Un film di cui si sa poco: la sua presentazione, abbastanza in sordina, a Cannes, dove è stato comprato da Netflix, alla quale non è seguito alcun battage promozionale, non ha contribuito per niente a farci capire la sua genesi…
Sembra sia un film lavorato da Natalie Portman… da lei portato a Todd Haynes… e Haynes ha chiamato l’amica di sempre Julianne Moore…
La fonte dovrebbe essere un caso di cronaca che vide protagonisti Mary Kay Letourneau e Vili Fualaau nella cittadina di Burien, nello stato di Washington, nel marzo del 1997, con prodromi già dall’estate 1996 e strascichi durati fino al 2015; un caso a cui si sono appassionati i media televisivi americani…
un film completamente autoprodotto, con soldi rintracciati da Portman e Will Ferrell (con la Gloria Sanchez Productions) bussando a diverse porte, ma senza un vero contratto distributivo prima dell’interesse di Netflix manifestato a Cannes…
non so come siano andate le cose, ma nell’ambito delle proiezioni estive dei film di Cannes, May December è stato proiettato in alcune sale d’essai grazie ad Andrea Occhipinti e alla sua Lucky Red, non si sa se con contratti diretti con la produzione o se mediante accordi che Occhipinti ha preso con Cannes e non con i singoli produttori; cioè, non si sa se poi Lucky Red sarà distributore italiano di una vera uscita in sala… anche perché l’acquisto di Netflix mica vuol dire «distribuzione in sala»…
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In ogni caso è un film che, anche se uscisse, avrebbe ben poca attrattiva: in USA, dove il caso di cronaca ispirativo ha avuto una vasta eco, si può trovare un appiglio per comunicarlo, ma fuori dagli USA, dove il caso di cronaca non lo conosce nessuno, rimangono le star, il nome di Haynes, adatto solo ai cinefili, e poco altro…
mah, vabbé, vedremo…
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purtroppo se un film come questo non uscirà ci perderemmo un testo che ha molti motivi di interesse…
…anche se è il solito film di Haynes sulla tragedia del mondo schopenhaueriano che sussiste solo come volontà e rappresentazione, del quale non si ha alcuna contezza, né comprensione, né percezione…
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Girato con una grana “pellicolare” evidentissima e quasi fastidiosa, come se fosse girato con un onnipresente flou (la lavorazione, a Savannah, là dove è girato anche Midnight in the Garden of Good and Evil di Eastwood, è partita con Ed Lachman, il direttore della fotografia prediletto da Haynes, ma egli è stato vittima di un non identificato incidente all’anca, e quindi alla fine il film è stato completamente girato da Christopher Blauvelt), con una volutamente scollatissima colonna sonora (è la musica che Michel Legrand, morto nel 2019, ha composto per The Go-Between di Joseph Losey nel ’71, non dichiarando diversi prestiti dalla quarta sinfonia di Brahms, e riorchestrata in modi estraniosi da Marcelo Zarvos), e con shots costruitissimi, quasi sempre coinvolgenti specchi, e quasi sempre obliqui sia di sguardo sia di frame (al centro dell’inquadratura non c’è quasi mai niente, e i personaggi si stagliano ai lati di composizioni che riempiono il frame in modi completamente irrealistici, come se tutto fosse una fotografia posata, come quella di un fotoromanzo), che cozzano radicalmente con una ricerca di realismo assai esibito per quel che riguarda la recitazione (sospiri, sorrisi spezzati, sguardi piangenti, repentini cambi di espressione, alambiccati cogiti espressi in minimi movimenti: un lavoro da altissima avanguardia recitativa della ricerca di esattezza), May December racconta la eterna sinusoide tra vero e finto di cui è fatta la vita, applicandola a un fattaccio di prevaricazione spacciato per un naturalissmo innamoramento; e racconta anche come una cosa del genere si debba raccontare sullo schermo!
Cioè, è un film che parla dello strazio dei sentimenti fittizi, realizzato con inquadrature fittizie con al centro una recitazione realisticissima che però si riferisce a un’attrice che deve fare un film proprio su quei sentimenti fittizi!
ci sono quindi attori che recitano realisticamente di essere attori che fanno film su gente che non è attore ma che finge di continuo!
il tutto in un film che sembra un fotoromanzo!
May December è quindi un fotoromanzo, basato su sentimenti coercitivi che hanno creato relazioni amorose tossiche appunto da fotoromanzo, e oggetto delle attenzioni del cinema, in particolare di un’attrice di serio metodo…
è una mise en abyme di quelle toste, forse anche troppo radicali, di quelle che davvero piacciono a Haynes, quelle di cui forse, dopo Velvet Goldmine, I’m not There e Dark Waters, si ritiene una sorta di maestro…
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L’unico dramma di Haynes è che questi gorghi tra sentimento e rappresentazione sono già stati fatti, da Haynes e da gente che oltretutto Haynes conosce benissimo…
le tessere da Antonioni (l’inquadrare le fotografie), da Buñuel, da Rivette, da Truffaut, da Akerman, o anche da Woody Allen (da Husbands and Wives) non si contano, e la constatazione che tutto quanto “non è come sembra”, e che l’inganno primigenio è la vita stessa, così simile al cinema che la simboleggia, non giunge come qualcosa di imprevisto, come una soluzione a una diegesi, ma arriva quasi per stanchezza come un’ovvietà, come una cosa che si sapeva da subito…
è come se Haynes parlasse subito per tesi e narrasse le cose con un come volevasi dimostrare…
un come volevasi dimostrare che si esprime nella fattura prepotentemente cinematografica del visivo, ma che lascia diversi incompiuti a livello drammaturgico: la natura fittizia dei sentimenti è ribadita in sequenze non così pertinenti a livello diegetico, ed è sussurrata nei continui dialoghi quotidiani, alla Hemingway, anche quelli realisticissimi (e quindi difficili da seguire per chi è abituato alla finzione di Hollywood, che non prevede scene normali), dai quali si carpisce il disagio sotto la superficie, ma che arrivano in un numero così ingente da destare perplessità: cioè, che la situazione sia tossica lo si evince dai dialoghi quotidiani coi figli (che parlano di comperare i vestiti, di farsi le canne, di andare al college ecc.), dialoghi che però sono tanti, troppi per ribadire lo stesso concetto, e manchevoli poi di un vero confronto tale da scoprire il busillis, perché il busillis Haynes lo vuole tenere sottotraccia, nascosto e suggerito, anche se lo ribadisce con forza in ogni inquadratura!
Facendo così Haynes risulta ambivalente:
- o in questo modo riesce perfettamente a esprimere un elefante in cristalleria (che le cose vadano a ramengo è evidente dalle immagini ma nessuno riesce ad ammetterlo nei dialoghi, nonostante in tutti i dialoghi si avverta che chiunque è consapevole dell’elefante)…
- oppure fa il furbo: fa sembrare il busillis qualcosa di soprannaturale e di subliminale quando invece quel busillis è chiarissimo ed evidente sia dagli ellittici dialoghi sia dalla fintissima messa in scena visiva: perché far apparire il busillis qualcosa di indicibile quando invece è sempre detto e ribadito? perché tratti da nascosta una cosa che tutti vedono? è da genio o è da paraculo? è da Carpenter o da Sorrentino?
se sei Carpenter perché non scopri il disastro con una scena pivotal e con una riconsiderazione magari affidata a flashback?
e se non sei Sorrentino perché fai come lui e tratti da misterioso qualcosa che invece tu stesso urli tutto il tempo?
urlare quello che dici di voler nascondere è da geni o da friggitori d’aria?
c’è da scegliere…
in effetti una scena pivotal c’è, ed è anche arricchita con un bellissimo zoom indietro vertiginoso, alla Fassbinder, ma non pesa diegeticamente granché…
perciò io da che parte sto…?
vedere tanto cinema coinvolto, e vederlo così connesso con qualcosa interno alla trama appunto da esprimere con le immagini, anche se quella trama non è costruita alla perfezione, mi fa propendere per una favorevole simpatia…
una simpatia che forse non intacca il mio desiderare maggiore consapevolezza drammaturgica, senza la quale il film scorre poco compatto, tanto da non riuscire a gratificare davvero uno spettatore letterario (cioè quelli che vogliono la trama) se non soltanto con l’ottimo lavoro degli attori e con la costruzione di una bella atmosfera complessiva, tutta da respirare…
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Tutti gli attori sono bravi, anche Charles Melton, Elizabeth Yu e Cory Michael Smith, ma è certamente il duello tra Portman e Moore a interessare chi si interessa a queste cose…
Portman ha molta più porzione di durata: la cosa impatta nella scarsa drammaturgia (le tante scene per Portman potevano essere bilanciate con altre), ma permette a Portman di portare avanti le sue cause (impagabile il monologo sulle scene di sesso a Hollywood, girate da troupe composte quasi esclusivamente da maschi); e in ogni caso lei usa egregiamente il suo tempo in più primeggiando nei suoi cavali di battaglia (le scene in cui piange davanti allo specchio, ripresa da una macchina fissa), in una parte però non così conforme al suo passato, che risulta in uno dei ruoli più nuovi mai affrontati da Portman in tanti anni… anche se lo stereotipo dell’attrice disposta a tutto pur di immergersi in un ruolo (vedi anche quella cacchiatella che fu La vita che vorrei di Giuseppe Piccioni, 2004) è forse stantio…
Julianne Moore ha la parte più difficile, quella di, in accordo con tutto il sistema del film, rendere nascosta una cosa che però tutti sanno… che lei manipoli, e che abbia manipolato tutta la vita, è quell’elefante in cristalleria che il film esprime ma che i dialoghi ignorano, e quell’elefante la Moore lo deve incarnare con non detti, con piagnistei, con sospirini e con improvvise assertività quasi aggressive e inaspettate…
è un’attrice che a me non comunica mai nulla, ma il suo lavoro in questo film lo fa alla perfezione…
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a parte Portman e Moore, May December è un film della risma non solo degli altri film di Haynes più anti-realistici, ma anche degli epigoni più diretti di quei film, ovvero quelli di Xavier Dolan, soprattutto Just la fin du monde e John F. Donovan (dove, guarda caso, c’è Portman!)…
Rispetto a loro, Haynes ribadisce il suo primato nella capacità di fattura, ma forse non ha la stessa voglia di contare sull’inferenza del pubblico per completare il film…
come se per Dolan il non detto fosse fatto apposta per attizzare l’intelligenza e l’interpretazione dello spettatore, mentre per Haynes contasse solo l’enunciazione di per sé della natura fittizia del mondo e del cinema, non bisognosa di alcuna inferenza e di alcuna interpretazione da parte di chi che sia…
ed è forse questo che manca a May December: una vera comunicazione col pubblico…
May December lascia poco a uno spettatore “normale”…
è una sorta di trattato sulle imbattibili possibilità oblique del cinema nel rendere visibili le implicazioni false della vita, che gratifica chi è abituato a guardare di un sacco di spunti desunti dai classici… ma come tutti i trattati, emoziona davvero poco…
e, alla fine, risulta simile al passato: Haynes fa non solo un trattato, ma anche l’ennesimo suo trattato sull’argomento…
…il senso di già visto è dietro l’angolo!
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