Verhoeven è anziano e fa film da 63 anni: sicuramente non si può dire che non sappia quello che fa…
…che i film li abbia tutti fatti belli è certamente da escludere, ma la sua esperienza è evidente in Benedetta, sua “fatica” francese dopo Elle (2016): grazie all’expertise, Verhoeven riesce a far risultare credibile per ambienti e visione un film che si vede essere stato lavorato con meno dei soldi necessari…
Come in tutti i suoi film, e in special modo come in Starship Troopers, Elle e Zwartboek, Verhoeven mette al fuoco tanta carne, forse troppa…
- La libertà omosessuale delle suore
- La facilità dell’isterismo mistico
- La venalità di quell’isterismo, cavalcato solo per soldi e potere
- L’irrazionalità della religione e delle leggi canoniche
sono cose serie e importanti, che in un film comunque non corto (130 minuti) non garantiscono una buona scorrevolezza di drammaturgia, né fanno trasparire una effettiva coerenza di quanto si vuole dire…
ma anche in altri film precedenti, Verhoeven aveva preferito l’atmosfera e la complicatezza alla chiarezza espositiva e al taglio interpretativo sicuro: i suoi film, quasi come quelli di Scott, dicono che la vita è un caos, un groviglio di ormoni e inesperienza che va avanti solo per prove ed errori sfocianti in tutto e nel contrario di tutto…
Benedetta (una ottima Virginie Efira), dopo anni in convento in delirio mistico (fa la madonna nelle rappresentazioni autoprodotte dalle suore e ciuccia il seno delle statue della vergine), viene “attivata” omoeroticamente da una contadina, Bartolomea (una splendente Daphné Patakia), rifugiatasi in convento per sfuggire alle malversazioni del padre…
dall'”attivamento”, dapprima reticente, poi sempre più compiaciuto (le due si penetrano con un dildo fabbricato da Bartolomea a partire da una statuetta della madonna), Benedetta comincia ad avere allucinazioni secondo le quali lei è sia la sposa di Gesù (le visioni vertono spesso su Benedetta in pericolo che viene salvata da un eroico Gesù che poi la riempie di salamelecchi affettuosi) sia Gesù stesso (Benedetta, ogni tanto, parla con la voce di Gesù)…
la contraddizione di essere un Gesù o una sposa di Gesù che fa l’amore con un’altra donna è presto scacciata da Benedetta in quanto, in accordo alle visioni coeve di Teresa d’Avila, l’unione carnale con Gesù era prassi continua nella teologia controriformistica, ed essendo Gesù “poco presente” per forza di cose (poiché non esiste) quell’unione la si poteva incarnare con chi capitava, e non solo: l’amore con Gesù era il massimo dell’esperienza mistica, e Benedetta, ogni tanto, è Gesù lei stessa, quindi è Bartolomea che fa l’amore con Gesù in prima persona!
Quadra?
ovviamente no
ma questo è il misticismo Cinque-Seicentesco!
e Benedetta infarcisce tutto questo delirio con una piccola dose di sadomasochismo, adatto a espirare con un’anticchia di dolore il piacere dell’orgasmo: come a dire: godo ma insieme soffro e la mia sofferenza basta a espirare il mio presunto peccato carnale..
ha senso?
no
ma Benedetta ne è convinta…
Bartolomea un po’ meno: lei sarebbe meno sadomaso, ma tant’è: diciamo che “si adatta”…
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dopo diversi amplessi (concreti ma tutto sommato “delicati”: a parte le nudità, sono più dalle parti di Kristy Swanson e Jennifer Connelly in Higher Learning [in cui del corpo delle attrici non si vede pressoché niente] che di quelle di Adèle Exarchopoulos e Léa Seydoux in La vie d’Adèle [che è praticamente un porno]), Benedetta passa alle vie di fatto e si procura le stigmate con un pezzo di ceramica…
ovviamente lei non si ricorda di aver usato un pezzo di ceramica, o meglio, lei sa di essere stata lei stessa a farsi le stigmate, ma dice di non ricordarsi quando lo ha fatto, segno che è stato Gesù a manovrare il suo corpo mentre lei era incosciente…
sono naturalmente tutte cacchiate, ma che dalle stigmate derivi denaro, per pellegrinaggi ed elemosine varie elargite da poveracci sempre alla ricerca di un salvatatore/santo a cui voltarsi che si precipiteranno a frotte dovunque spuntasse un* religios* miracolos* o stigmatizzat*, è ben chiaro sia alla madre badessa (Charlotte Rampling) sia al prevosto del convento (Olivier Rabourdin)…
Il prevosto allestisce lo spettacolo e sfrutta le idiozie di Benedetta per ottenere il denaro, mentre la badessa tenta di remare contro, perché per lei, badessa anziana, è assai scomodo gestire tutti quei pellegrini potenziali, e poi dovrebbe sempre obbedire ai capricci di quella matta di Benedetta!
La figlia della badessa, Cristina (Louise Chevillotte), dice di aver visto Benedetta farsi i tagli stigmatici da sola, ma non è vero: lo dice perché pensa basti questa testimonianza a far aprire gli occhi a tutti, ma invece la credulità, la voglia di soldi e l’obbligo di obbedienza delle suore, rendono Cristina una vittima… al processo in cui Cristina dice di aver visto Benedetta tagliarsi, Cristina chiede la conferma testimoniale della mamma badessa, ma costei, obbligata all’obbedienza e per niente in vena di sopportare processi inutili (avere una santa locale fa troppo bene a tutti), non conferma un bel nulla…
Cristina è condannata all’autoflagellazione per falsa testimonianza e poi, per il dispiacere, si suicida…
Intanto la santa Benedetta è famosa e ottiene il ruolo di badessa lei stessa, scalzando Rampling…
senza potere amministrativo e scioccata dalla morte della figlia, Rampling si mette a spiare Benedetta e vede che fornica regolarmente con Bartolomea col dildo della madonna… quindi va ai piani alti della chiesa per denunciare tutto ancora una volta…
Il funzionario dei piani altri (Lambert Wilson) arriva ed è deciso o a far fuori tutto o a intascare il denaro lui stesso, senza più farlo godere solo al convento!
Benedetta gioca bene: finge di morire e di resuscitare; proclama che la sua città verrà dispensata dalla peste perché lei ha il favore di Gesù… tutte cose che fanno propendere la popolazione per una sua canonizzazione in vita…
E dal punto di vista economico tutto andrebbe bene, ma il funzionario non può accettare che la santa sia sessuata e sessualmente attiva omoeroticamente! Le cose che dice Benedetta sulla sessualità religiosa in stile Teresa d’Avila sono considerate scemenza (ricordiamoci che la stessa controriforma che santificava la ninfomane Teresa d’Avila era quella che imponeva di coprire le nudità delle statue e degli affreschi di Michelangelo: tutto una contraddizione insanabile, nella quale, però, il sesso perde sempre)!
Le pratiche “dildose” d Benedetta e Bartolomea non sono provabili perché il dildo non si trova… ma il funzionario tortura Bartolomea finché non confessa e mostra il nascondiglio del dildo… e Bartolomea confessa pure con rabbia perché prende la tortura come un’ennesima sadomasochisteria impostale da Benedetta…
e allora Benedetta, omosessuale, viene messa al rogo…
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Bartolomea si pente di aver confessato, ma Benedetta è invece tutta contenta: l’essere stata tradita fa parte del corredo messianico: è stata tradita come Gesù, quindi è in brodo di giuggiole, anche di andare al rogo…
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Alla fine, però, la vecchia badessa, Rampling, si accorge di avere la peste, sta per morire…
e si accorge che l’operato del funzionario non è così bene accetto: che i soldi vadano a lui e non al convento non le sembra più ‘sta grande idea… e scopre che anche il funzionario ha la peste!
allora si allea con Benedetta per fare una messa in scena di miracolo e attizzare la folla inferocita alla difesa della sua idola: la badessa dirà che il funzionario “straniero” ha portato la peste in città e che lei ne è vittima, invece Benedetta, sul rogo, dirà che Gesù la libererà e punirà chi ha portato la peste…
vedendo Benedetta sul rogo che butta cacca sul funzionario e le “conferme” della badessa , la folla insorge, uccide il funzionario e libera Benedetta…
La badessa, ormai piena di bubboni pestilenziali, si getta nel rogo vuoto e brucia…
Benedetta trova Bartolomea nella folla e passa con lei un paio di giorni d’amore, completamente nude, in un cascinale fuori città… alla fine del quale, Bartolomea vorrebbe una vita insieme: vivere nomadi di agricoltura, furti, elemosina e amore quotidiano…
ma Benedetta dice di no!
Benedetta crede davvero di essere la sposa di Gesù, crede davvero di essere Gesù, e dopo tutta la vita in convento non riuscirebbe a fare nessun altro tipo di vita…
e Bartolomea? la cara Bartolomea che le ha dato tanto piacere e che ha sopportato per lei varie torture?
beh, non è abbastanza: dio, cioè la convinzione di dio, è di più!
ed è Bartolomea, come al solito, a non comprendere che non è finzione quella di Benedetta, è credo, e che è un credo che passa dal dolore sadomasochistico, un dolore che Bartolomea scaccia invece di abbracciare…
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Questa storia che vuole raccontare?
cosa vuole esprimere?
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Come The Devils di Ken Russell (1970) e come i capitoli dedicati alla chiesa di Á rebours di Joris-Karl Huysmams (1884), come nei drammi mistici di D’Annunzio e Debussy (Le martyre de Saint-Sébastien viene rappresentato nel 1911), poi copiati dai soliti Malipiero, Pizzetti (Debora e Jaele è del ’22) e Honegger (Jeanne d’Arc au Bûcher è del ’38), Verhoeven mostra il delirio sadomasochistico del cattolicesimo con una storia che non sta in piedi (tratta da cronache seicentesche forse vere forse no, raccatatte nel 1985 in un saggio di Judith C. Brown) come non sta in piedi la chiesa cattolica…
Certi soggetti o vivono di coerenza nello smascherare le brutture della chiesa e della società del tempo (vedi anche La chimera di Sebastiano Vassalli [1990] o The Witches Seed di Sewart Copeland [2022], che di Vassalli è una sorta di riimmaginazione), oppure la buttano sul sentimento di sacro, trascendente e inspiegabile, che vede nel sacrificio e nel martirio una componente folle ma data per “meritevole” (vedi le varie Giovanne d’Arco: da Dreyer [1928] e Bresson [1962] in poi)…
Verhoeven vorrebbe fare come quest’ultima maniera, vorrebbe dire che Benedetta è sì scema ma siccome “ci crede” a quello che dice nessuno ci può fare niente, neanche l’amore terreno per qualcuno, ma nel fare questo perde il centro effettivo del discorso:
- La grande argomentazione gay è da incorniciare, ma sembra fuori posto…
- Nell’ottica che la follia mistica è comunque “ben vista” in quanto proiezione di una folle che va comunque premiata per essere stata coerente nella sua follia, quell’argomentazione gay sembra venire meno, sembra squalificata…
- E squalificata è la componente politica: la presa di coscienza di Rampling contro Wilson arriva male…
- Tutta la parte del processo a Cristina forse trabocca… sembra esserci per fare una denuncia alle storture della chiesa che finisce per essere in mezzo a un film che alla fine sembra invece dare ragione a chi in quelle brutture ci sguazza…
Per capirsi: Verhoeven aveva tante buone intenzioni e le realizza visivamente in maniera davvero non male, con un connubio tra location (Montepulciano, Bevagna, Sylvacane, Le Thoronet) e fotografia (di Jeanne Lapoirie) davvero a modo (chi è abituato a budget più alti potrebbe vedere nell’insieme un aspetto un po’ alla Dracula 3D di Argento, ma i sistemi di ripresa sono invece assai efficaci considerando la spesa), con un impasto musicale (di Anne Dudley) adeguato e con attrici in parte…
ma sembra non sapere perché ha raccontato la storia…
sembra dire che tutti dovremo fare come Benedetta e autoingannarci…
quindi boh…
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Anche Elle era un grosso boh, per cui Verhoeven rimane coerente nel preferire il boh al proporre un concetto…
e non so se è un male!
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La madre di Benedetta è Clotilde Courau, la moglie Emanuele Filiberto di Savoia…
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