono interpretare alieni perché un umano è diverso da un venusiano?
…oppure con queste divisioni, che sono negli occhi di chi le percepisce, si può pensare tutto o niente?
Sempre gli stessi discorsi. Mettiamola in breve: se la maggior parte dei protagonisti sono etero maschi con strafighe su schermo, io non mi trovo rappresentato e molti film li trovo noiosi. Ok, non parliamo di genere. Ma di rappresentazione e sguardo si.
Io sono d’accordo, ma non vedo come un film idiota di “mostrazione” di culi e tette femminile sia migliore se invece dei culi e delle tette vengono inquadrati pettorali, glutei e membri maschili con la stessa “mostrazione” idiota…
naturalmente, essendoci state troppe tette femminili nel tempo, è ovvio che la sola presenza di uno scroto maschile sia rinfrescante, ma allora dovrebbe valere per tutti, e quindi anche per i neri nelle fiabe: non ci sono mai stati, quindi perché incazzarsi se finalmente ce li mettono?
e vale anche per tutti gli altri: e magari anche per un deficiente religioso che fa un film su se stesso e per i suoi 4 amici…
perché se il “giudizio” comincia a rispecchiare solo il “giudicante”, e quindi io ritengo divertenti solo i film che mostrano quello che voglio vedere io, allora non si può che tornare a bomba e ricadere nel fattore del gusto…
che è legittimissimo, a meno che lo si chiami gusto, e quindi soggettivo e personale, e inadattabile ad altri gusti che non possono essere tacciati di essere peggiori…
non so se mi spiego:
se la stessa cacchiata viene giudicata male dai gay e bene dagli etero, ed entrambi dicono che è una cacchiata perché non coincide col loro sguardo (con gli etero arrabbiati perché non ci stanno le tette e i gay arrabbiati perché non ci stanno i testicoli), e sono entrambi convinti di stare parlando di “sguardo” invece che di gusto personale, allora non ha alcun senso parlare di film a meno che non si ribadisca che si parla di opinioni personali come è giusto che sia… ma allora non tiriamo fuori categorie come lo “sguardo” che non ci incastra niente, perché si riferisce al *come inquadro* e non al *cosa inquadro*…
per me è nella accessibilità del pubblico per i diversi prodotti: possono starci le tette fuori se non sono il 99% dell’offerta, poi riciclare film e franchise per le minoranze se fatto bene può starci ma spesso vengono fuori brutture (e sono le minoranze stesse a dire che non vogliono ricicli)
il problema della rappresentazione non è che voglio più uomini nudi (dico sempre, se voglio quello faccio prima a guardare un porno) ma anche perke spesso le minoranze vengono non capite o ridicolizzate. Me ne faccio poco di avere un Chris Hemsworth con nudo integrale se poi il gay è ancora il personaggio gay di turno o la checca (e qui l’Italia ha una lunga tradizione)
per cui un regista o una regista di una minoranza capace di rappresentare quello sguardo e quella esperienza ci vuole; poi sono tantissimi i registi capaci di fare cinema femminista o ottime rappresentazioni e concordo con te. Ma la maggior parte non è così
Concordo tantissimo che la necessità di storie e sguardi (inteso davvero come sguardo, nel senso di “come guardo”) è pressante e fortissima: manca proprio come l’aria! Anche sguardi sulla vita di tutti i giorni che sia appunto vista con modalità che non siano le stesse!
Ma i pericoli sono comunque tanti:
1) l’accontentarsi del “cosa guardo” piuttosto che “come guardo” che si diceva (e ben esemplifichi le fiabe o le femminilizzazioni che non sanno di nulla, appunto perché il “come guardo” rimane lo stesso)…
2) lo scambiare le qualità bio-identitarie delle persone che fanno i film per capacità cinematografiche: è lì che insistevo con le Wachowski e con Crialese: non è che i loro film sono belli perché loro sono trans, poiché il loro “come inquadro” non è per nulla trans, e difatti tra Matrix e Fast and Furious non c’è alcuna differenza di “come guardo” (e difatti ha fatto sensazione aver scoperto “dopo” che Crialese e Wachowski sono trans)…
ed ecco il mio avercela con Gerwig: il suo “come inquadro” non ha nulla di diverso da modelli del passato fatti da uomini, confronta le Piccole donne con l’Età dell’Innocenza di Scorsese e con le Piccole donne di Armstrong del ’94: sono entrambi più interessanti dal punto di vista di “come guardo” di Gerwig, ma Gerwig l’hanno idolatrata solo perché ha un utero (un utero ce l’ha anche Armstrong e ce l’aveva anche nel ’94!), e la cosa non mi sembra arricchente ma solo intorbidante…
sì più o meno concordo con te
ma secondo il gaze e la messa in scena prescinda dalla conoscenza o meno del regista, o dalle sue origini: l’altro giorno per sbaglio ho visto un film di Antonioni (le amiche) e di mio non guarderei mai un suo film; tuttavia, conoscendo il regista ho riflettuto e ho ritrovato le sue tematiche
l’importante non è chi scrive o dirige il film, ma come lo fa e spesso il chi lo fa dirige il come
poi cmq non mi ricordo sta grande esaltazione per il PD di G, forse più per barbie e ladybird
Ooooh, su questo siamo pienamente d’accordo!
cmq se ho tempo e mi ricordo potrei scriverci un articolo
un documento della mia posizione mentre sto studiando :)