Il grande vuoto [spettacolo di Fabiana Iacozzilli al Materia Prima Festival]

Dopo tre spettacoli chiamiamoli giovanilistici e improntati su un palcoscenico minimale, il Materia Prima Festival stavolta sembra cambiare schema con questa storia sull’Alzheimer, dichiaratamente ispirata a Una donna di Annie Ernaux (libro che io non ho letto), che appare quasi tradizionale: ci sono delle scenografie effettive, e gli attori (più di uno: singoli performer avevano Batracomiomachia e Sid, anche se Sid interagiva con due musicisti) recitano quella che sembra una “trama” da recitare (e non da declamare come nella Batracomiomachia né da indovinare come nel Frankenstein)…

Dopo tanti anni devo comprendere che certe trame di malattia aiutano chi da cose simili c’è passato (i commenti del pubblico alla fine erano tutti pieni di «come mia nonna»,  «come mio padre», «come mio zio», «come mio cugino» pronunciati tra le lacrime del ricordo)…
e gli esempi da fare sono tanti…

  • il grande pubblico conoscerà senz’altro il telefilm Grey’s Anatomy (di Shonda Rhimes, 2005), che sull’Alzheimer basa gran parte dei suoi inghippi trameschi…
  • probabilmente nessuno conoscerà lo splendido cortometraggio finlandese di Fabian Giessler, Tyttönen, del 2007, che va assai a fondo nel problema in soli 5 minuti…
  • abbastanza recente il film di Paolo Virzì, Ella & John (2018), da me non proprio adorato…
  • molto serio il risultato di The Father di Florian Zeller (2020)

Iacozzilli sembra stare a metà tra la didascalia di Ella & John e la non linearità di The Father

Giusi Merli (oggi famosa perché ha appena fatto la Reverenda Madre Ramallo in Dune Due) ed Ermanno De Biagi, all’inizio, sembrano veramente Helen Mirren e Donald Sutherland del film di Virzì, e la loro conversazione sembra liscia e piana, pure troppo, davvero “virziana”: i due sono anche in una automobile descritta esattamente come il Leisure Seeker del film di Virzì…

poi dalla radio dell’auto (che aveva diffuso La banda di Mina [ossia Chico Buarque]) arriva una melodiosissima canzone italiana anni ’60 e nuovi attori (Francesca Farcomeni e Piero Lanzellotti) cambiano la scena: si forma un salotto anni ’80-’90, con super-mobile “porta-tutto” (dalla TV ai piatti) sullo sfondo e un tavolone al centro del palco…

E lì la linearità piano piano si sfalda…

prima di tutto perché la scenografia è evidentemente posticcia: non è un salotto ma fa finta di esserlo…
La banda di Mina continua a fare capolino come un Leitmotiv quasi inceppato…
gli attori interagiscono tra loro con conversazioni alla Hemingway, quotidianissime e banalissime, che rendicontano una trivialità difficile da seguire: ci si sente come ascoltatori di conversazioni private che sottintendono un prima e un dopo che non consociamo (Merli fa un sacco di frecciatine alla figlia presupponendo tutta una storia tra loro che non ci viene detta)…

alla fine Giusi Merli fa vedere che ha l’Alzheimer ripetendo all’infinito un aneddoto sul suo passato di attrice a San Pietroburgo, mentre Farcomeni (la figlia) e Lanzellotti (il figlio), insieme alla badante (Mona Abokhatwa), reagiscono alla reiterazione sempre più assurda dell’aneddoto in maniere sempre più disperate…

che il personaggio di Merli sia attrice complica le cose, perché nella malattia lei ibrida se stessa con i personaggi da lei affrontati, soprattutto con King Lear, di cui rimembra, nella reiterazione dell’aneddoto russo, monologhi famosi…

figlio, figlia e badante cercano di assecondare la malattia per non turbare Merli approntando per lei alcuni inganni teatrali: se Merli monologa sulla tempesta shakespeariana, fatta di pioggia, loro cercano di gettarle addosso goccioline d’acqua per farla contenta e così via…

La reiterazione sconfortante e terribiliosa dell’aneddoto sanpietroburghese, con figlio e figlia sempre più sconvolti, basterebbe da sola a rendere la tragedia della situazione, ma Iacozzilli aggiunge altri tre pezzi, due più interessanti e uno più didascalico…

quello didascalico è uno spiegone affidato alla voce fuori campo della figlia che spiega quanto era già chiarissimo (cioè la morte di De Biagi e che Merli ha l’Alzheimer)…

i due interessanti sono in primis un video di Merli che vaga in un set raffigurante la sua casa, ripresa dalle telecamere a sensore di movimento spesso usate per la salvaguardia dei malati Alzheimer (l’effetto è quasi horror, dalle parti di The Visit di Shyamalan!)…
e poi, l’idea geniale, è l’affidare agli espedienti teatrali, gestiti dai figli per assecondare la follia di Merli, una morale di funzione metateatrale della malattia e della vita… una cosa che un po’ si è detta in Anatomie d’une chute

mi spiego:
come alla fine di Anatomie d’une chute, il ragazzino capisce che elaborerà il lutto e capirà la morte del padre solo se se la racconta, magari anche autoingannandosi, come una storia da inventare e inventarsi per continuare a vivere… così i figli di Merli capiscono che l’unico modo per connettersi a una madre assente è inventarsi di vivere il suo stesso teatro, partecipando alla sua tragedia shakespeariana interiore essi stessi come attori e/o perfino tecnici, perché la vita è teatro, specie quella della loro madre attrice…

questa componente spiega la natura posticcia del salotto scenografico, che finisce per partecipare perfettamente alla funzione teatrale sfaldandosi e lasciando il posto a madre e figli che recitano e vivono il King Lear della vita “che fu” della madre malata tra gocce di pioggia recate apposta da pistole ad acqua, fiocchi di neve fatti di coriandoli, vento offerto dai ventilatori, riflettori diegetici per terra e musica originale (di Tommy Grieco, di commovente texture ambient, sulla scorta di An Ending/Ascent di Brian Eno) atta a glorificare Merli, protagonista di tutto nelle vesti di un vero e insieme finto King Lear odierno, a sublimare in performance (e quindi in vita, anche se solo immaginata) la sua malattia…

un’ultima scena che non può non commuovere…

anche se lo spiegone ha allungato il brodo forse un po’ troppo e la comprensione dello strazio malato è forse meglio veicolata da una cosa alla The Father o alla Tyttönen (che hanno forse il vantaggio di presentare il punto di vista del malato invece che dei figli, cosa che probabilmente evita una certa aria “lacrimevole” un po’ per forza)…
e l’assurdità della parte centrale poteva addirittura suggerire che la morta era Merli invece di De Biagi, e quindi quasi mi aspettavo da un momento all’altro l’ingresso di De Biagi come colpo di scena!

gli attori sono stati tutti ottimi (primo spettacolo di questo festival che non ha previsto l’uso dei microfoni) e il Teatro Cantiere Florida era di nuovo sold out, e stavolta non solo di ragazzi, ma anche di critici teatrali fiorentini e di rock star (in prima fila c’era perfino Piero Pelù!)

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