Turandot all’86° Maggio Musicale Fiorentino

Dopo una sfarzosa regia di Aurel Milloss al Giardino di Boboli nel 1958 (direttore Gabriele Santini), le riprese di Turandot al Maggio hanno visto due presentazioni dell’allestimento di Walter Boccaccini: nel ’65 (direttore Oliviero de Fabritiis) e nel ’66 (direttore Franco Mannino)…

Nel 1971, il Maggio punta parecchio su una “nuova” Turandot, concepita da Luigi Squarzina con Pier Luigi Pizzi…
nel cast addirittura Plácido Domingo (l’unica presenza di Domingo a Firenze come tenore, poi è tornato come baritono, quasi 50 anni dopo, nel Nabucco), e Georges Prêtre a dirigere…
un Prêtre che la stampa coeva stroncò per il troppo volume orchestrale…

da allora, Turandot fu bandita dal Maggio…
…per più di 25 anni…

poi arrivò Zubin Mehta…
un Mehta che dal 1972, cioè dal suo superdisco di Turandot con la Decca che io tanto adoro (vedi gli Interpreti pucciniani), non aveva granché affrontato l’opera…
e allora Mehta era in piena foga di operazioni mediatiche (vedi anche quanto si diceva delle sue Tosca): la Tosca nazista di Jonathan Miller (1985), il suo primo Concerto di capodanno di Vienna (’90), i Tre tenori (’90) e la Tosca nei luoghi e nelle ore (1992)…
questo Mehta mediatico e un po’ a digiuno dell’opera che gli aveva fatto guadagnare tanto con l’incisione del ’72, pensò di affidare la regia di una nuova Turandot a Zhang Yimou… un regista di cinema…
l’ingaggiare registi di cinema per l’opera era una cosa che Mehta aveva in mente dai tempi di Los Angeles: quando sceglie Yimou, Mehta aveva già allo studio il Wozzeck di William Friedkin a Boboli (’98)…
ed era un andazzo neanche troppo “nuovo”, soprattutto in Puccini, e già vissuto anche dal Maggio: Bruno Bartoletti aveva affidato a tre registi cinematografici il Trittico nel 1983 (Ermanno Olmi, Franco Piavoli e Mario Monicelli); ancora nell”83, Ken Russell aveva fatto Madama Butterfly a Spoleto, e nell”84, Russell fece Bohème a Macerata; e, in generale, John Schlesinger, al Covent Garden, aveva già fatto Contes d’Hoffmann (’80) e Rosenkavalier (’85) e aveva fatto Un ballo in maschera a Salisburgo (1990); Werner Herzog aveva fatto Doktor Faust di Busoni a Bologna (’86), Lohengrin a Bayreuth (’90), La donna del lago alla Scala (’92); Liliana Cavani aveva già fatto Traviata alla Scala (’92) e Cavalleria rusticana a Ravenna (’96)… e tanti e tanti altri…
ma in più, per la nuova Turandot, c’era il fatto che Yimou stava in quel periodo avendo leggeri fastidi col governo cinese e per un po’ vide proibita la circolazione di Lanterne rosse

la Turandot di Zhang Yimou, nel 1997, con tutte queste premesse di notizia (l’allestimento teatrale di un cineasta inviso al regime) investì il Maggio con un’ondata di successo immensa, come non accadeva dagli anni di Riccardo Muti…

e da allora, infatti, quella Turandot non ha più lasciato il Maggio…

proprio il Maggio non pensa altre Turandot se non questa…

altri “capolavori” del Maggio, dalla Tosca di Miller che si diceva al curioso Rigoletto di Ljubimov oppure al Rigoletto di Graham Vick o al Trovatore di Francesco Micheli, non sono mai stati ripresi, mai proprio mai… si è preferito fare altri allestimenti…
invece la Turandot di Yimou è inamovibile!

nel 1998 è stata al centro di un’altra grande operazione mediatica, quella della Turandot nella Città Proibita di Pechino…

poi è tornata a Firenze nel 1999 (direttore Daniel Oren, regia ripresa da Chen Weiya), nel 2006 (ripresa da Franco Barlozzetti) e nel 2012 (in forma semiscenica ripresa da Marina Bianchi) entrambe con Mehta, ed è stata portata in tour in Giappone (sempre con Mehta) nel 2001 e nel 2006…

e nonostante Mehta abbia “battezzato” altre Turandot (di Chen Kaige a Valencia, 2008; e di Carlus Padrissa della Fura dels Baus alla Bayerische Staatsoper, 2012), al Maggio rimane Yimou…

io ho visto la ripresa del 2006 al vecchio Teatro Comunale… e me la ricordo noiosissima…

poi ho sentito la forma semiscenica di Marina Bianchi, già al Nuovo Teatro, con costumi ed elementi scenografici di Yimou, del 2012…
e fu molto deludente…
gli attacchi erano allo stato brado e il tenore (Jorge de Leon) richiese un abbassamento molesto dell’orchestra nel Nessun dorma

da allora è passata parecchia acqua sotto i ponti, e il particolare lassismo che affligge le orchestre dopo tanti anni di Mehta (vedi anche la New York Philharmonic) e che ha intaccato tante concertazioni dell’ultimo Mehta (l’ultimo Trovatore, gli ultimi Otello [in pandemia e non], la Tosca in forma di concerto, la scialba Forza del destino) è stato assai ridimensionato da Daniele Gatti, che ha ridato all’orchestra parecchia precisione (qui c’è traccia solo del Rake’s Progress e dell’integrale sinfonico di Čajkovskij, ma eccellenti sono stati molti altri concerti di Gatti dell’ultimo anno e mezzo, dall’Emperor con Lucchesini, alla Settima di Beethoven in beneficienza per l’alluvione toscana del 2023, fino al concerto tedescofono con Schoenberg, Strauss e Wagner)…

perciò questa ennesima Turandot di Zhang Yimou è stata migliore di quanto mi aspettassi…

in generale i tempi, ancora spediti nel 2012 (come quelli del ’72), oggi Mehta li ha intesi più maestosi, grandiosi e solenni: senza mai arrivare alla lentezza di Karajan (in quel grande disco dell”81 che per tanti è alternativa più che valida a quello di Mehta del ’72 e che vedeva nella calma dei tempi proprio una completa differenza rispetto alla lettura di Mehta), questa Turandot mi ha sorpreso per la “comodità” di passo, così diversa dalle solite Turandot di Mehta e quindi è già di per sé una novità, perché ci mostra un Mehta che non si adagia a quanto già fatto, ma interpreta di nuovo qualcosa che padroneggia da decenni: una cosa più unica che rara!

nel primo atto gli attacchi sono andati pressoché tutti a farsi benedire… però Mehta ha dato a tutto una potenza sonora densa e fruttuosa, davvero emozionante… e nel finale primo ha per fortuna ritrovato una ottima coesione…

ovvio che, con la lentezza, il senso narrativo è venuto molto meno, e quindi la tensione è un po’ mancata nell’episodio dei ministri e nella scena degli indovinelli, che sono scorsi con parecchia noia (e una scena degli indovinelli priva di mordente può essere considerato un grosso difetto)…

però In questa reggia, Mai nessun mi avrà, e tutto il terzo atto pucciniano, grazie proprio alla conduzione glorioso-maestosa, sono stati eccezionali, e gli scoppi dei finali I e II erano effettivamente da commozione…

per il finale, si sa, Mehta propende sempre per quello classico di Alfano accorciato da Toscanini, quello canonico che andò in scena alla prima dell’opera nel 1926… e in quello, Mehta batte sempre tutti, anche perché, nei teatri “seri” (e non quindi nelle rassegne estive all’aperto), è rimasto quasi l’unico a preferirlo agli altri (cioè a quello di Alfano integrale, a quello di Berio e a quello di Puccini, cioè il far finire l’opera alla frase «Liù poesia» senza eseguire alcun duetto finale)…

curioso notare che Mehta stasera, forse per la prima volta, ha reso coerenti le letture del Nessun dorma

vediamo di spiegarci:
il tema di Nessun dorma giunge nell’opera alla fine del secondo atto…
viene eseguito da Calaf all’inizio del terzo…
e poi esplode alla fine dell’opera su indicazione di Puccini obbedita sia da Alfano (fragorosissimo) sia da Berio (pianissimo)…

al primo apparire la melodia non ha connotazioni…
nell’aria vera e propria dovrebbe essere eseguita così, perché in effetti così è scritta…
e difatti è così che, alla fine, viene eseguita perfino da Mehta nel ’72

però Mehta, con Pavarotti, dal ’72 ma soprattuto dai Tre tenori del ’90, sono stati tra i più efficaci diffusori (insieme anche a Francesco Molinari Pradelli e Franco Corelli con la loro versione del ’65, usata da Roland Joffé nei Killing Fields nell”84) della versione dell’aria che fa in questa maniera
lasciando perdere la risoluzione dell’accordo (che, in partitura d’opera, non c’è), Pavarotti e Mehta (e tutti quanti con loro) allungano la nota di mezzo…
…la cosa divertente è che chi allunga la nota di mezzo nell’aria del tenore poi torna a fare quella nota come scritta nel finale classico di Alfano…
una incongruenza che spesso fa ridere chi sa che quella stessa musica, scritta nello stesso modo, è eseguita in modi del tutto diversi, senza motivo (se non appunto un immotivato virtuosismo solistico) in due porzioni dell’opera…

stasera Mehta ha tagliato la testa al toro definitivamente facendo la nota di mezzo lunghissima anche nel finale ultimo!

non è stata una Turandot brutta…

la svolta grandiosa dell’interpretazione era tutta da ascoltare…

ok, era una Turandot più noiosa del solito, anche per via dell’allestimento vecchio di 30 anni…

ma sentire il Maggio, dopo la cura di Gatti, così capace di stare coeso ed emotivo (a parte gli acciacchi degli attacchi sbagliati del primo atto), è un sollievo…

Gatti se ne andrà…
già dal 2024 è in carica alla Staatskapelle Dresden (dopo Thielemann) e nel 2026 andrà a sostituire Chailly alla Scala…

Carlo Fuortes si è appena insediato come capo supremo, dopo le gestione ombrosa di Pereira, ed è uno a cui piacciono le operazioni mediatiche (la sua tenuta all’Opera di Roma ha visto la produzione di veri e propri film, quasi come quelli che Rolf Liebermann sovrintese ad Amburgo negli anni ’70: dalla Traviata di Sofia Coppola, 2017, alle magniloquenti operazioni anche in pandemia con Mario Martone [Barbiere di Siviglia e Traviata con Gatti, 2020 e ’21, e Bohème con Mariotti, 2022])…

e stasera, per esempio, a farfalleggiare sul Red carpet, anche Drusilla Foer e Matteo Renzi…
in un teatro sold out…

una magniloquenza di ospiti che per la prima operistica del Maggio non si vedeva dai tempi della Frau ohne Schatten al Comunale, nel 2010, quando si tentava di far restare Francesco Giambrone e già il Maggio piangeva miseria… a quella prima c’era perfino Giuliano Ferrara!

ma a parte i vip inutili, l’orchestra che fine farà senza uno che la amministri come faceva Gatti?

tornerà a essere quella orchestra lassista che era con il Mehta pre-Gatti?

vedremo

per Calaf, il previsto Angelos Samartzis si è ritirato a causa di malori e ha lasciato il posto a Seok-Jong Baek: bene, perché Baek è stato veramente superlativo: bravo anche nel risolvere con mestiere la crisi degli attacchi del primo atto!

Liù era Valeria Sepe…
quando si vociferava di un’altra Turandot, si era nella gestione Pereira e c’era la pandemia…
per Liù venne fatto il nome di Valentina Mastrangelo…
un vero peccato non sentire Mastrangelo in questo ruolo, anche se Sepe è stata comunque ottima, argentea e graziosa come deve essere Liù…

Turandot era una superba Olga Maslova: ha affrontato gli acuti di Mai nessun mi avrà come se fossero facilissimi, ha risolto In questa reggia con estro interpretativo inventivo, e ha cantato davvero bene…
un peccato che in questo allestimento (ripreso stasera da Stefania Grazioli) Turandot non si muova quasi mai (le vere intenzioni di Yimou, di una Turandot schifiltosa, le si vede solo nei primi piani di Giovanna Casolla nella ripresa TV di Hugo Käch della versione di Pechino)

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