Non tornavo alla Pergola da un po’…
Probabilmente dal Galileo di Brecht (vedi Libri e Librini) fatto da Gabriele Lavia nel 2015 (o giù di lì)…
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anche Chi ha paura di Virginia Woolf l’ho visto l’ultima volta allestito da Lavia, con Mariangela Melato, Agnese Nano ed Emiliano Iovine: sarà stato il 2006…
Lavia ha dato il permesso per riprendere lo spettacolo, e il DVD pare sia stato commercializzato dal «Corriere della Sera» nel 2013 in un’edizione di commemorazione per Melato, morta quell’anno…
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Preciso che si sta parlando di Who’s Afraid of Virginia Woolf, testo scritto da Edward Albee nel 1962 ed allestito la prima volta da Alan Schneider al Billy Rose Theatre di Broadway, a New York, con Uta Hagen, Arthur Hill, Melinda Dillon e George Grizzard…
Nel 1966, Albee vendette i diritti cinematografici alla Warner Bros. che mise tutto in mano a Mike Nichols, che scelse Liz Taylor, Richard Burton, George Seagal e Sandy Dennis…
Nel 2005, Broadway fece un revival promosso dallo stesso Albee, diretto da Anthony Page al Longacre Theatre, con Kathleen Turner, Bill Irwin, Mireille Enos e David Harbour…
Per quello show, Albee ha rivisto leggermente il testo, soprattutto il finale del secondo atto…
per tanti la revisione del 2005 è peggiorativa, poiché chiarisce certe cose che nel ’62 erano lasciate nel non detto, e causavano un affascinante misto inestricabile tra reale e immaginato disperato nella condizione mentale dei protagonisti…
nel 2005, tutto veniva palesato come vero invece che come possibile immaginato… cioè: che i personaggi mentono e si immaginano le cose viene detto chiaro e tondo, con buona pace dei dubbi che invece nel ’62 impreziosivano la pièce rendendola un capolavoro si allusioni a *possibili* bugie che non sai mai se sono bugie o realtà…
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In Italia, in versione cartacea, credo che sia disponibile solo il testo tradotto da Ettore Capriolo per Valentino Bompiani nel 1963… traduzione che poi è stata usata dalla Collezione di teatro di Einaudi dal 1970…
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L’allestimento di Lavia che ho visto io si riferiva ancora al testo del ’62 (con dichiarata proprio la traduzione di Capriolo), e Lavia l’aveva giocato sul metateatro, con sabbia sul palco e riferimenti al “mestiere attorico” tutte le volte che nel testo si scherzava sul mentire, sottolineando in modo molto veemente la natura fittizia dei discorsi dei coniugi protagonisti…
Lavia giocava anche sul fatto che alcuni personaggi riprendevano con una telecamera l’azione, azione che si vedeva su un maxischermo in scena: la ripresa della finzione…
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Antonio Latella, pur mantenendo il maggior realismo dell’edizione del 2005 (la traduzione è di Monica Capuani che non mi risulta pubblicata in volume; il dramaturg è Linda Dalisi), non gioca col metateatro, ma insiste anche lui sull’allucinazione tra immaginazione e incertezza del reale…
La scena e l’azione è tutta costruita sui Rabbits di David Lynch, con tanto di ingressi di musica strange ad alto volume in mezzo alla diegesi… musica che produce quasi delle scene ballate, molto lunghe (in un testo la cui produzione standard dura già intorno alle 3h): una delle più durature è sulla canzone Colors dei Black Pumas sparata a mille, e un’altra altrettanto lunga ha il personaggio di Nick che pesta sul pianoforte in scena a caso…
I divanetti in velluto, la mobilia di legno e i vestiti pastello dei personaggi, con le loro movenze apparentemente “naturali” ma affettate, fanno tutti pensare a Rabbits e la cosa regge e funziona: nel contesto arty lynchiano, i pezzi strange non stonano e non annoiano, ma contribuiscono bene alla paranoia, grazia anche agli attori che non gigioneggiano col corpo, ma mantengono la malsana misuratezza dei coniglioni di Lynch…
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La cosa smette di funzionare quando Latella fa entrare il personaggio di Honey direttamente identica ai personaggi di Rabbits con il mascherone da coniglione…
lì il gioco efficace tra citazione e allusione a Lynch svanisce, e palesandosi rivela il trucco, che da allora comincia a stancare: anche perché nella sistemazione più “realistica” del 2005 (dove si palesa che il “bimbo” è inventato), le psichedelie lynchiane funzionano se appunto sono “allusioni”, non se si smascherano smaccatamente…
mi spiego: se vuoi suggerire, al di là del testo realistico, che il “bimbo” potrebbe essere vero, allora devi mantenere la somiglianza con Rabbits di Lynch (con tutto il suo portato dei quadri familiari sibillini, straniti e deformati alla Balthus, Paula Rego o Edward Hopper: citazioni pittoriche che sono tutto un suggerire di doppi sensi nelle immagini, “familiari” sia perché sono comuni sia perché ritraggono spesso delle famiglie), così da instillare il dubbio dell’allucinazione…
se invece l’allucinazione la palesi e fai entrare un coniglio in scena, allora è ovvio che il bimbo è inventato, e quando nel testo lo palesano non è per niente una sorpresa né un colpo di scena (come era l’intento della riscrittura del 2005)…
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Una pecca che comunque non preclude il successo di un allestimento con le controgonadi che scorre per 3h (incluso un intervallo di 15′) senza annoiarti…
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Vinicio Marchioni era George:
non ha la stazza né la capacità di inquietudine che ho visto in Lavia o in Richard Burton, ma la sua figura la fa grazie a movenze danzanti marionettose che se non fanno paura di certo dànno bene l’idea di una persona leggera, imprevedibile e capace di tutto…
Sonia Bergamasco era Martha:
neanche lei ha la pazzia aggressiva di Melato e di Liz Taylor, ma ha più sensualità malsana…
Ludovico Fededegni era Nick:
rispetto agli altri attori, tutti impegnati a fare il classico inetto, Fededegni si è sforzato in tutti i modi di dare a Nick una affidabilità rispettabile…
Paola Giannini era Honey:
la Agnese Nano da me vista nel 2006 era davvero una donna disperata e quasi ritardata; Giannini mantiene la poca svegliezza di Honey traslandola in svampitezza: bel lavoro!
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