«Il barbiere di Siviglia» al Macerata Opera Festival

Dati i problemi descritti nel Papiro di quest’anno, temevo stavolta di rimanere senza il Macerata Opera Festival…

Inoltre, il Festival ha cambiato testa… Francesco Lanzillotta e Barbara Minghetti, dopo 3 anni di gioie, hanno lasciato al solo Luciano Messi (in realtà c’è un direttore artistico: Paolo PInamonti) la responsabilità di quest’anno e Donato Renzetti ha ereditato la direzione musicale annuale (non sembra che tornerà gli anni prossimi, ma si vedrà: Renzetti ha avuto moltissime presenze allo Sferisterio in passato) e l’allestimento di Tosca di Valentina Carrasco, preparato dalla triade (Lanzillotta, Minghetti, Messi) ma posticipato causa Covid (mi spiego: Tosca era prevista per il 2020, ma il Covid ha imposto solo due opere invece che tre, e Tosca fu la sacrificata e oggi recuperata)… in eredità è arrivato anche questo Barbiere, coprodotto con Pesaro…

Il Macerata Opera Festival e il Rossini Opera Festival di Pesaro sono le due grandi manifestazioni liriche delle Marche, e da anni «non si pestano i piedi»… Nonostante una voglia molto marcata di avanguardia scenica comune a entrambi (allo Sferisterio evidente dalla gestione di Francesco Micheli dal 2012 e a Pesaro già ben rodata dagli anni ’90 di Graham Vick), Macerata è sempre stata più “pop”, con prezzi abbordabili, mentre Pesaro è sempre stato abbastanza upper class, frequentato dagli studiosi e dalla gente più distinguished: almeno, così ho sempre pensato che fosse, non avendo Pesaro quasi mai avuto una vendita di biglietti online, roba che nemmanco il Festspielhaus di Bayreuth…
Ho sempre dato la “colpa” anche al fatto che Pesaro avesse venue più piccole rispetto ai 3000 posti dello Sferisterio di Macerata…
E poi Macerata, fino all’anno scorso, si “consumava” in 3 settimanette dalla fine di luglio a Ferragosto, mentre Pesaro iniziava proprio da Ferragosto: fatto che divideva molto bene le sfere di influenza, anche temporali, dei due eventi…

Questa demarcazione, negli anni, ha fatto sì che Rossini rimanesse, anche per ovvie ragioni, a Pesaro…

Barbiere, per esempio, erano anni che non veniva fatto allo Sferisterio: mi risulta dal 1995 (quando a dirigerlo fu proprio Renzetti, con regia di Lindsay Kemp)… e risultano, sfogliando a caso l’archivio, un Barbiere nell”80 (Nicola Rescigno con regia di Beppe De Tomasi: su YouTube si trova la ripresa TV della RAI di Tonino Del Colle), nell”84 (Antonello Allemandi con regia, se non è un errore, di Tonino Del Colle, stavolta in veste di regista teatrale), L’occasione fa il ladro e La scala di seta in un double bill al Lauro Rossi nel ’92 (Gustav Kuhn con regia di Marise Flach), e il Barbiere ’95 che s’è detto… poi lo Sferisterio è stato digiuno di Rossini fino a oggi…

La demarcazione Mecarata/Pesaro si attenua quest’anno con questa coproduzione che trova Macerata non solo alle prese con la chiusura di ciclo (la direzione Minghetti-Lanzillotta-Messi che continuava le idee di Micheli) ma anche con il cambio di amministrazione comunale…

Se negli anni passati le opere in cartellone si alternavano nei weekend tra venerdì, sabato e domenica, quest’anno il programma, più nutrito (oltre alle tre opere [la Tosca di Renzetti e Carrasco; i Pagliacci di Timothy Brock allestito da Alessandro Talevi, proposto con The circus di Chaplin con musica dal vivo; il Barbiere] anche numerosi concerti sinfonici anche di orchestre ospiti [il Maggio fiorentino], solistici [Jan Lisiecki], di musica filmica [la Rapsodia satanica di Mascagni e Oxilia] e balletti), era irreggimentato in periodi, con Tosca tutta a luglio, Pagliacci/Circus nella prima settimana di agosto, e Barbiere nella seconda settimana di agosto, apposta per gemellarsi con Pesaro che intanto partiva con Comte Ory, Gazzetta e Otello rispettivamente il 9, 10 e 11 agosto…
per un tour operator sarebbe stato quindi facile unire il Rossini di Macerata con quello di Pesaro, e vice versa, negli stessi giorni…

E se in passato lo Sferisterio brillava di banchetti di Emergency, e di merchandising speciale, oltre che di un libretto comulativo (contenente sinossi e libretti di tutte le opere in programma in una volta sola), quest’anno i libretti erano singoli ed Emergency non c’era, almeno a quanto ho visto io…

Questa coproduzione di Barbiere “nasce” nel 2020, quando proprio Graham Vick, nel 2018 felice regista, chiamato da Minghetti, del Flauto magico allo Sferisterio dopo anni solo a Pesaro, fu designato per unire gli sforzi di Macerata e Pesaro in un bando per un progetto di regia da coprodurre nel 2022, un bando che prevedeva gli sforzi di artisti under35… Vick poi è morto, nel 2021…

A vincere quel bando, la cui giuria era presieduta da Vick, è stato un assistente, tra gli altri, di Vick, di Micheli, di Davide Livermore e di Daniele Abbado: Daniele Menghini…

le derivazioni da Vick sono evidenti: le automobili e i monopattini in scena, la cocaina al posto dell’oro in All’idea di quel metallo (la cocaina che scorreva a fiumi nel Macbeth ’48 di Vick alla Pergola di Firenze), i movimenti studiati per i singoli figuranti, i “paratesti” che si ispirano, attualizzando il libretto (il «numero 15» della bottega di Figaro che è lo «stage 15», e il termine factotum trasformato in f*ck totum: esilarante)… ma si vedono anche altre ispirazioni: soprattutto dal Viaggio a Reims che Luca Ronconi allestì con Claudio Abbado e Ilio Catani (il regista televisivo) a Pesaro nell”84, uno dei primi allestimenti di Pesaro ripresi dalla TV: Ronconi inserì la ripresa televisiva nello show, con telecamere a vista in scena e schermi televisivi sul palco… Menghini fa una cosa simile: ci sono i vidiwall in scena e una troupe di telecamere che riprende ciò che nei vidiwall viene trasmesso, ma non è ripresa TV bensì video di social network, diretta Facebook o Instagram… la cosa sbalza quest’idea di Menghini dal semplice “raddoppio” scenico di Damiano Michieletto nel Rigoletto del Circo Massimo: in Menghini i personaggi fanno dirette e spot sui social continuamente: anche il biglietto che Rosina ha già scritto per Lindoro in Dunque io son, tu non m’inganni arriva a Figaro via WhatsApp… è un espediente che diverte assai, anche perché per allestire le dirette i personaggi sono giustificati nel truccarsi e nel muoversi nella maniera più stramba e caricaturale senza cadere affatto nell’esagerato, o se ci cadono, è appunto per ragioni sceniche…

La cocaina al posto dell’oro in All’idea di quel metallo è forse stata una decisione affetta da cattivo gusto, ma, oltre a non stonare più di tanto rispetto al libretto (alla vista dell’oro Figaro ha delle vere e proprie visioni già in Sterbini: la cocaina, pur essendo un’idea balorda, non contraddice affatto la funzione originaria del testo), ha inaugurato uno stile complessivo dello show che abbiamo osservato con alcuni compagni di esegesi…
Mi spiego:
la cocaina fa vedere a Figaro un inquietante coniglio gigantesco (cioè il «mostro singolar» suscitato in Figaro dall’oro/cocaina)…
nella Turandot di Ricci & Forte (allo Sferisterio nel 2017), c’erano i conigli, ed erano più assimilabili ai Rabbits di Lynch; Menghini sembra invece alludere a Donnie Darko di Richard Kelly (2001) e questo apre ad altre citazioni sparse: Rosina è un incrocio tra Clementine Kruczynski di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (di Michel Gondry, 2004), Marie Antoinette di Sofia Coppola (2006), Ramona Flowers di Scott Pilgrim vs the World (di Edgar Wright, 2010) e Sensualità a corte di Marcello Cesena (2005); nel finale I i movimenti coreografici (agiti da uno strepitoso corpo di ballo a cui, ripeto, Menghini ha appioppato motivatissimi movimenti a ogni singolo figurante) ricordano quelli di Thriller di Michael Jackson, Michael Peters e John Landis (1983); gli spot in mezzo alla diegesi ricordano Paul Verhoeven o ancora Landis (vedi la Soul Glo di Coming to America, ’88); e di nuovo Landis si potrebbe tirare fuori per gli onnipresenti corpi armati di Don Bartolo, atti a recludere Rosina, simili a quelli che inseguono Michelle Pfeiffer in Into the Night (’85)…
un citazionismo diffuso che ha costituito la cifra unitaria dello show

Uno show movimentato e caleidoscopico, in cui non tutto appariva davvero motivato (Don Basilio era appesantito dallo stare sempre al telefono), in cui non tutto era risolto (impossibile, anche per i moderni, riuscire a “giustificare” davvero i concertati del finale I: Menghini ha optato per la solita linea canora, immobile a gorgheggiare su un divano: ma così sarà sempre: qualsiasi movimenti comprometterà sempre la difficoltà di seguire l’infernale geometria musicale di Rossini), in cui tanto era troppo esagerato (le guardie armate hanno reso Bartolo un vero e proprio aguzzino invece dell’innocuo buono a nulla che traspare dalla musica, e fanno patire a Rosina forse un po’ troppe angherie, quasi parossistiche), ma che ce la fa a risolvere le cose per il meglio, con uno stile solido e compatto (l’aria da Sensualità a corte in salsa di diretta Instagram si è subito sposata perfettamente con Rossini: e un look così ben coerente ha assai giovato all’allestimento), e con un finale davvero arguto:
Rosina, vessata e reclusa da Bartolo, va in sposa ad Almaviva ma, si capisce, anche costui la recluderà…
allora Rosina scappa, ripresa dalle telecamere in scena, per un finale visibile solo nei vidiwall: Rosina fugge dalla platea dello Sferisterio, esce in strada e lì trova un’auto guidata da uno strano Pulcinella, onnipresente fino ad allora in scena e suscitante perplessità nel pubblico, dato che all’azione partecipava ma non troppo… al momento di Cessa di più resistere, quel Pulcinella piange disperato e si strucca, molto scontento dello sposalizio tra Almaviva e Rosina… e alla fine troviamo lui a dare un passaggio a Rosina verso la di lei vera libertà!
Geniale!

A livello musicale, il giovane direttore Alessandro Bonato è stato tramortito dallo Sferisterio… l’orchestra era concertata in maniera sufficiente ma non esaltante: tutto dava l’idea di attutito…

i cantati hanno tutti sofferto problemi di volume canoro…

Bonato, forse a causa della complicatezza scenica, ha tagliato tempi comodissimi, quasi “noiosi”…

Ruzil Gatin, Almaviva, ha fatto Cessa di più resistere, ha dato vita a un “Don Alonso” fricchettone che invoca Pace e gioia all’inizio del secondo atto come un hippe (divertentissimo), ed era ottimamente agile, anche se ha risolto gli acuti con fili di voce che sono andati perduti nell’ampiezza dello Sferisterio…

Roberto de Candia, Don Bartolo, ha subito l’idea di Menghini di un Bartolo aguzzino: è stato molto in difficoltà anche con i tempi comodi, ma è riuscito a inforcare un Signorina un’altra volta quando Bartolo andrà fuori di tutto rispetto…

Serena Malfi, Rosina, è stata un contralto più che buono, e attrice più che divertente… forse non è stata abbastanza guizzante per essere memorabile…

Alessandro Luongo, Figaro, era scenicamente ineccepibile, forse poco “buontempone” come magari Figaro potrebbe essere, ma è spesso rimasto indietro anche nei tempi diluiti di Bonato…

Andrea Concetti, Don Basilio, non è stato male, aveva un’ottima verve, ma è stato un po’ soffocato dalla gestica impostagli da Menghini…

Nella recita da me vista, l’ultima di tutto il festival, mancava Berta, indisposta all’ultimo minuto, cosa che ha lasciato sguarniti i concertati del finale I e ha fatto “segare” tutti gli interventi di Berta e Ambrogio (già poco considerati in partiture non osservanti l’ecdotica di Zedda): una cantante ha sostituito la titolare per eseguire Il vecchiotto cerca moglie “in forma di concerto”; tagliate anche alcune battute tra Bartolo e Basilio nel secondo atto…

Tutto sommato, però, anche nei tempi fluviali (tra l’altro neanche troppo estranei a certa discografia non “zeddiana”, vedi, per esempio, la lettura di Patanè a Bologna dell”88), Bonato e il cast hanno portato a casa un Barbiere piacevole, che non lascia scontenta una platea orfana di Rossini da quasi 30 anni; e Menghini ha ideato uno spettacolo unito, consequenziale, dettagliato, in cui molte genialità hanno sopravanzato alcune idee forse farlocche…

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