L’ordine del tempo

È un profluvio di pro e contro
di ridicolo e di sublime
di intelligente e banale
di sempliciotto e profondone

Il libro di fisica di Carlo Rovelli non c’entra praticamente nulla e si fatica anche a discernerne la scintilla ispirativa, se non per un lontanissimo pretesto

perché quasi mai si parla di tempo ma solo di occasioni e di bilanci esistenziali davanti a un asteroide che distrugge la terra… siamo più nei pressi di Melancholia di von Trier…

L’occhio di Cavani è quello dei grandi maestri, che si compiacciono di inquadrare senza alcuna pretesa di immersività (vedi le premesse al Conformista di Bertolucci) e senza nessuna paura di ribadire che stanno maneggiando una macchina da presa, che non si vergognano di far percepire, massosa e spessa, in mezzo al set, in mezzo ai personaggi, che diventano attori che recitano immediatamente, avendo tra loro una macchina da presa…
E una presenza così insistita crea effetti che oggi si percepiscono come stramberie o come veri e propri errori: è il paradiso degli scavalcamenti di campo (la violazione della regola dei 180 gradi, cioè quando, in due inquadrature contigue separate da stacco, due personaggi, si pretende dialoganti, guardano entrambi nella stessa direzione, segno che la macchina si è orientata, in uno spazio tra i due personaggi, in un angolo maggiore di 180 gradi), delle “comparse” sullo sfondo che in inquadratura A fanno una cosa e in inquadratura B ne fanno un’altra, di volti di attori ripresi a metà nello spazio di una focale corta usato per un luogo piccolo che finiscono per sembrare “presi male”…

È una presenza di cinema che potrebbe infastidire e che si alterna a un montaggio dal passo lento, alla Tarkovskij, oppure veloce, ma sempre alla ricerca di dialoghi e performance, come se a tanta ostentazione di camera poi corrispondesse una ricerca spasmodica di servizio alla diegesi…
risulta quasi una roba alla Ragazza, donna, altro: superficie di ampia presenza narrataria che però snocciola una trama quasi da Ottocento che pretende di mostrare solo e soltanto i fatti di una storia agita solo dai personaggi…

È un ibrido che funziona?
non lo so

ma vederlo cattura l’occhio, soprattutto perché in quegli sbagli si vede un cinema che nel tripudio hollywoodiano e televisivo odierno non si vede più…

Con la trama alla Melancholia, Cavani imbastisce uno spettacolo eschileo di attori che si affrontano in alcune scene corali ma soprattutto con una serie, appunto eschilea, di duetti, in un gioco, classico, tra Mike Nichols e Patroni Griffi, quasi di coppie

e anche qui Cavani nuota in acque non facili…

da una parte finisce per impiastricciarsi nel solito filmetto italiano alto-borghese di ribadimento dello status quo della famiglia annoiata in cui le corna sono all’ordine del giorno: una famiglia che si racconta per perdonarla, con un’autoindulgenza della borghesia quasi fastidiosa, con tanto di trattamento odioso della domestica peruviana…

dall’altro sviscera problemi psichici personali, e quindi sociali, con una sincerità così cristallina che appunto non si vedeva da tanto…
anche le scoperte dell’acqua calda, come il parlare di amori omosessuali, di guarigione dalla ninfomania, dell’accontentarsi di matrimoni “routinieri”, cioè roba di tutti i giorni, vengono comunicate con una semplicità che è quasi salutare dopo i tanti anni di urla alla Ozpetek, alla Muccino, alla Mazzantini/Castellitto o alla Grande bellezza: i personaggi si confessano e si autoanalizzano con una chiarezza e una immediatezza solari e precise, che colpiscono lo spettatore…

anche se tale chiarezza è esposta con un modello drammaturgico classico (Eschilo), lentissimo, fatto solo di dialoghetti in cui la gente si auto-assolve, uno personaggio dopo l’altro, paratatticamente, con buona pace sia della verosimiglianza sia della linearità d’azione (Francesca Inaudi parla con Angela Molina in episodietti che appaiono quasi per magia in mezzo ad altre sequenze, e il suo andare e tornare, anche fisico, da Molina, manda a carte quarantotto tutta la sospensione dell’incredulità su un tempo condiviso della diegesi, quasi quanto il numero di automobili parcheggiate nel vialetto della casa d’ambientazione, che è sempre diverso)…

è come se un radical-chic dedito al Victorian Compromise, già preso in giro malino da Everyone Says I Love You di Woody Allen quasi 30 anni fa (i personaggi di Goldie Hawn e Alan Alda), si auto-analizzasse e concludesse che di fondo è buono, perché migliore dei veri avidi più ricchi di lui (il personaggio di Richard Sammel che finisce per avere tutte le colpe) e perché, seppure incapace di risolvere davvero i suoi problemi, riesce per lo meno a nominarli e a esserne consapevole (e alla fine i personaggi ce la fanno anche a trattare un po’ meglio la povera cameriera peruviana)…

Questa assoluzione collettiva del radical-chic può certamente dare fastidio, ma l’averla ammantata di tanta fintezza la rende strana, non solo aperta alle ovvie risate (per gli errori di ripresa e per i dialoghi ai limiti del patetico) o alle indignazioni che suscita (vista la tanta agiatezza evidente nella vita dei personaggi)…

che si stia guardano un qualcosa di recitato è evidente;
il cinema così presente amplifica la natura perfino teatrale della sceneggiatura;
un impianto teatrale che sembra voler essere un Čechov dei poveri, con brandelli di tematiche che fluiscono una sull’altra, quasi come i temi in una sinfonia di Schubert, con solo l’ombra di una architettura (la voglia di Forma Sonata in Schubert) appunto pretestuosa, dal MacGuffin dell’asteroide all’uscita della figlia al cui rientro tutto si risolve, cioè cose che più che regolare quasi semplicemente incorniciano un andamento fluviale tutt’altro che compatto…

…e tutta questa fintezza finisce forse per rendere l’auto-analisi auto-assolvente dell’alta borghesia radical-chic come qualcosa più di sognato che di effettivo, come Angela Molina, suora, che perdona i nazisti per fede, o come l’asteroide stesso che risparmia l’umanità solo per caso

e se è così, questa qualità di finzione, in questo tipo non esaltante di racconto, finisce per costituire un esempio mirabile di identità tra forma e contenuto e tra storia e discorso

cioè che il raccontare una assurda assoluzione del mondo come se fosse una finta e quindi assurda autoassoluzione della società radical-chic, fatta in un film consapevole di essere film, è forse l’unico modo per raccontare quella assurda assoluzione: quelle immagini finte sono le uniche possibili per raccontare quella fintezza…

e quando è così, quando intento e materia coincidono così tanto, il risultato non può che interessare…

è chiaro, una cosa come Madres paralelas (o come Dolor y gloria) è meglio, ma Cavani non sfigura affatto, e forse arriva più leggera di Gianni Amelio, sicuramente più leggera del Hammamet, ma anche, forse, del Signore delle formiche

e nel suo dubbio di finzione sull’assolvere i radical-chic sorpassa anni luce le indulgenze insopportabili dei ricconi che fa Paolo Sorrentino!

gli attori fanno completamente le loro parti topiche e quindi quasi non recitano, pur caricando a mille la loro teatralità
nel mix teatrale tutti hanno una sorta di utilità, tranne il personaggio di Angeliqa Devi…

tra le scene più ridicole c’è la cantatina con Leonard Cohen in TV, interminabile…
tra i pezzi più belli ci sono le inquadrature iniziali…

molto buono l’uso della musica per archi bachiana

4 pensieri riguardo “L’ordine del tempo

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  1. Ho trovato pessimo Dolor y gloria, quindi se questo libro è peggio di quel film allora credo proprio che non mi piacerebbe.
    Tra l’altro ricordo che quando andai a vedere Dolor y gloria al cinema feci una fatica pazzesca a tenere gli occhi aperti. Non solo perché il film era noioso, ma anche perché ogni pochi minuti c’era un personaggio che si metteva a letto: non so se qualche critico di cinema è mai giunto alla mia stessa conclusione, ma a mio giudizio un film non dovrebbe mai mostrare una scena di quel tipo, perché fa venir voglia allo spettatore di addormentarsi anche lui.
    Goldie Hawn ha spaccato anche ne La morte ti fa bella. Non mi stanco mai di rivedere quel film, è una delle poche commedie nere che risulta divertente anziché fastidiosa (almeno ai miei occhi). Risale all’epoca in cui Zemeckis era toccato dalla grazia, e quindi raggiungeva ottimi risultati in qualsiasi genere si cimentasse. Adesso invece è in crisi da tempo: tra Benvenuti a Marwen e Le streghe non so quale mi è piaciuto di meno, mentre invece una volta quando guardavo i suoi film mi chiedevo quale mi piacesse di più.

    1. Sono totalmente in disaccordo con te. Dolor y gloria l’ho trovato un capolavoro splendido (ne ho anche scritto qui sul blog) e ritengo Morte ti fa bella l’inizio della fine di Zemeckis: è da quel film, secondo me così plasticoso e burlesco, che Zemeckis ha perso la trebisonda, come se da Morte ti fa bella avesse smesso di essere regista di cinema per diventare un produttore di finta animazione (il motion capture che ha tanto promosso). E proprio Marwen lo vedo come suo lavoro più carino, insieme ad Allied, nel devasto a me odioso della sua produzione odierna, intendendo con odierna quella successiva a What lies beneath (ho schifato Walk e Witches con tutte le mie forze nelle mie recensioni qui e non ho mai scritto delle sue cavolate in motion capture)

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