E dopo una Turandot manifesto del fiacco, il Macerata Opera Festival si riscatta con una Norma più che entusiasmante…
La regista Maria Mauti (che pare sia più che altro una documentarista che si occupa di grossi interpreti di musica classica) non si inventa effettivamente granché a livello di gestica, ma la sua scena, scarna e compatta, è comunque un tripudio di giochi di luce, di riflessi, di figuranti danzanti, di praticabili scale in ferro movimentabili, e sfrutta anche i palchi, la platea, il terrapieno, le botole e il fondo quintabile dello Sferisterio!
La luna rotonda domina la parte in alto a sinistra del muraglione del palco, e quattro elementi di scale in ferro vengono mossi da una squadra di addetti seguendo la ripartizione in scene di Felice Romani, in questo modo evitando lo spezzettamento scenico che si è visto nel Trovatore a Bologna (per capirsi: le scene cambiano a seconda del libretto e non cercano, malamente, di seguire la quadripartizione della solita forma musicale operistica)…
In mezzo alle scale si muovono gli attori-cantanti in un tripudio di simboli luminosi (e.g. i tre occhi di bue sul terzetto amoroso alla fine del primo atto, o la proiezione dei bambini di Norma, che spuntano anche da un estremo palco a destra facendo balenare intermittente una torcia) e di danzatrici che sfruttano e riflettono le luci o con piatti specchiati o con teloni bianchi riflettenti (fascinosissimi nel simboleggiare il candore lunare in «Casta diva») mentre mimano molte intenzioni e psicologie dei cantanti: le luci, soprattutto di taglio, spesso bianche ma anche fantasticamente colorate, insieme alle danzatrici creano la drammaturgia permettendo ai cantanti di cantare senza rinunciare alla visualizzazione dei sentimenti: un sistema che si adatta in modo discreto ma stringente alla musica, evocativa ma sempre in modo cristallinamente melodioso, di Bellini…
e la strutturazione delle scale, veri e propri edifici scenici (simili, per certi versi, a quelli della Fura dels Baus e a quelli di Francesco Micheli nella Trilogia Verdiana fiorentina), ogni tanto pulpito druidico, ogni tanto intimità della dimora di Norma, ogni tanto foresta, e alla fine rogo lunare per Norma, formano una Gallia stilizzata e ombrosa, geometrica e massiccia, insieme onirica e concreta…
Le comparse, come dicevo, sono arrivate dappertutto, anche dalla platea e dalle botole sul palco, e le tre aperture del muraglione di fondo sono state usate scenicamente, con Norma che vi si aggira disperata; e anche il terrapieno è usato per far entrare in scena Adalgisa e per farla vedere disperata nel rogo finale…
Uno Sferisterio sfruttato al massimo in una messa in scena che suggerisce e che è tangente al canto adiuvandolo nell’esprimerne l’emozione senza mai sopraffarlo né contraddirlo…
e una messa in scena che riesce a essere ricchissima di elementi (luci, figuranti, praticabili in ferro costruiti apposta, alcune proiezioni) ma anche stranamente e magicamente “invisibile” (tutto arriva come se ci fosse sempre stato e i praticabili lasciavano molto spazio vuoto da riempire con le luci e con le danzatrici)…
e anche se la gestica era tradizionale e tanto era lasciato all’espressionismo delle luci e delle danzatrici, quel poco che Mauti escogita è efficacissimo: «In mia man alfin tu sei», agito con Norma e Pollione spalla a spalla, è diventato un tripudio di intimità!
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Sul podio, il vecchio Fabrizio Maria Carminati (classe 1958), esperto dell’opera donizettiana e belliniana (bergamasco, ha all’attivo molto Donizetti e da un po’ è capo del Teatro Massimo di Catania intitolato appunto a Bellini: ha diretto moltissime Norma negli anni 2010s) e di opere all’aperto (per qualche tempo direttore artistico dell’Arena di Verona), da me mai davvero apprezzato in video, sfodera una sapienza di concertazione mastodontica…
Ben consapevole della supremazia del canto nell’opera belliniana, Carminati si limita ad ACCOMPAGNARE i cantanti con una grazia e una sicurezza tale da rendere le loro performance un portento di naturalezza e precisione tanto è capace di supportarli, con un’orchestra che riesce a guidare con disarmante accuratezza millimetrata, in tutti i rallentando necessari, in tutte le analisi minuziose delle intenzioni, in tutte le volute virtuosistiche possibili e in tutte le arditezze melodiche…
Nelle sue mani canto e orchestra sono diventati tutt’uno, che le pochissime stonature strumentali, fisiologiche in un live all’aperto, non hanno per niente scalfito…
e in questa filosofia di supremazia del canto, l’ossequio per l’andamento musicale voluto da Bellini ha restituito una Norma insolitamente narrativa, ricca di rallentando ma dal passo tutto sommato spedito e immediato, capace di indurre tensione e partecipazione… se «Casta diva» e «Qual cor tradisti» erano forse più lenti del solito, producendo bellissimo coinvolgimento passionale (grazie anche a mostruosi pianissimi che, non si sa come, Carminati è riuscito a far risuonare anche allo Sferisterio!), «Mira o Norma», «In mia man alfin tu sei» e il finale sono corsi via veloci e serratissimi, stringentissimi di diegesi pur nella logica sempre ossequiosa dell’accompagnamento canoro!
un equilibrio tale tra diegesi e melodia è spesso impossibile da realizzare a pieno, e quindi la gestione di Carminati sa quasi di miracolo!
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Marta Torbidoni (Norma), da me già vista e apprezzata come Leonora nel Trovatore a Bologna, sembra avere certo il fisico e la faccia di una sacerdotessa druida autorevole e spiccia, ma ha soprattutto una voce compatta e potente che sembra scolpita apposta per la musica della Norma: chiara nei fili di voce, agile negli acuti, arrabbiata e scura nei momenti più recitati: una libidine!
e la Torbidoni attrice è anche tragica di dubbi, tenera di compassione e tremendissima nella rabbia!
Roberta Mantegna (Adalgisa), anche lei fantastica Leonora nel Trovatore Concert proprio a Macerata, anche se va in giro a dire che la Tour Eiffel è un ecomostro, è formidabile per avvenenza carina, per agilità di fraseggio e per pienezza vocale: i suoi duetti con Torbidoni sono stati un tripudio di gioia di cantare insieme e sono risultati così perfetti da sembrare quasi registrati!
Antonio Poli (Pollione), bellissimo e ottimamente in tono e in stile, non ha una particolare squillanza ma è musicalmente impeccabile ed ha un carattere proprio in parte, oltre che un timbro proprio ideale per Bellini!
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