Adesso che le corbellerie autenticiste sono state messe a tacere dagli esperti (vedi Musiche per l’estate) si può sentire il primo concreto per pianoforte di Čajkovskij nella versione con l’inizio pestato senza che qualche bigotto ti guardi male…
Da una sua visione solo in tv che credevo sarebbe stata la mia unica esperienza con la sua musica, alla fine mi sono trovato invece a vedere Battistoni per ben 3 volte a Firenze (oggi, nell’Oiseau de Feu due anni fa, e nei Carmina al Maggio lo scorso luglio), e dopo la delusione del concerto di Čajkovskij straziato da Chat’ja Buniatišvili nel 2018 (che seguiva ben due eccellenti visioni con l’ORT: con Paolo Bortolameolli e già Masleev a Figline nel 2019, e con Andrej Borejko chissà quando) torno a gustarmi quel concerto con la carica che richiede…
Battistoni risolve la concertazione iniziale (lo strombattuto incipitario dell’orchestra rischia sempre di soffocare il suono del solista) nella maniera consueta (cioè esplodendo davvero solo nella ripresa), ma regalando una ripresa davvero somma, degna quasi di un disco…
Nel resto del primo movimento ho visto un ottimo lavoro di precisione sui puntillistici interventi dell’orchestra: i legni sono stati bravissimi e Masleev sapeva sia come farsi accompagnare sia come seguire il ritmo…
Battistoni ha amministrato tutto con gesto ben piazzato, sì con piccoli sfasamenti, fisiologici dal vivo, ma anche con efficaci intenzioni “rallentose” e portentose che ha sfoggiato nel finale primo, che ha condotto al fortissimo senza più le remore di concertazione dell’inizio…
Nel secondo movimento è stata da applausi ovvi la flautista dell’attacco e nella stretta del terzo tempo Battistoni ha optato per la soluzione facilior di rallentare il passo della perorazione orchestrale prima della coda: il rallentato è tanto passionale ed emotivo, ma si sente che il pezzo richiederebbe una accelerata che faccia meglio irrompere l’allegro vivo della coda (visto che la perorazione è molto meno mosso rispetto al più mosso del gesto pianistico cadenzale che arriva perfino da un tranquillo), e infatti è l’accelerata che si esegue, virtuosisticamente, più spesso (tenendo ben presente che per quel momento della perorazione Čajkovskij non prescrive un bel niente rispetto al meno mosso della perorazione tout court, né un accelerando né un rallentando: è come se Čajkovskij, rimanendo muto ma segnando la sua musica, ricca anche di una forcella sui timpani, che indica un laconico crescendo di intensità, scrivesse a caratteri cubitali «a te, esecutore, la patata bollente di risolvere il passaggio di tempo!»)
Battistoni ha scelto il rallentando, che ha comunque garantito un bellissimo finale maestoso proprio come si dovrebbe, con un gesto ampio e forzuto, simile a quello di Antonio Pappano…
Masleev ha fatto per bis il Re della Montagna del Peer Gynt di Grieg in versione solo piano di Anton Ginzburg, encore che ha fatto spesso anche Denis Macuev (oggi fuori dall’Europa, come Gergiev) e, ma credo di ricordare male, Yuja Wang: comincia a diventare una consuetudine di encore…
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Nella seconda parte, Battistoni ha esplorato la Russia (in modi simili a quanto fece Mario Brunello nel 2019) con Nelle steppe dell’Asia centrale di Borodín e con la Sinfonietta su temi russi di Nikolaj Rimskij-Korsakov…
Borodín è stato un pezzo un po’ interlocutorio, con gli ottoni dell’ORT un pochino stanchi, ma Rimskij-Korsakov è stato un colpo di genio, poiché una delle ultime presenze di Battistoni ha visto eseguito Oiseau de Feu di Stravinskij, c’ero anch’io (è linkato su), e la Sinfonietta è una delle fonti della musica di Stravinskij, che in Oiseau de Feu fa diversi ipertesti da ipotesti del suo adorato maestro Rimskij-Korsakov (lo dimostra bene l’ottimo documentario divulgativo della serie Keeping Score di Michael Tilson Thomas): il secondo movimento della sinfonia di Rimskij è pressoché identico alle Chorovod delle principesse dell’Oiseau: l’effetto di postmodernismo stravinskiano era supersonico, e Battistoni è stato eccellente nell’architettare i rimandi strizzando l’occhio alla consapevolezza di chi nelle orecchie ha Stravinskij senza tradire la più sinfonica impostazione timbrica di Rimskij che ha spremuto da un’ORT tornata, dopo il secondo pezzo, in formissima!
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