Kalatózov (il maestro di Soy Cuba) costruisce un drammone che, in contemporanea con Vita e destino di Vasilij Grossman (vedi La torre) in appena iniziata èra Chruščëv, illuminò il dramma della Seconda guerra mondiale dal punto di vista sovietico e, nonostante un finale “ideologico” (il dolore individuale della protagonista si sublima nella gioia per la pace raggiunta congiuntamente nella ricostruzione di una nuova URSS gloriosa della vittoria di tutto il popolo nell’eterno ricordo delle vittime, da confrontare con i precedenti lavori di Prokof’ev, da Pierino e il lupo che ha il trionfo adombrato dalla morte dell’anatra, ad Aleksandr Nevskij che fa scaturire la preghiera/giubilo dal canto dei caduti), mostrava un uso del cinema che allora l’Occidente (Michael Powell a parte) aveva visto raramente dopo la stagione delle avanguardie (dal 1920 al 1939), e che Hollywood centellinava in pochissimi esempi (Welles, Hitchcock e pochi altri): impiega un uso espressivo della macchina da presa, che “recita” uccisioni, corse (quella di Veronika verso la stazione, in delirio, è stata sicuramente ispirazione per l’Estasi dell’oro del Buono, il Brutto, il Cattivo [vedi i 38 momenti cardine]), sogni e passioni amorose insieme e forse più degli attori, con sovrimpressioni, improvvisi, sfrenati e “impossibili” piani sequenza (la specialità di Kalatózov), luci significanti, composizioni pittoriche e deformazioni peculiari, mentre la trama, quasi come quella del Doktor Živago, dimostrava lo sfacelo della guerra (e non era una cosa scontata in URSS: la salita di Veronika verso il suo appartamento bombardato è straziante) sia come tragedia universale sia come struggenza particolare poiché trancia amori, sentimenti, speranze e progetti di felicità…
È un peccato che dopo tutti questi anni, e dopo queste testimonianze così forti, la guerra, la vendetta e la propaganda nazionalista siano tornatate al centro del mondo…
pianti…
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