Pessoa: Since I’ve been me [spettacolo di Robert Wilson] alla Pergola

Bob Wilson è in giro da un po’, e nel teatro è stato quello che sono stati Krzysztof Kieślowski e David Lynch nel cinema…
raggranellò dalle grandi avanguardie degli anni ’60, e le portò avanti in grosse produzioni in cui teatro, arte visiva, danza e opera lirica si univano completamente…
le sue scene non narrative, illuminate di raggi di luce, popolate da attori che si muovono ritmicamente e ripetitivamente come robottini vestiti di simbologie varie e parlanti varie sillabe e varie poesie, e animate da oggetti eterogenei che fluttuano per il palco senza mai vedere cosa li muove, sono state il top dei top del teatro art pour l’art almeno dal 1976, quando mise in scena, con Philip Glass, Einstein on the Beach ad Avignone…

dopo tanta avanguardia praticamente per tutti gli anni ’80, Wilson è riuscito ad aggirare i pericoli del manierismo dandosi direttamente all’opera lirica e tornando alla prosa classica (da Shakespeare a Ibsen)…
diversa roba sua s’era già vista in Italia di recente: il Festival Verdi di Parma, per esempio, gli ha affidato un Trouvère (la versione parigina del Trovatore di Verdi), con Roberto Abbado, nel 2018…
e in DVD sono tante le sue opere disponibili: ottimerrima, per esempio, una sua Pelléas et Mélisande di Debussy da Parigi (con Philippe Jordan, 2012)

Non so se la maniera viene davvero schivata in questo suo ritratto di Pessoa, così grande e costoso da essere prodotto da ben 6 istituzioni (la Pergola, i Teatri Stabili del Friuli e di Bolzano, il Municipal di Lisbona e due organizzazioni parigine: il de la Ville de Paris e il Festival d’Automne)

tutti i tic di Wilson ci sono, e quindi ogni cosa «l’hai un po’ già vista», ma, a mio avviso, i tic suscitano ancora una certa emozione…

7 attori danzanti (Maria de Medeiros [che è volto famoso del cinema: il suo film più popolare è Henry & June di Philip Kaufman], Aline Belibi, Rodrigo Ferreira, Klaus Martini, Sofia Menci, Gianfranco Poddighe e Janaína Suaudeau) ballano tra le semoventi strutture sceniche al neon di Wilson declamando in portoghese, inglese, francese e italiano parecchi testi di Pessoa, alludendo, con oggetti e movimenti vari, a certe realtà di Pessoa…

io non conosco un cacchio Pessoa, e quindi tutti i simbolismi sulla sua biografia non li ho colti per niente, ma non sono rimasto indifferente alle situazioni in cui è presentata la sua poesia…

situazioni molto spesso, come sempre in Wilson, attivanti gesti reiterati e compulsivi, segno della meccanicità del contemporaneo, ma ben variate nel tono (la scena lugubre di romanticismo nella nebbia, all’ombra di uno stilizzato albero; la scena da boschiva con gli alberi che camminano; diverse scene in proscenio a suggerire il varietà; scene con gli attori seduti ai tavoli a ripetere le poesie poliglotte fino al parossismo più folle ecc. ecc.) e sopraffinamente presentate dal cast, che ha avuto leggerissime difficoltà per il fiato corto, davvero quasi impercettibili (vedi almeno un’entrata fuori luce di pochi millimetri, e un telone di fondale non tirato al 1000 per mille)…

il tutto in neanche 75 minuti!

un portento!

un portento perché quei gesti reiterati, quelle poesie declamate nelle più disparate gamme di intenzioni, quel sound design cattivo e feroce (con colpi di pistola che ruggivano molto alti nelle casse, accompagnati da musichette di repertorio scelte solo per accompagnamento funzionale ma non davvero inefficaci), quella danza così asciutta e virtuosistica, quella scenotecnica così significante ed espressiva, quello sfoggio così maestoso di sapienza costruttiva (i cambi scena fulminei, gli oggetti capaci di essere figurativamente bellissimi e insieme completamente smontabili e adatti per i più efficaci effetti teatrali: vedi i tavoli all’apparenza solidi che si “rompono” per diventare vere e proprie luci rosse brillanti a sottolineare un cambio emotivo), quell’interiorizzazione della poesia di Pessoa così sentito, quella capacità artistica di creare vere e proprie installazioni luminose e luminotecniche da esporre nelle mostre di arte contemporanea, sono tutte cose che colpiscono, che acchiappano ed emozionano, davvero come i film di Lynch: non c’è argomento, c’è emozione ed impressione di commozione senza niente di positivo: solo sentimento che ti arriva grazie al comburente delle immagini che vedi vivere dagli oggetti artistici e dai danzatori/attori senza che quel sentimento venga né verbalizzato né effettivamente espresso…
è un sentimento che arriva quasi per sublimazione dall’immanente degli oggetti plastici e dai movimenti attorici in scena…

cioè: piangi come un vitello solo perché vedi della bella roba artistica e dei bravi attori muoversi davanti a te su un palco…

è come quando piangi davanti a un quadro!

perché?

non si sa…

ma Bob Wilson, nonostante faccia le stesse cose almeno dal 1976, ce la fa ancora a fare quest’effetto…

non è, quindi, né Woody Allen, né Sofia Coppola, né Wes Anderson!

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