L’ultima volta dei Wiener a Firenze risulta essere stata con Daniel Harding nel 2016 (Coriolan di Beethoven, 1a di Brahms e Tod und Verklärung di Strauss)… non li ho visti…
io ho visto la volta precedente, il 25 giugno 2008, con Zubin Mehta e Lang Lang a fare due programmi, uno pomeridiano e uno serale: il pomeridiano con ouverture Oberon (Weber), concerto 1 Chopin e sinfonia incompiuta di Schubert, e quello serale ancora con Weber (ouverture Freischütz) e Chopin (concerto 2), poi 5a di Beethoven, ouverture Nozze di Figaro e, come encore, Egmont…
io ho visto il programma serale: e non fu male…
oggi i Wiener tornano con Riccardo Muti…
e, alla fin fine, Muti torna spesso a Firenze… nel 2018 aveva fatto Macbeth, nel 2020 è venuto con la Chicago Symphony…
e il programma è comodo per un’orchestra come i Wiener Philharmoniker, specialista nel classicismo…
la Sinfonia n. 35, KV 385, detta Haffner, di Mozart
e la cara vecchia Sinfonia n. 9, D 944, detta Grande, di Schubert [è detta Grande per questo motivo: questa sinfonia è in do maggiore e ha ampie proporzioni, e Schubert aveva composto un’altra sinfonia in do maggiore, più piccolina, la sua sinfonia n. 6: la 6 è quindi la piccola do maggiore e la 9 è la grande do maggiore… poi Grande è diventato un traslato a indicare non solo la mole di musica ma anche la complicatezza: non solo nel 1826 Schubert non riuscì né a farla pubblicare né a farla eseguire a causa della sua lunghezza, ma ancora nei 1840s, Mendelssohn aveva difficoltà a imporla alle sue orchestre, perché ritenuta molto difficile… numerarla col 9 ha rappresentato per tanti anni un problema, poiché ha avuto diversi altri numeri: nel 1867, lo studioso George Grove, con davanti gli autografi schubertiani, era sicuro che fosse la n. 9, ma Johannes Brahms e Breitkopf & Härtel, nel 1885, decretarono che roba rimasta “incompiuta” (tra cui la sinfonia appunto Incompiuta in si minore), anche se composta prima, in un ipotetico catalogo avrebbe dovuto seguire la roba compiuta, e quindi la Grande in do maggiore era da considerarsi la sinfonia 7, con la si minore Incompiuta a fare la n. 8: Brahms e Breitkopf così, come n. 7, pubblicarono la sinfonia nel loro grande progetto dei Franz Schubert’s Werke; Grove, nel 1908, rilanciò che, carte alla mano, Schubert aveva composto così tanti abbozzi di sinfonia databili prima della Grande che la Grande do maggiore sarebbe dovuta slittare addirittura al n. 10! Poi, tra 1951 e 1978, Otto Deutsch fece il suo catalogo, da cui derivano i numeri D, e considerò la Grande, D 944, come la n. 8, e l’Incompiuta in si minore, D 759, come n. 7: Deutsch era convinto di datare la Grande dalle filigrane della carta, cioè tra il 1825 e il marzo 1828, data apposta da Schubert sull’autografo “completo”: la cosa poi è stata smentita da altri ritrovamenti, soprattutto epistolari e documentali, dai quali si evince che la Grande era già in cantiere dal 1824 e pressoché già finita nel 1826, tanto che Schubert cercò, senza successo, di farla eseguire nel 1826 e nel 1827, con la data «marzo 1828» sull’autografo da riferirsi solo all’ultima stesura in bella preparata nella speranza di una pubblicazione… forte del numero di Deutsch la Grande rimase n. 8 per tanti anni e in tanti dischi… alla fine, tra 1977 e 1999, Brian Newbould, a un riesame delle carte, decretò che Grove aveva sostanzialmente ragione, e che Schubert aveva abbozzato tanto, ma più che altro prima della Grande, che quindi poteva tornare a essere la n. 9, così come Grove aveva intuito nel 1867]
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Già in Mozart si vedeva quanto l’esigenza di sbalzo di certi strumenti fosse un pochino fagocitata da un indefinito indistinto da golfo mistico, secondo cui flauto e violino debbono avere lo stesso timbro…
la cosa ha reso la sinfonia molto noiosa, anche se tecnicamente ineccepibile…
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il senso di sonnolenza si è avvertito molto più pensante in Schubert…
la cosa sorprende molto, poiché la lettura che Muti e i Wiener effettuarono in studio per EMI, al Musikverein, nel febbraio 1986, era una felice adesione di Muti ai ritmi più barricaderi e alle istanze più leggere che la moda della prassi esecutiva aveva imposto soprattutto a Beethoven negli anni ’70 e che Muti, quasi per primo in un disco di una major con un’orchestra superblasonata, importava anche in Schubert…
se confrontata, a puro titolo di esempio, con la lettura di Daniel Barenboim con i Berliner di soltanto un anno prima, ci sentiamo un Barenboim sì classico e “vivace” ma con un suono molto più solenne e un po’ più tronfio…
e se continuiamo il confronto con letture più old fashioned, tipo quella di Karl Böhm, proprio con i Wiener, della primavera 1973 (esiste uno splendido video di Hugo Käch della Unitel a immortalare il concerto al Musikverein, ricco di dissolvenze, di stacchi ritmici, di zoom vertiginosi e di movimenti di macchina sinuosi: davvero eccezionale per la marmorea e paludata Unitel di quegli anni!), sentiamo che Muti è molto più rapido e concitato, molto più tensivo…
in questo concerto dal vivo, tutta quella freschezza che Muti aveva dimostrato in studio nel 1986, e che sembrava perdurare anche nel 1990, come dimostra un video della tournée degli stessi Wiener alla Scala, viene quasi meno…
e viene meno forse anche per via della suggestione che lo Schubert più variabile, più variopinto e crepitante, ha impresso sugli audio successivi al disco di Muti dell”86, quelli che, via via, volevano Schubert sempre più variopinto e sempre più crepitante…
cioè Muti e i Wiener, nell”86, aderendo alla scoperta da prassi esecutiva applicata a Schubert, quasi la istituzionalizzarono, e molti risultati successivi non fecero che esplorare questa istituzionalizzazione, con uno Schubert sempre più colorato e veloce: vedi, solo a titolo di esempio, lo Schubert di Roger Norrington (con i London Classical Players, 1989), lo Schubert di Sinopoli a Dresda (alla Lukaskirche, maggio e giugno 1992), gli Schubert di Harnoncourt (con il Concertgebouw nel ’92 e con i Berliner nel 2005), naturalmente di Abbado (con l’Orchestra Mozart nel 2015), fino ai risultati estremi, cioè lo Schubert dei barocchisti (di René Jacobs, 2018; e Jordi Savall, 2021) e lo Schubert dei veri esperti, di quelli che lo fanno da una vita e che, a 100 anni suonati, si mettono a fare uno Schubert completamente vorticoso (Blomstedt con il Gewandhaus di Lipsia [l’orchestra che, per la cronaca, battezzò la sinfonia Grande, con Mendelssohn sul podio, nel 1839, dopo che Robert Schumann l’aveva riscoperta grazie a Ferdinand Schubert, fratello di Franz, che tanto si era dato da fare inutilmente per far eseguire le musiche del fratello, nel 1838, 10 anni dopo la morte di Franz], 2021)…
rispetto a tutto questo, sono sopravvissute certe retroguardie proponenti lo Schubert pre-1986, quello un po’ più tronfio (vedi Jansons con il Bayerischer Rundfunk, 2018), ma hanno resistito poco…
e se nelle orecchie si ha il Muti con i Wiener degli 1986-1990, e tutti questi Schubert da fuochi d’artificio, sentire invece uno Schubert di retroguardia, alla Jansons, proprio da colui, da Muti, che aveva inaugurato i fuochi d’artificio, fa un grosso effetto estraniante…
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riferendoci alla vecchia storia di Orazio (vado a memoria, forse Satire 1,I?), che considerava il genere epico come un fiume grande e limaccioso, in cui ci si perdeva, e quindi preferiva i componimenti brevi come ruscelli limpidi, il Muti di stasera, lui che ci aveva dato un bello Schubert limpido e vorticante come i ruscelli, ci dà uno Schubert ampio e “noiosetto” come un grande fiume…
non che certi snodi interpretativi non siano stati degni: il finale del primo movimento, per esempio, è stato eccellente…
ma la verve tensiva del rutilante secondo tema del primo movimento è parecchio mancata: non che il secondo tema sia sopraggiunto poco energico, ma di sicuro non era baldanzoso, né saltellante: Muti lo ha risolto con un lungo e alla fin fine pesate legato (cosa che un po’ contraddice la speditezza quasi “puntata” del ritmo), e la cosa ha dato il passo ai temi successivi e, soprattutto, agli svilupponi…
quegli sviluppi, in partitura, sono repentini inseguimenti alla Richard Donner di miriadi di scintille cromatiche e timbriche, che si rincorrono quasi avendo il Rossini di metà anni 1810s come modello (le date di composizione della sinfonia, si diceva, sono 1824-1826 [anche se Deutsch propone 1825-1828]: Rossini è in pienissima attività), con tutti i loro crescendo e la loro rullanza…
Muti e i Wiener li hanno risolti con un mormorio comodo, molto maestoso e potente, ma, per quel che riguarda la suspence, tremendamente fiacco…
Parliamoci chiaro:
Muti ha impresso una bella epica in certe riprese del tema…
ha reso espressivamente pesanti i forti battere…
e ha dettato una bella fragorosità ai finali di movimento…
ma la mancanza di guizzo, l’andamento poderoso un po’ anziano, il rifarsi alla logica epica da fiume in piena invece che alla scorrevolezza da ruscello che la musica stessa sembra suggerire, il risolvere gli sviluppi con un livellamento timbrico monocolore da golfo mistico, hanno reso la Grande di Schubert un bel ghiacciaio che si muove impercettibile invece che quel fuocherello di asciutte fascine che, forse, potrebbe essere, che si è sentito dall”86 ad oggi, e che lo stesso Muti era stato così bravo ad eseguire…
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Senza dubbio, però, lamentarsi di un taglio interpretativo, quando quel taglio è così ben eseguito e perseguito, è da stupidi: se così lo hanno inteso, che così lo suonino…
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nonostante lo sfarzo sonoro, la bradiposità generale si è imposta anche nell’encore, cioè il Kaiser-Walzer di Strauss II, ovvero quel valzer che i Wiener e Muti eseguono tutti i santi anni e che si preparano a ribollirci il 1° gennaio 2025…
un Kaiser-Walzer luminoso e fracassone, ma taaaaaaanto lento: come se Muti e i Wiener, stasera, avessero inteso la ieraticità come un obbligo, come se il maestoso, l’incedere liturgico e la voce grossa fossero adatti a tutto, anche ai balli (il Kaiser-Walzer) e alle corse campestri (la Grande)…
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