Perfect Days

Wenders dimostra di avere il suo solito occhio di artista visivo e fa un piccolo capolavoro di contemplazione esistenziale, che riesce a essere molto divertente (la facce degli attori che reagiscono alla maniacalità del protagonista sono impagabili, e anche le reazioni dello stesso protagonista alle emozioni dei giovani), immensamente suggestivo a livello visivo (le immagini sono davvero shots da esposizione per la loro capacità di organizzare luci e ombre), e, insieme, come tutti i suoi film, completamente inconcludente e marmoreo nel suo volontario rifiuto di qualsiasi scorrevolezza…

Più di 2h di un film che usa la durata per farci annoiare strumentalmente con i personaggi…

una durata necessaria per farci immergere nell’atmosfera, mentre l’occhio assapora quel che vede e si rilassa nelle prodigiose poesie visive fatte di luce tra gli alberi, di piccoli interventi “immobili” di scorrere del tempo, e di contrari frame nervosi e mobilissimi di macchina a mano che, come una camera di sorveglianza agita quasi da un pedinatore, si trova anche urtata dal protagonista proprio mentre ci fornisce un punto di vista spioso, di quelli onnicomprensivi, che ti informano su tutto quanto in uno shot monopuntuale organizzato come l’unico possibile, e quindi ansioso di farti vedere tutto come se gli stacchi e il cambio di vista non fossero possibili…

…il tutto al servizio di un logos che indica il cambiamento dei modi e dei tempi, di un anziano analogico e lavoratore inesauribile che si trova in mezzo a giovani sfaticati e del tutto digitali, completamente estranei agli oggetti (che riconoscono soltanto come roba da vendere e mai come qualcosa di sentimentale) e più a loro agio con l’intangibile dei social e dei telefonini…

in un logos così, cadere nel misoneismo e nell’insopportabile paternalismo è un lampo, ed è una trappola che Wenders forse non evita a pieno, ma cerca di mitigare buttandola in politica: il protagonista, col suo lavoro umile, è disprezzato dalla classista società giapponese e dalla sua stessa famiglia, ma trova quasi conforto proprio in quei giovani, che lui vede come scansafatiche e obnubilati dai cellulari, ma che sono quasi gli unici capaci di andare al di là delle convenzioni tradizionali snobistiche…

Wenders allunga ulteriormente tutto quanto anche con una tentata love story

Il film non è spiacevole e si riesce a perdersi nelle sue immagini e nella sua atmosfera perché Wenders e la sua troupe sanno come fare (fantastiche le osservazioni delle numerose mattine del protagonista, che, quasi random, scandiscono le diverse stagioni), puntando tutto su un andamento frammentario, che si nega al fluire, e che vuole rendere in immagini l’esistenza ciclica del metodico protagonista…

tra i tanti frammenti ci sono quelli più carini e quelli che invece rimangono lì…

ci sono le furbizie di strizzare l’occhio ai gusti musicali della musica leggera classica anglofona e spunti di possibile trama volutamente negati, con personaggi che si intravedono e si perdono subito…

Non è un brutto vedere né un brutto modo di stare al cinema, benché faccia rimembrare esempi simili, come Lost in translation di Sofia Coppola (2003) o Paterson di Jim Jarmusch (2016), per non parlare dei miliardi di film asiatici simili (da Ozu a Hou a Zhangke), che risultano molto più compiuti…

…poiché Wenders, nella sua voluta fuga da qualsiasi trama, scappa anche da tutti gli snodi davvero interessanti, negando anche quelle che sarebbero potute essere curiose crisi del protagonista, la cui reazione sarebbe risultata gustosa da osservare…

invece nel susseguirsi ciclico dei frammenti, le crisi non ci sono, e il primo piano finale (vedi Io capitano di Garrone) si produce nella risultanza facciale di tutte le emozioni umane semplicemente dicendo «la vita è così: un po’ siamo felici e un po’ tristi»…

e ok, dire questo è senza dubbio nutriente, e forse lo si dice anche in modo egregio…

…ma magari può risultare tutto un po’ «già detto meglio» da altri…

…visto anche che il comportamento del protagonista avrebbe potuto anche essere oggetto di indagine (col suo distacco quasi volontario dal mondo, alla Batman o alla Barone rampante, invece di essere presentato come un distacco subíto per solitudine) invece che di semplice constatazione (per capirsi: si sarebbero potuti avere momenti in cui qualcuno gli diceva: “che ti lamenti di essere solo, se essere solo è quello che vuoi…” e altre cose così, che Wenders, non si sa perché, evita, ed è un peccato)

In colonna sonora è particolarmente splendida la versione pianistica di Patrick Watson (2017) della canzone di Lou Reed allusa nel titolo (1972)…

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