La figlia di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini, proprio quando il fratello Pietro comincia ad avere successo dopo Freaks Out, trova modo di farsi pubblicare il primo romanzo niente meno che dalla Marsilio di Venezia…
un romanzino di 160 pagine così grumoso e pastoso da risultare rassegato…
–
Con archetipi noti e nobilissimi (Italo Svevo e Louis-Ferdinand Céline, per esempio, con alla base il solito Dostoevskij [e sapete bene quanto io sia tolstoiano]), Castellitto, e la sua protagonista Duna Solenni (suo evidente riflesso: oggi gli scrittori italiani sembra che non riescano a fare nulla se non auto-rappresentarsi: è una croce che riscontro in quasi tutti i romanzi italiani che leggo), non stanno lì a raccontare una storia a qualcuno: Castellitto e Solenni la storia se la raccontano: raccontano a loro stesse, mediante una eterna (il romanzo è corto ma sembra non finire più) e continua voce interiore, un mormorio di pensieri che non *comunica* ma si *analizza*, si *riflette*…
e come tutti i soliloqui solitari (a iniziare proprio da Dostoevskij, soprattutto le Memorie del sottosuolo, La mite, e Delitto e castigo), l’autoanalisi, derivata da problemi di frizione e scarto tra quel che si immagina e quel che si vede, finisce per riguardare la fenomenologia di quel che si vede, e dalla fenomenologia, lo sa bene chiunque abbia familiarità con la Bomba n. 20 di Dark Star di Carpenter, si fa presto a finire nei deliri di onnipotenza…
–
Duna Solenni finisce, come i personaggi di Dostoevskij (o come il Woody Allen di September, Celebrity, o Whatever Works), a considerarsi quasi l’unica persona sulla terra (forse dopo Schopenhauer e Giacomo Leopardi) ad aver capito la natura nichilista, dolorosa e inutile dell’esistenza e del sistema-mondo economico-capitalistico, e di questa sua “scoperta” rimugina tra sé e sé, parlandosi addosso…
La voce di Duna Solenni è di quelle iper-cólte dell’altissima borghesia plurilaureata e dottorata italiana (mica per nulla nei ringraziamenti c’è Chiara Valerio, editor di Marsilio), che, per fortuna, non sfoggia citazioni di romanzi radical-chic come se le conoscesse solo lei (come fanno Carofiglio o Concita De Gregorio), ma (un po’ come Valeria Parrella) costruisce una prosa complicatissima, quasi oracolare e sacrale, basata su sulfurei e pomposi aforismi, che sono le fondamenta e la struttura dei periodi che costituiscono i 13 capitoli di menodramma: 13 lunghissimi capitoli in cui Duna parla tra sé e sé, occasionalmente prendendo spunto da quello che vede e dal suo passato, senza raccontare un bel nulla se non quel che si è immaginata di una situazione occorsale a 15 anni, o quel che ha pensato di una persona appena vista…
cioè i 13 capitoli, quasi autoconclusivi, girano a vuoto mentre ci vomitano addosso il pesante soliloquio della protagonista scritto come se fosse un trattato filosofico di Nietzsche o Wittgenstein…
Nel basarsi su quel che vede o su quel che ha vissuto, gli aforismoni compiaciuti di Castellitto, più che a tutto il citato (cioè più che a Céline, Svevo, Dostoevskij o Nietzsche), finiscono per somigliare alla cronaca quasi giornalistica di una megalopoli millennial, più dalle parti del Sex and the City di Candace Bushnell (la raccolta di articoli, uscita nel 1996 [un anno prima che nascesse Maria Castellitto], alla base del telefilm del 1998): quella megalopoli è la Londra degli anni 2020s (non c’è alcun accenno alla pandemia, ma all’inizio Duna asserisce di avere 23 anni, e se Duna è come Castellitto allora saremmo esattamente nel 2020) in cui Duna vive e nella cui quotidianità caotica percepisce il disastro dell’esistenza neoliberista…
è ovvio che lei i soldi ce li ha, e ha anche un lavoro per nulla faticoso e ben pagato, ma sente su di sé gli stress vari ed eventuali, le aspettative e le tristezze, e l’insoddisfazione frustrata di chi forse avrebbe voluto di più nella vita… un di più che però lei stessa non sa né qualificare né quantificare…
e non lo sa fare perché Duna è vittima di microscopici ma numerosi traumi dell’adolescenza (l’essere stata abbandonata dalla migliore amica Veronica, l’essere stata vittima di una crisi violenta di un suo amico bipolare, l’aver vissuto una storia d’amore tutt’altro che coinvolgente col suo fidanzatino Nico, l’essersi innamorata del prete che le faceva catechismo), che la fanno ingarbugliare così tanto nella psiche da farle meditare il suicidio costantemente…
Duna sente le sue noie psicologiche come connesse col vivere neoliberista, ma nello sviluppare questi spunti, Castellitto non ce la fa ad andare al di là di un per me assai fastidioso neoconservatorismo: per capirsi, le ansie da vita da schiava lavorativa degli anni 2020s innescano in Duna pensieri suicidi come riflessioni sociali, e da queste ultime Duna ne esce con voglie di rivoluzione conservatrici: cioè col voler spaccare tutto nel segno retrogrado della destra, con il ritorno al sacro, al divino (le cacchiate del prete), ai vecchi valori e altre merdate: subito all’inizio Duna ci ammorba col dire «questa non è una società pacifica perché ogni giorno uccide il sacro» (boja, peggio di un Adinolfi qualsiasi!), e poi si trova ad approvare comportamenti delle amiche da film anni ’70s (l’amica Gaya che si fa mettere incinta apposta per incastrare un uomo, con l’uomo che non la sposa lo stesso: una storia che oggi dovrebbe sembrare uscita da un altro mondo e che invece Castellitto tira fuori quasi per confermare che la donna, come dice Giorgia, è e sarà sempre madre e cristiana vogliosa del matrimonio con un uomo!), a interagire quasi sempre con eterosessuali, e a disapprovare a mille le proteste di piazza che vede con frequenza a Londra…
E in questo neoconservatorismo, Duna pensa e ripensa a quello che vede e alle sue disgrazie (o pseudo-disgrazie) del passato, tra feste idiote notturne londinesi, tra night club in cui ci si droga, tra brunch con le amiche, le occhiate alla moda delle ragazze, i flirt passeggeri coi ragazzi, le avance del capoufficio, tra flashback scemi di quella volta con Veronica da piccine, tra visite in ospedale all’amico bipolare ancora totalmente rincoglionito, e tra gli aforismi reazionari che tutto questo ispira alla voce che ci parla addosso, fino alla metà del romanzo, in cui finalmente succede qualcosa di sorprendente, ma i cui postumi, nella seconda parte, sono il ritorno alla descrizione oracolare del niente che c’era stata nella prima…
–
Questa immobilità della verità e dei fatti, cioè la tragedia che nessun evento possa cambiare il nichilistico quotidiano privo di senso, si sente vorrebbe essere un tema alla American Psycho o alla Sofia Coppola (quella di Lost in Translation, Somewhere e Bling Ring): si sente vorrebbe davvero esprimere il vuoto pneumatico del mondo…
ma questo tema, condito così tanto dall’asianesimo inutile delle descrizioni aforistiche della vacuità dei fatterelli meno cogenti, che quasi si fa noiosa e impalpabile cronaca del nulla (vedi Bushnell), non acchiappa, e affoga nella roboante voce interiore di menodramma, che ci tritura le orecchie con tanto di quel sopraffino “rumore costruito” (quasi una composizione fine a se stessa di Karlheinz Stockhausen) da renderci sordi…
menodramma ci infligge grovigli di elaboratissimi e barocchi pensieri basati sul niente, pensieri tristi e noiosi sull’insopportabilità della vita, senza proporci alternative se non il conservatorista ritorno proprio a quel passato che quell’insopportabilità di vita l’ha creata (come oggi i destrorsi si lamentano del neoliberismo e pretendono di combatterlo con una svolta conservatorista che guarda al fascismo, e cioè a quella forza razzista ed economica che quel neoliberismo l’ha creato in prima istanza! paradossale! come i poveri che sentono alternativi ai governanti i miliardari come Trump o Musk!), né dandoci appigli narrativi adatti a somatizzare quell’insopportabilià, visto che di diegetico, in menodramma, non c’è un cavolo di nulla se non impiastricciati quanto del tutto gratuiti flashback su un’infanzia dorata che contribuiscono al sozzo destrismo nostalgico (le pagine del prete amato nell’infanzia da Duna, o i momenti in cui Duna descrive con tronfia prosopopea l’attaccare le stelline fosforescenti sul soffitto della camera di Veronica come il momento di sua massima felicità, sono ridicoli)…
–
Io ho fatto davvero fatica ad arrivare alla fine… ed era corto…
e mi è dispiaciuto perché spesso questi romanzi in cui ci si districa poco tra mentale e fattivo mi piacciono (vedi Sembrava bellezza): invece stavolta, la confusione tra mentale e fattivo mi ha stufato per inesistente misura e per strabordanti componenti retrograde celate nella lussuosa fattura letteraria…
come un piatto presentato come di alta cucina che però assaggi e sa della morchia rifritta che fai tu mettendo in pentola a caso dal frigo dopo una giornata spossante di lavoro…
come dicevo all’inizio: sembra un ragù d’alta cucina, ma invece lo mangi ed è rassegato… rassegato con la sicumera del saccente che ha capito tutto!
–
Mi ha ricordato molto il film Vox Lux di Brady Corbet (2018), afflitto dallo stesso affogamento sul niente…
–
Intendiamoci, l’asianesimo barocchista della prosa farà meritare a menodramma tutti i premi che forse vincerà, e nonostante la noia è un romanzino superlativamente migliore di quella cagata di Zannoni che l’anno scorso ha vinto di tutto…
chissà che palla…