Frankenstein (a Love Story) [spettacolo di Motus]

Il Materia Prima Festival del Teatro Cantiere Florida si apre con uno spettacolone bello grosso, forse un po’ “tanto” per il pubblico di Soffiano (se Soffiano si può considerare il rione del teatro: forse è più Legnaia? boh, ma chissene [ed è senz’altro Soffiano, dato che Via di Soffiano quasi costeggia il teatro])…

Un pubblico comunque che ha gratificato del sold out la sala che io ho tanto amato l’anno scorso

Il tale seduto dietro a me pensava che lo show fosse in inglese e ha detto al vicino che era una traduzione inglese del romanzo Frankenstein, secondo lui scritto originariamente in transilvano, cioè in rumeno: curiosissima contaminazione con Dracula attraverso l’immaginario cinematografico Universal (chissà che trauma sarebbe stato dirgli che anche Dracula sarebbe scritto in inglese)…

Un immaginario Universal che sfrutta anche lo show: la maschera di Boris Karloff, e la sua gestica particolare e da immaginario collettivo, sono usate come icona del mostro, anche se il mostro stesso è uno dei tre attori presenti sul palco (Silvia Calderoni, Alexia Sarantopoulou, Enrico Casagrande), tre attori che sarebbero, alla larga, Mary Shelley (Sarantopoulou), Victor (Calderoni) e il mostro (Casagrande), coinvolti in una ricapitolazione delle tematiche grosse del romanzo (dal prometeismo al “diversismo”) che li vede anche macchinisti di una scena completamente aperta e a vista, senza alcuna quinta: per capirsi, gli attori, quando non «in primo piano», li si vedeva manovrare le corde atte a muovere gli screens della scarna scenografia, al cui fondo campeggiava un telo su cui venivano proiettate le massime aforistiche (stralci del romanzo, dei suoi paratesti [tipo la famosa introduzione firmata da Mary ma scritta da Percy e anche la seconda introduzione certamente di Mary], e, m’è sembrato, anche di molto altro [altri hanno identificato Jack Halbertsman, dichiarato nel programma di sala]) che, come un titolo, scandivano i 20 episodi dello spettacolo, della totale durata di 80 minuti…

Le tre entità (Mary, Victor e il mostro, cioè, propriamente, la creatura) parlano tutte al femminile, ed espongono i loro corpi femminili, anche quando sono corpi maschili…
piangono della mise en abyme complicatissima tra creazione e vita, con la consapevolezza di essere tutti e tre proiezioni di un’unica umanità e forse di un’unica personalità (si rievoca certamente la famosa notte in cui nacquero Frankenstein e The Vampyre di Polidori, vedi qui; naturalmente, e dichiaratamente nel programma di sala, ci si ispira ai tre blocchi narrativi del romanzo, uno dentro l’altro, con Mary al posto di Walton; ma anche, a mio sentiment, si fa riferimento a certi gorghi di pensiero di Michael Ende), una personalità che riflette sul suo essere crudele e creatrice, scientifica ed emotiva, artificiale ma profondamente umana (con gustose domande sui sogni che certi organismi assemblati possono fare, forse eco della famosa Electric Sheep di Philip Dick, cioè di Blade Runner, vedi anche 42), oppure infinitamente distruttrice (come la bomba n. 20 di Dark Star di Carpenter & O’Bannon, o come il putrefatto cyberpunk di Tetsuo di Shinya Tsukamoto), tanto da sembrare concludere, quasi, che il mondo sarebbe stato meglio senza una creatura simile, e quindi senza umanità e senza neanche storia (quella ideata da Mary Shelley, oppure Storia tout court: il famoso mondo senza umanità, come quello evocato da Kundera, Bartók, Janáček e Alan Moore, che spesso incontriamo in questo blog)…

Poi però la creatura si ripresenta con un girasole in mano, chiedendo amore, e proclamando il suo diritto a «riprodursi con i suoi simili liberamente»…

una creatura, che siamo noi e insieme non lo siamo, che fa parte di un’armonia del tutto, che, o va trovata, o che forse si crea da sola, nonostante la crudeltà insita nel divenire, crudeltà ineliminabile ma forse anche amministrabile (come è la crudeltà del Principio di Indeterminazione con cui comunque conviviamo tutti i secondi) in una vita che quando c’è, allora, ormai, c’è, e come è, allora che sia…

messaggio chiaro?

forse no…

lo spettacolo si compiace di tanti tempi morti: gli attori recitano molto bene e ne sono consapevolissimi, e quindi stanno a fare gesti e camminate (dimostrando la loro perizia corporea che un tempo si chiamava biomeccanica, vedi un po’ anche Regia regia) per 2 minuti invece che per 30 secondi, ed è in quelle camminate, più che nello spettacolo effettivo, che si accumula l’ora e venti di durata…

ma messaggio suggestivo e arricchente?

proprio parecchio!

il soundscape (di Enrico Casagrande) è un tripudio di goduriosi rumori musicali;
la costruzione da metateatro (la regia è di Casagrande e Daniela Nicolò) è da siderale godimento;
i gesti e gli oggetti-scena hanno tutti un significato metaforico che sarebbe da esplorare a mille in reiterate ed entusiaste rivisioni;
e le riflessioni coinvolte (dai corpi femminili e maschili consustanziali, alla richiesta di amore anche nelle più pietose creature, forse “malvagie” ma certamente “vive”) sono assolutamente commoventi…

Alla fine dello show, Motus ha letto un comunicato contro l’invasione dell’incultura destorsa nel settore dello spettacolo dello stato italiano…
inutile dire che vedere professionisti denunciare la vergogna di una situazione aberrante è stato da lacrime di contentezza per poter sentire, dopo tanto tempo, chi la pensa come me, nonostante i trionfalismi dei TG («…but there are more of us, Poe…»)!

quando si parla di Frankenstein, mi viene da dire che quando si legge un classico (lo si dice anche per la Sirenetta e Alice nel paese delle meraviglie) è bene sempre sincerarsi di leggere il classico effettivo (se non si vuole finire a credere, come il mio povero vicino, che Frankenstein agisca in Romania), visto che di Frankenstein, in teoria, ne esistono almeno due (se non tre)…

e faccio sempre pubblicità all’edizione Lindau di Sara Noto Goodwell del 2018 che, in italiano (ben sapendo che le pubblicazioni in inglese serie, tra Penguin e Oxford Classics, fioccano come le trote in un laghetto dolomitico per turisti), testimonia quei due Frankenstein alla perfezione…

Un pensiero riguardo “Frankenstein (a Love Story) [spettacolo di Motus]

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  1. Quoto per la bellissima edizione Lindau, la quale mette a confronto le due versioni a opera di Mary Shelley: quella classica del ’18 e quella matura del ’31. Un classico dalle molteplici chiavi di lettura sempre troppo sottovalutato 🙂

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