Non è un film spiacevole: lo guardi bene e ha una sua complessiva gradevolezza che lo rende un passatempo carino e da bella figura…
ma, sotto sotto, ha, a mio avviso, enormi problemi…
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è afflitto da un mare di indecisioni…
la prima delle quali è sul voler fare un film su Bernstein o su Felicia Montealegre…
il top billing lo ha Carey Mulligan che, a ben vedere, non sembra la scelta di cast più sfolgorante: appare vecchia anche nelle prime scene, ha gli sguardi irritati per gli adultèri molto manierati e i sorrisini un po’ affettati… oltretutto spesso nei litigi a macchina fissa manco la si vede per bene…
e il suo punto di vista sembra mettere i bastoni tra le ruote a tutta l’operazione, che risulta appunto indecisa tra l’essere il film su un direttore d’orchestra o quello di sua moglie stanca degli adultèri…
con in più un altro problema… che quegli adultéri erano con uomini, in quella che era una abbastanza conclamata coppia aperta…
Cooper sembra rendersi conto di avere in mano un patata bollente…
cioè far vedere, nel 2023, quanto un paio di corna pesassero negli anni ’60 e ’70 anche di più se quelle corna erano omoerotiche…
e nel contempo far vedere che negli anni ’60 e ’70 era già norma, per un artista mondiale, essere gay nel privato, e anche abbastanza accettàto nel pubblico, ma non così mainstream come adesso… per cui chi redarguiva i gay non passava così tanto per liberticida…
Cooper ha anche la rogna di non mostrare Felice Montealegre come una moglie di facciata, perché effettivamente non lo fu (per gran parte della sua vita convisse assai bene con i festini spinti del marito), e la deve far passare come una stanca delle corna in sé per sé ma senza accelerare troppo sull’aggravante che quelle corna erano con uomini, altrimenti la farebbe passare per bacchettona, cosa che allora era in essere, parte della vita, ma che oggi è scomoda, soprattutto per quella che vorresti essere la protagonista del film…
è un garbuglio che Copper si fa e costruisce da solo…
perché a fare un film su Bernstein contestualizzato storicamente, con i dolori di Montealegre anche ben visibili, come quelli di Michelle Williams in Brokeback Mountain, non ci voleva nulla, anzi…
si poteva sfruttare l’effettivo senso di colpa che Bernstein ebbe per aver sempre tradito la moglie con uomini, e che gli impedì, appunto negli anni ’70 e poi ’80, di aderire veramente e attivamente alle lotte di emancipazione omosessuale (addirittura l’unico personaggio gay di una sua opera, cioè in A quiet place, ’83, non è per niente un buono): sarebbe andata alla grande!
invece, evidentemente non sapendo che fare, Cooper si rifugia nello scovare una cosetta tra le pieghe della biografia di Bernstein tale da rendere i disagi di Montealegre sì connessi alle corna omoerotiche, ma in modo tangenziale…
l’idea è che Cooper (e Josh Singer), almeno nei dialoghi, enfatizza il fatto che Bernstein oscurasse le persone con cui lavorava con la sua esuberanza e personalità…
non era un cattivo spunto, e poteva tranquillamente sostituire la faccenda delle corna…
e le cose da mostrare per ribadire il concetto non sarebbero state poche…
Felicia Montealegre ha recitato le parti narrate in almeno 4 dischi di Bernstein incisi per CBS con la New York Philharmonic:
- il 20 marzo ’61, al Manhattan Center, recita la Young person’s guide to the orchestra di Britten per il mercato di lingua spagnola (la traccia in inglese la incise Bernstein stesso)
- il 9 aprile ’62, ancora al Manhattan Center, fa la stessa cosa per Le carnaval des animaux di Saint-Saëns (idem, la voce in inglese è Bernstein)
- il 17 aprile ’64, al Manhattan Center, Bernstein registra la sua terza sinfonia Kaddish con la voce narrante, in inglese, di Montealegre
- il 22 ottobre ’66, nella Philharmonic Hall del Lincoln Center (che negli anni si è chiamata Avery Fisher Hall e David Geffen Hall), Bernstein incide il Martyre de Saint Sébastien di Debussy e la voce narrante, in inglese, è Montealegre
Cooper avrebbe potuto far vedere tutto questo, con una Montealegre relegata a cantera di fondo nel lavoro del marito, in più occasioni…
ma no…
si intravede un momento di Kaddish e forse si capisce che Bernstein tarpa le ali all’apporto che Montealegre dà al testo, ma è roba di pochi secondi… basta?
Anche che Bernstein prevaricasse gli allievi e le orchestre era una cosa che si poteva sfruttare:
sono, per esempio, molto famose le prove (pubbliche, filmate da Humphrey Burton per Unitel) in cui Bernstein quasi bullizza la BBC Symphony mentre registra Elgar per Deutsche Grammophon nella Henry Wood Hall di Londra il 15 aprile 1982 (si giustificò che era in polemica con la Thatcher e le Faulkland)… ma è una cosa successiva alla morte di Montealegre nel ’78 e quindi Cooper l’ha scartata per mantenere quell’allure di film quasi più su Montealegre che su Bernstein…
allora Cooper mostra la semi-prevaricazione di un allievo a Tanglewood, in una scena, però, di pochissimi minuti… basta?
magari no, perché Copper forse si accorge che su questo argomento non si possono sparare tante cartucce perché sono vaste le testimonianze di un Bernstein che non prevaricava un cacchio, cosa evidente negli Young People’s Concerts in cui appaiono Claudio Abbado, Shirley Verrett o Seiji Ozawa (’62 e ’63), oppure nelle riprese a Tanglewood dove mette su un piedistallo Marin Alsop, o quando spiega Stravinskij all’orchestra giovanile dello Schleswig-Holstein nel documentario di Horant Hohlfeld del 1987…
è quindi un terreno scivoloso, e Cooper allora, pur suggerendo la faccenda della prevaricazione nei dialoghi, nelle immagini si mantiene sul dramma delle corna…
anche se quel dramma delle corna è mutilo, perché non va al nocciolo, quello omoerotico, compromettendo anche diversa diegesi…
quando la primogenita (una ottima Maya Hawke) viene a sapere che il padre va con gli uomini, probabilmente allievi, a Tanglewood, Montealegre intima a Bernstein di «non dirle la verità»… perché? perché i tempi non erano maturi per sopportare una coppia aperta pansessuale?
ed è un modo di dare la colpa a Bernstein e di non far passare per bacchettona Montealegre…?
…claudica…
perché venendo meno l’effettiva scusa di un Bernstein che prevaricava, relegata a pochi minuti di girato, e messa sotto al tappeto la noia di avere sposato un gay, cosa affligga Montealegre è allora assai poco chiaro…
in alcuni dialoghi sembra dispiacersi che suo marito faccia successo, che il suo successo «prosciughi» gli altri: ma lei è l’unica che se ne lamenta, e poi, tutti ‘sti successi, il film mica li fa vedere…
della sconcertante massa di concerti, documentari, dischi, opere, musical e lezioni, nel film, dopo una non brutta descrizione degli esordi (con proposto On the town), si intravede la prima di Mass al Kennedy Center nel ’71, l’incisione di Kaddish nel ’64, un paio di riprese TV e la Seconda di Mahler a Ely nel ’73 [Cooper ha sbandieranto una cura di ricostruzione che si vede, ok, ma non colpisce davvero, perché risulta lunga, tutto sommato gratuita e per giunta non così certosina: quel concerto fu filmato per Unitel da Humphrey Burton ed è visibilissimo dappertutto, da YouTube in giù, e Bernstein non vi appare sudato come Cooper: inoltre, essendo il concerto filmato, allora Cooper avrebbe dovuto far vedere sia le telecamere Unitel sia i microfoni, ben evidenti nel video di Burton – quando Tim Burton ricostruì le scene dei film di Ed Wood manifestò molta più precisione documentale]
un po’ pochino per far dire a Montealegre che il marito la prosciugava… anche perché di quello che ha fatto Montealegre non si dice ugualmente niente…
sarà stato senz’altro vero che Montealegre ha tramortito la sua carriera per Bernstein, ma allora si poteva anche mostrarlo…
ma Cooper e Mulligan sono impegnati SOLO nello sconcertarsi delle corna con uomini, senza che però si possano sconcertare delle corna con uomini!
la cosa è paradossale!
anche perché, visivamente, siamo sul competente, ma non sullo sgargiante…
L’inizio è bello…
Dopo il micro-incipit c’è un bel bianco e nero e un bel gusto per la composizione dell’immagine: l’esordio di Bernstein a New York è rappresentato con un piano sequenza molto carino, che dal loft bohémienne dove stava Bernstein (ai tempi anche con Auden e Britten) passa direttamente alla Carnegie Hall… molto soddisfacente!
Un Libatique al suo meglio, e idee di un Cooper regista ottime!
L’innamoramento con Montealegre sul palcoscenico buio, con un solo punto di luce, è eccellente…
Il balletto con un Bernstein che rifiuta il consiglio sconsiderato di Kusevickij di cambiare nome e di smettere di comporre per Broadway è carino…
Dal gran successo di Bernstein in poi, che lascia un po’ sgomenta Montealegre, si perde quota…
E questa è solo la prima mezz’ora…
Poi si passa al colore…
Libatique, lo scenografo (Kevin Thompson) e il costumista (Mark Bridges) continuano a lavorare bene per quel che riguarda la ricostruzione d’epoca e la presentazione del lusso (forse un po’ scimmiottano Jackie)…
Cooper regista invece si raffredda e lascia a briglia sciolta i suoi duetti attorici con Mulligan lasciando la macchina fissa su loro due inquadrati insieme… la macchina fissa reca un frame comunque ben composto e costruito, anche per quel che riguarda il profilmico (scene, costumi, trucco e parrucco), ma la macchina fissa è pesante…
è come se Cooper regista desse forfait…
l’ultima idea è far vedere i protagonisti che si allontanano emotivamente tra loro con uno shot che appunto li riprende da lontano: metafora immediata ma un po’ scontatina…
poi basta…
e il film si sgonfia…
I dialoghi sono tutti affidati a quella Mulligan non così convincente…
il Cooper attore ha addosso molti milioni di trucco e ha anche un gioco più facile con un personaggio più estroso… non è inefficace ma in quanto a introspezione rimane un po’ nel massimo risultato col minimo sforzo…
E dopo la prima mezz’ora il film arranca…
e cominciano i problemi di far vedere il fastidio di Montalegre per le corna con un uomo (Tom Cothran) senza però far vedere che erano per un uomo…
qualcosa sul fatto che Bernstein fosse un dipendente dalle orge omosessuali, dai festini e che non riuscisse quasi mai a stare da solo, per numerosi precedenti edipici, sì, si dice, ma in frammenti non costitutivi…
poi Montealegre si ammala e stop…
il film è tutto qui…
Dati i pochi impegni rappresentati (Harry J. Kraut, un executive di Bernstein, si vede e lo si vede entrante e insistente, ma solo in un paio di scene) chi non sa niente di Bernstein non si rende conto di quanto Bernstein fosse mondiale, e non lo ritiene una persona interessante, visto che si tace in toto sulla sua vita politica (la politica è stata la seconda scintilla ispirativa di Bernstein seconda solo all’ebraismo: promosse per primo artisti neri nell’America razzista, compose cantate ufficiali per i presidenti democratici, si impegnò per un programma educativo per denazistificare la musica classica tedesca [programma purtroppo assorbito dall’elitario radicalismo di René Leibowitz a Darmstadt], popolarizzò in USA la musica “sovietica” di Šostakovič, eseguì i compositori americani più “proletari”, al crollo del muro di Berlino fece un concerto al Konzerthaus riunendo ai membri dell’orchestra del Bayerischer Rundfunk professori di tutta europa con l’inno alla gioia di Beethoven riscritto come inno alla libertà, con la parola Freiheit al posto di Freude, ecc ecc) e perfino sulla sua vita artistica (si occhieggia solo la composizione di Mass, ma soltanto con Cooper al pianoforte, senza neanche il tentativo di imitare Forman o Kieślowski nel dare forma visiva alla scrittura musicale), tanto che Bernstein sembra che non componga mai (e la sua affinità con Mahler, anche appunto per via di un matrimonio infelice ma insieme felice, la si vede? col cacchio)!
Rimane un film di dialoghi a macchina fissa su scenografie curate e fotograficamente lussuose, dialoghi che non ammettono di essere incentrati su corna gay e quindi svicolano su una imposizione di personalità che però non vediamo…
poi Montealegre si ammala, col solito repertorio visivo oncologico…
e stop…
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è una cosa che può piacere?
certo
può essere velatamente interessante per successivi approfondimenti?
sicuro
sono 2h 10′ ben spese?
senza dubbio
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ma effettivo arrosto non c’è
e scemo io che lo guardo, perché, essendo di MERDflix, era ovvio che fosse all’acqua di rose…
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nonostante i problemi, almeno Tár va più a fondo sulla musica!
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