I Fratelli d’Innocenzo producono sempre molte riflessioni, vedi
ma in questa serie per Sky (produzione identica a quella dell’Arte della Gioia 1 e 2 di Valeria Golino), divisa (come il film di Golino) in due parti da circa 140 minuti l’una, incorrono in diversi problemi:
- il manierismo:
certe volte davvero pronunciato:- il taglio dei frame è identico a quello di America Latina senza però l’ottimo discorso cromatico…
- il professore cattivo che insegna ai bambini la preferenza della morte sulla vita è troppo identico a quello di Favolacce…
- il tono indeciso tra speranza della volontà e pessimismo della realtà nichilistica è lo stesso di tutti i loro film: ormai è prevedibile…
- il trascurare certi dettagli:
la sceneggiatura è molte volte una sequela di frasette cliché pronunciate «come un libro stampato» da personaggi che altre volte parlano solo borgataro: è evidente che i d’Innocenzo non hanno voluto limare il loro script, che quindi risulta raffazzonato negli enunciati… anche se tutto potrebbe voler essere un tentativo di fare il verso ai medesimi problemi in cui incorse Ridley Scott in The Counselor, che aveva decine di minuti di disquisizioni filosofiche dotte (con tanto di citazioni di pensatori) pronunciate da narcos che apparivano per niente scolarizzati… - il volerla fare più grossa di quella che è:
in Dostoevskij tutto trabocca: dalla durata smisurata e zeppa di tempi morti (nella prima parte, solo 45 di 140 minuti sono davvero necessari) alla volontà di recare fastidio lacrimoforo al pubblico, usando mezzucci che alla fine rasentano la parodia più che esprimere vera disperazione: il protagonista di Timi ne è l’esempio: non solo è il poliziotto drogato problematico, ma è anche pedofilo, è anche un serial killer lui stesso (evidente calco di Al Pacino in Cruising di Friedkin), è anche padre disperato, è anche combattuto moralmente…
Timi sembra incarnare il Maanchismo di Veltroni del 2008 in chiave di scalogna, ed è un po’ troppo… anche perché quelle scalogne sono sottolineate sempre come avvampo del destino baro, con enfasi barbare, insistite e trancianti, tutte le volte, risultando in una tragedia cerebrale dopo l’altra… è davvero TROPPO… perché in effetti le tragedie narrate non sono mai «che cacchio, ho forato» ma sono sempre «ho mangiato i piedi a un bimbo di 11 anni senza motivo, mio padre mi picchiava e mia sorella mi friggeva le alici col suo sangue mestruale» e via così di esagerazione in esagerazione…
e un po’ troppo è anche la superfetazione di tutti gli elementi tragici, affastellati con così tanta acribia da strappare perfino il sorriso là dove, invece, sarebbero sovrimpressioni di dolore: qualsiasi accidente, malanno o tormento è trattato dai d’Innocenzo come motivo insuperabile e schiacciante di suicidio, e questa volontà la fanno pesare tantissimo, nello script e nelle inquadrature: ogni personaggio ha in sé un peso insopportabile che si riflette in quello che dice e in quello che vede, e quel peso è espresso da una contingenza biografica, morale o comportamentale che è enfatica, volutamente iperbolica, tronfia e così arrembantemente disastrosa da finire per rappresentare la sfiga di Fantozzi più che un colossale ganglio esistenziale: finisce che quel peso fa quasi ridere invece che piangere… - l’avere a che fare con un qualcosa prodotto per un medium, cioè un film di 5h, che non riescono a tramutare in vero movie (come fa Golino nell’Arte della Gioia), ma che riducono a noiosissima serie propriamente:
il personaggio di Gabriel Montesi non ha alcuna ragione di esistere e porta via ore (non minuti) di girato…
la vicenda dell’amico poliziotto di Timi rosica tanto minutaggio del tutto sprecato…
sono entrambi episodi di una serie più che anse di trama di un film (lo stesso difetto dell’Horizon di Costner)… - l’affidarsi fin troppe volte a palesi e insistiti argentismi, nel senso di Dario Argento, con calchi troppo rigorosi, tanto da sembrare veri e propri taglia e incolla:
l’occultamento di cadavere nella cantina; il disegno trovato nella casa dei misteri disegnato dal bimbo traumatizzato che lo aveva replicato anche alle elementari: uff… sono cose che gli spettatori di Profondo rosso (’75) e di Trauma (’93: già di per sé riscaldatura di Profondo rosso) fiutano e ridicolizzano a chilometri di distanza… - il trascendere quella che scrivono come una Manhunter classica da profiler FBI (alla Thomas Harris) in un apologo truce e greve alla Cruising di Friedkin (già citato e lo riciteremo poi) senza adeguati sostegni…
le indagini sono condotte dai d’Innocenzo in maniera volutamente onirica e deformante, con Timi che si affida ai sogni, alla fisiognomica più assurda (guarda negli occhi gli ingrandimenti delle foto dei sospettati ed elucubra chissà cosa: anche Kim Rossi Stuart nella Uno Bianca di Michele Soavi, 2001, guardava negli occhi la gigantografia del volto del sospettato numero uno, ma Soavi presentava bene l’ossessione verso un singolo: Rossi Stuart non carpiva indizi dalla foto su altre persone come invece fa, magicamente, Timi) e alla più svaccata fantasia senza che niente, nel film, indichi che quella rinuncia al realismo si possa applicare a quella trama…
mi spiego:
che tutto sia deformato ed espressionista è prassi nei d’Innocenzo, ed è ormai loro maniera (vedi supra), ma quell’espressionismo si basa sul più cupo realismo, spesso anche naturalista, che scolora nel deformante soprattutto nel visivo delle inquadrature… le indagini di Timi, in un contesto realistico, mostrano praticamente un mago che cerca gli assassini con sogni e chimere, senza che tra il mostrato realistico e la magia diegetica ci sia alcuno stacco…
quando i fratelli Hughes, in From Hell, 2001, fanno vedere Johnny Depp che trova le soluzioni con i sogni d’assenzio, o quando Patricia Arquette sogna i veri colpevoli dei delitti in Medium (di Glenn Gordon Caron, 2005-2011), sussiste una separazione tra i sogni del detective e la vita quotidiana del detective, che i d’Innocenzo non ci forniscono…
finisce che in Dostoevskij, in mezzo al solito decotto depressivo di immagini allucinate anti-realistiche e insieme naturalistiche deformate, in cui agiscono personaggi veri e non sognati, i poliziotti borgatari, tutto d’un tratto, si mettono a parlare come libri stampati pronunciando banalità di cliché perfino doppiaggese (e.g. «mi ha messo con le spalle al muro») e all’improvviso il detective si mette a trovare il serial killer basandosi sui fondi di caffé…
la cosa può davvero far ridere…
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In tutto questo disastro ci sono le cose buone:
- la gestione visiva dei d’Innocenzo ancora regge, nonostante il manierismo, e due o tre scene appunto di unità ragionata tra onirismo e brutalità realistica funzionano:
- Timi che intuisce che il serial killer possa essere una donna, per esempio, affidato a stacchi su uccelli e natura trascurata, acchiappa…
- il riprendere tutto con focali grandagolari e spiose fa sembrare molte volte Dostoevskij un poliziottesco anni ’70 con gustosissime citazioni verbatim da maestri quali Fernando Di Leo, Umberto Lenzi e Lucio Fulci, che sono sempre un bel vedere, quando sono così ben messe (i d’Innocenzo lavorano bene una materia che aveva affossato quella gran merda che fu Cemento armato di Marco Martani, 2007, che nelle citazioni di Di Leo affondò senza poter tornare a galla)…
- il lavoro dello scenografo (Roberto De Angelis) nello scovare i posti più squallidi e nell’arredarli nel più coatto e inquietante dei modi è prodigioso…
- gli attori, nonostante tutti i problemi dei cliché, ci si sforzano: non tanto Timi, da sempre scimmiottatura di se stesso (è dai tempi del Trota, 2010, che non capisco più né quello che dice né quello che fa, e qui ha anche un carattere che è uguale alla sua comparsata senza senso nella Solitudine dei numeri primi, ancora 2010), ma Carlotta Gamba (che di anni ne ha quasi 30, e già adulta in Gloria!, mentre qui sembra voler essere forse tra i 18 e i 20 anni) è in parte, e le comparse sono carine, quando non del tutto inutili come si diceva per Montesi…
- le musiche di Michael Wall…
- il finale, davvero alla Cruising, che forse stempera, ma insieme sottolinea quanto tutta la disperazione, quando sfogata in rabbia e violenza, produca solo ennesimi mostri in un’esistenza insopportabile, dove magari l’incertezza è meglio della sicurezza dello sfacelo…
ma dura comunque 5h, il più delle volte recanti solo noia e gratuita lamentazione ridicola involontaria della scalogna iperbolica (roba alla Yanagihara, addirittura, se non alla Postorino)…
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concludo avvertendo che se l’allungamento della e accentata in jé è passato nell’immaginario collettivo italiano del russo (pur col problema di ignorare che la e atona si legge i, e questo produce drammi come lo ieieare tutte le e anche quando sarebbero i), al contrario che la o atona sia una a, e che le vocali atone siano di serie B tanto da venire pronunciate quasi a denti stretti, non riesce in alcun modo a essere accettato da coloro che non sono russi…
il titolo dovrebbe leggersi »dastaiévskij«, o quasi »d-st-iévskij«, senza la a sonorissima dell’italiano…
Standing ovation per il detective! :) ;) :D
da bravi ispirati da Argento, hanno fatto un bel copia incolla presumo, da quello che ho appena letto
😂