Erina Yashima, direttrice tedesca del 1986, laureata alla Hanns Eisler di Berlino, allieva di Riccardo Muti (della sua Italian Opera Academy e poi direttamente a Chicago come Solti Conducting Apprentice), collaboratrice di gente come Esa-Pekka Salonen, Christoph Eschenbach ed Edward Gardner, e oggi Kapellmeisterin di James Gaffigan alla Komische Oper di Berlino e assistente di Nézet-Séguin a Philadelphia, arriva a Firenze con l’Ouverture del Freischütz di Weber, il secondo concerto per corno di Richard Strauss con Martin Owen e la sinfonia Dal nuovo mondo di Dvořák…
ci dimostra la croce e la delizia di essere esperti “tecnici”…
Come si diceva per Valerij Gergiev è facile che un direttore tanto interprete spesso non riesca per nulla ad avere un gesto definito per gli orchestrali… o che “interpreti” cose che in realtà non ci sono (vedi i Limiti dell’interpretazione di Eco…)
Yashima ha guidato l’Orchestra della Toscana in una forza di suono e in una meraviglia di precisione che neanche il vecchio Donato Renzetti era riuscito a imporre in Dvořák (la sinfonia Dal nuovo mondo sembra essere una sorta di “cavallo di battaglia” dell’ORT: questa è la terza presentazione in pochi anni, dopo Axelrod in streaming durante il COVID, e appunto Renzetti due anni fa), e che ha davvero sfiammato nella forcellona in crescendo finale della sinfonia, costruita al millimetro dal suo gesto certosino…
questa scaltrezza esatta esalta di certo moltissimo la bellezza della partitura in sé, ed è bello vedere una direttrice che è sicura, che sa quello che fa, e che scherza e sorride agli orchestrali come se fosse lei stessa una di loro…
è ugualmente certa, però, la sua scintillante “orologeria”, così sopraffina da risultare perfino automatica, e così attenta a leggere alla lettera da sforzarsi forse poco di trovare un’intenzione nei segni musicali che dirige…
per capirsi: il finale di Dvořák è esploso bello, con tutti i rallentandini di sospiro che a me piacciono tanto, ma le “strette” dell’inizio del quarto movimento erano rapide e un po’ generiche, e il tema “famosone” era frettoloso e molto staccato, così come lo sviluppo dell’ultimo movimento, in cui sia i pezzi elegiaci sia gli insieme concertati erano risolti come normale amministrazione…
come se quei sorrisi e quella compagnoneria così carina con gli orchestrali risultasse in un «divertiamoci» e «siamo precisi» applicato a un tipo di musica che si sentirebbe invece richiedere groppi in gola, visionarità narrativa e psicologizzazione dei temi…
…cose che non ci sono state…
c’è stato un bellissimo e sgargiante divertimento, maestoso e pieno di Τέχνη, di luccicante virtuosismo contentone e mai compiaciuto…
e c’è da scegliere se piace o no…
in quanto allieva di Muti, con Yashima ci sarebbe da rievocare i ricordi dello stesso Muti nei suoi libri, quando paragona i suoi due maestri principali, Antonino Votto e Vittorio Gui: con Gui che rintracciava sempre motivi di contatto tra la musica e le altre arti, con la musica parte della cultura e quindi ben aperto all’ermeneutica multidisciplinare ed extramusicale… e con Votto che era un lettore, che badava solo al testo delle note, pragmatico, serio, con poche storie, poche fumisterie e discacciante qualsiasi suggestione extramusicale…
stasera, Yashima è stata Votto…
e non è per niente un male!
anche se la sinfonia di Dvořák forse avrebbe avuto bisogno di un Gui!
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l’approccio “vottoso”, virtuoso e divertentoso, ha giovato in special modo in Weber, davvero smagliante, e in Strauss, con Owen, ha garantito la perfezione degli incastri ingranaggiosi concertanti tra il solista e l’orchestra…
Owen, inutile dirlo, è stato non solo impeccabile ma anche lui partecipante al divertimento generale con una infinita serie di strizzate d’occhio al pubblico e con un encore improvvisato quasi “recitato”, con il corno usato in tutte le sue più estreme e scomode sonorità (gli armonici acutissimi, i giochi di coulisse che determinano quasi dei cambi di timbro e altre cose che potremmo perfino definire jazzistiche), con risultati più che altro ironici e umoristici…
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