E da settembre finalmente riesco a finire Tess…
Subito accantonata la versione di Aurelio Zanco del 1950 (nei Narratori stranieri Einaudi, poi nei Millenni dal ’70, infine riversata nei numerosi Tascabili dal ’95) per via della sua troppa voglia di andare “parola per parola” dietro a Hardy, risultando in una prosa incolore e troppo “concreta”, del tutto castrante i sommi simbolismi, ho letto la più frastagliata prosa di Giuliana Aldi Pompili, in BUR con copyright 1980 ma con forte sospetto di una più probabile conduzione originaria negli ultimi anni ’50 (dico così perché Aldi Pompili è una di quelle povere autrici di cui non si sa nulla: Rizzoli la accredita anche Giuliana Alda Pompili ma sembra che Aldi raggiunga la maggioranza delle attestazioni della gente che ci capisce: fu la prima traduttrice di Camera con vista, intitolata La finestra sull’Arno per la SAIE di Torino nel 1954, in BUR col titolo classico dal ’58; e si data proprio al ’58 la sua BUR del Tristram Shandy: quindi una collocazione agli ultimi anni ’50 anche di Tess potrebbe essere plausibile, ma effettivamente neanche in OPAC SBN si trova qualcosa di precedente all”80 se si cercano appaiati i nomi di Hardy e Pompili): non perfetta, e con evidenti momenti di fiato corto, specie nelle parti più “rurali”, ma più adatta a seguire i tortuosi periodi filosofici dei primi capitoli con un italiano meno “rozzo” di quello di Zanco…




A conforto i testi inglesi di Oxford (a cura di Juliet Grindle e Simon Gatrell, 1983, con commento di Nancy Barrineau, 1988) e di Penguin (a cura di Tim Dolin, 1998) che mi hanno aperto il mondo della filologia e delle interpretazioni: le traduzioni italiane e Oxford recano il testo dell’ultima edizione approvata da Hardy (1912), mentre Penguin attesta la prima stesura “fissata” (cioè quella in tre volumi del 1891) cercando di rendere conto di quanto il testo si sia trasformato in più di 20 anni in numerose pubblicazioni (la prima uscita a puntate in Inghilterra a maggio 1891, l’uscita a puntate in USA a novembre 1891, l’uscita in tre volumi da Osgood & McIlvain a dicembre 1891, l’uscita in un solo volume di Osgood & McIlvain nel 1892, una nuova edizione nel 1895, la stampa paperback di Harper del 1900, la ripresentazione con Macmillan nel 1902 e l’edizione “classica”, ancora di Macmillan, nel 1912 [ricordo che Hardy muore solo nel 1928]): la violenza di Alec viene via via sempre più “estraniata” e l’aggettivazione subisce un turbine di cambiamenti, davvero continui, dall’ironico al pietoso e di nuovo all’ironico: tutte cose che impattano assai sulla ricezione odierna di un testo che, come tutti i capolavori dell”800, è validissimo nelle idee di fondo quanto smisurato nei numerosi rivoli secondari…
Parte come una denuncia delle conseguenze sociali di uno stupro “senza se e senza ma”, e poi, col tempo, diventa una riflessione meno esatta sulla condizione della donna nel random crudele della società rurale maschile, con lo stupro che scolora sempre di più in un evanescente non detto. La cosa, invece di rappresentare un difetto, universalizza la sostanza indicando come tutta la condotta del maschio sulla donna sia rovinosa, non solo la raccapricciante violenza. Hardy è spietato nel dimostrare quanto la bellezza femminile sia una condanna in un mondo di uomini, una maledizione diffusa a ogni livello, da cui non si riesce a fuggire, poiché tutto quanto concorre, metafisicamente e goticamente a questa maledizione, dall’educazione fallace all’etilismo, dalle condizioni lavorative dei poveri al classismo dei ricchi, fino ai simbolismi nei luoghi, nei boschi, nelle case, nelle chiese, nei personaggi secondari (e minimi) ricorrenti, nei casuali incontri, nelle coincidenze “strambe”, nei sogni, nei passati immaginati, nelle superstizioni. Hardy considera consustanziali il crudo naturalismo e il più allucinato onirismo metaforico e inzeppa il suo interminabile logos (si sta parlando di 59 capitoli divisi in 7 parti) di lungaggini rurali, di piccoli figuranti inutili e di infinite coincidenze ridondanti, specie nelle parti centrali, ma la disperazione per la protagonista sempre innocente ma sempre condannata, sempre seviziata, per la sua bellezza e per la sua condizione di povera senza istruzione “sociale”, corrompe il lettore benissimissimo, con una capacità di commuovere lancinante, ottenuta con un paradiso di tecnicismi letterari (le metafore sopraffine perfettamente poste, l’associare sempre uno stato d’animo con un appiglio “concreto”, come un luogo o una condizione atmosferica, così da espressivizzare all’esterno la condizione “interiore”) che ti fanno passare anche le parti più macignosamente tediose…
alla fine Tess riuscirebbe a trovare l’amore dopo lo stupro (o la corruzione psicologica ‘non detta’), ma questi non riesce, paradossalmente, a perdonarla per essere stata stuprata, come se fosse colpa sua (assurdo, ma spesso è ancora così), e la abbandona a una vita di stenti nei campi ignaro di trovarsi davanti una persona per bene e orgogliosa e non l’arrampicatrice sociale che credeva capace di chiedergli subito denaro. E lo stupratore in persona si ripresenta, con una sorta di “faccia pulita”, a dirsi inconsapevole delle sue azioni e a insistere di nuovo nel ‘possedere’ la donna, a livello sociale e pubblico: automaticamente e inconsciamente (per lui, dato il comportamento sociale diffuso, *ci si deve* comportare così, non c’è altro modo) obbliga Tess a tornare da lui sotto il ricatto economico: e quanta attualità c’è in tutto questo, in un mondo dove solo poche donne lavorano e dispongono di denaro ancora oggi…
sobissata da un uomo che non ama e incantata dal suo amore che, pentito, ritorna, Tess uccide lo stupratore e fugge con il suo amore redivivo, ma ovviamente viene arrestata per l’omicidio e impiccata: e noi si rimane con l’allucinata consolazione che una sorta di reincarnazione di Tess (la sua sorellina piccola) potrà essere felice col suo amore (che cercherà di sposare la piccola cognata) in una vita “alternativa” totalmente sognata (tutti i commenti insistono sul fatto che per il lettore coevo di Hardy, quella di poter sposare la cognata era una panzana, perché formalmente vietato da diverse leggi di common law allora vigenti)…
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Si devono sopportare tutte le parti da serial che Hardy non ha mai tolto nelle numerose riscritture (parti veramente noiose) e anche una certa tendenza allo sdilinquimento da lacrima facile, ma le riflessioni sul caso e sull’assurdità di classismo e religione, e l’interesse per la tematica di fondo, lo rendono davvero un capolavoro…
Ho visto il film, ma non ho mai letto il libro.
Per me è davvero paradossale aver letto il libro e non aver visto il famosissimo film di Polanski: dovrò rimediare molto presto…
E io dovrò leggere il libro 😘
Credo di aver visto il film, che non ricordo molto bene ma che mi deluse, ma non ricordo d’aver letto il libro, cosa molto strana visto che della letteratura inglese ho letto tutti gli autori. Devo andare a controllare nella montagna di libri che e vedere cosa mi è sfuggito e se l’ho comprato e non l’ho letto. Sia mai che scopro un capolavoro. Da come ne parli tu questa Tessi sta molto simpatica.