«L’arte della gioia» di Goliarda Sapienza

Inutile districare le matasse dell’iter editoriale del romanzo, ultimato nel 1976 [curioso consuntivo che inizia nel 1900 perfettamente coevo al Novecento di Bertolucci, ovviamente femminile]…

Quell’iter è stato ricostruito

  • da Domenico Scarpa nella postfazione dell’impressione Einaudi del romanzo nel 2008;
  • da Giovanna Providenti nella sua opera di riferimento su Sapienza: «Quel sogno d’essere» di Goliarda Sapienza. Percorsi critici su una delle maggiori autrici del Novecento italiano, Roma, Aracne, 2012;
  • dal marito di Sapienza, Angelo Maria Pellegrino, nella Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’«Arte della gioia», Roma, Croce, 2016;
  • da Alessandra Trevisan in «L’arte della gioia» di Goliarda Sapienza: una pubblicazione lunga vent’anni (1978-1998), in «Kepos. Semestrale di letteratura italiana», n. 1 (2019), Firenze, Clori, 2019: articolo davvero dettagliato che rintraccia tutti i riferimenti documentali possibili e immaginabili su tutti i rifiuti descritti nelle precedenti pubblicazioni…

e quell’iter, grosso modo, ha riguardato sempre la lunghezza dell’Arte della gioia, giudicata impossibile da maneggiare a livello editoriale in un tempo, gli anni ’70, in cui tutti i romanzi lunghi ebbero problemi (Scarpa cita Corporale di Volponi e La storia di Elsa Morante, entrambi del ’74; Petrolio di Pasolini, incompiuto nel ’72 e pubblicato solo nel ’92; e perfino Il partigiano Johnny di Fenoglio, uscito postumo, sistemato da Lorenzo Mondo, nel ’68) al cospetto di una ritrovata voglia di brevità (e ancora Scarpa cita Le città invisibili di Italo Calvino, ’72; Todo modo di Sciascia, ’74; e Centuria di Giorgio Manganelli, ’79)…

Sapienza e il marito Pellegrino, dopo tentativi a destra e a manca, e dopo telefonate a Pertini per raccomandazioni (Pertini era stato compagno di antifascismo e amico intimo dei genitori di Sapienza), riescono a far uscire 39 dei 95 capitoli dell’Arte della gioia presso la Stampa Alternativa di Viterbo nel 1994…

poi Sapienza muore, nel ’96…

Pellegrino riesce a far pubblicare tutti i 95 capitoli ancora da Stampa Alternativa, nel ’98, in una tiratura però limitatissima, che avrebbe condannato il romanzo all’oblio…

Ma Pellegrino non molla: contratta una ristampa di non trascurabile tiratura con Stampa Alternativa nel 2003, capace di suscitare sufficiente curiosità da riuscire a far uscire il romanzo in tedesco in due volumi (ognuno con una traduttrice e un titolo diversi), presso la Aufbau di Berlino… il primo tomo (In den Himmel stürzen) esce nella primavera del 2005, il secondo (Die Signora) nel 2006…

Già il primo tomo del 2005 suscita curiosità in una serie di editrici: l’editrice di Aufbau parla dell’Arte della gioia all’editrice avanguardista francese Viviane Hamy mentre discutono i diritti tedeschi di Fred Vargas, e Hamy fa subito uscire L’arte della gioia in francese, nello stesso 2005… e dal francese L’arte della gioia va in tutto il mondo per poi tornare in italiano, nel 2008, presso Einaudi, tutto intero dei suoi 95 capitoli, con l’introduzione di Pellegrino e la postfazione di Scarpa…

L’arte della gioia è un romanzone grosso, di cui si dovrebbe leggere solo cose scritte da gente che ci capisce…

Nel mio piccolissimo io posso solo riscontrarvi l’archetipo di molta delle letteratura femminile che ho letto (su tutti Tutti gli appuntamenti mancati e Un giorno verrà di Giulia Caminito), ma, nonostante la grande suggestione della Storia (maiuscola) dell’Arte della gioia, io sono rimasto un po’ tramortito dalla lunghezza e dalla foggia della saga familiare con tremila cugini e figli che mi sono spesso sfuggiti di mano

Come in Wuthering Heights, in L’arte della gioia qualsiasi copula genera bambini, e fin qui ok, ma nonostante questo la gente partorisce senza mai essere stata descritta incinta…
Inoltre, i figli vengono poi cresciuti non dai genitori naturali e questo porta a vari “rapporti” di “semi-cuginanza” varia passibili anche di relazioni tra gente che è cresciuta insieme…
e come in Emily Brontë, Sapienza sta lì a rendicontare le somiglianze tra questo e quello (del bimbo col nonno, con la zia, col cugino), oltre alle diatribe competitive dei vari odii che sbocciano insieme agli amori (con i cugini o fratellastri che si trattano male, e altre invidiette puberali e adolescenziali varie ed eventuali tra gente che ha condiviso i parenti)…

Come nei romanzi di Tolstój, a ogni nome corrisponde un soprannome, certe volte anche due (una che si chiama Ida è appellata sia Bambolina sia Bambù: per ricordarsi che si chiama Ida occorre scervellarsi) e le parentele e le para-parentele abbisognerebbero, come in Doctor Živago, o come appunto in Wuthering Heights, di un albero genealogico da consultare ogni volta, dato anche che i nipoti tendono a essere chiamati come i nonni!
Caratteristiche simili di obnubilamento delle generazioni si hanno anche con La casa degli spiriti di Isabel Allende (1982), anch’esso denso di politica e trattante di un mondo aristocratico che lotta con l’avanzare della dittatura, ma molto meno etico e libertario rispetto all’Arte della gioia (e Allende aveva fatto prima nel disambiguare i nipoti non chiamando mai nessuno come i nonni!)

Oltre alla confusione per i miliardi di figli e figliastri, io ho avuto temporanei grattacapi sul fatto che la protagonista, Modesta, è così «amore libero» da provare sentimenti sessuali per chiunque la stimoli: amiche, contadini, amici, conoscenti, servi, servette, nonne e matrone, perfino i suoi stessi figli o quelli che ha cresciuto, sono per lei fonte di affetto e quindi di fantasie, se non concretezze, sessuali…
La cosa ha un senso, ma un senso che si forma dopo: all’inizio si ha l’impressione di vedere una parodia di un personaggio di Beautiful pansessuale… e la cosa non dà fastidio, desta solo un leggero interrogativo in quelli, al contrario di Modesta (e forse meno fisicamente fortunati di Modesta), convinti che il sesso vero, parafrasando Mystic River, «doesn’t happen twice / doesn’t happen once, most times…»
Poi il senso di questa pansessualità arriva e si evince che, oltre a essere un grande logos di liberazione identitaria (con discorsi di amore assoluto, per tutti i sessi, ancora da incorniciare in questo mondo pieno di Salvini, di Meloni e Adinolfi; per di più discorsi riferiti, in diegesi, agli anni ’20, e in poiesi agli anni ’70!), il sesso, per Modesta, è metafora di fertilità intellettuale (Modesta è attratta più di tutti dal fattore arraffone [Carmine] intento a fregare i padroni per arricchirsi e con lui fa un figlio ma non ne tace i comportamenti ignobili, che Modesta rivedrà appunto nel figlio e nell’altra progenie avuta dall’arraffone con altre donne [come a suggerire che le nuove generazioni, cioè Modesta, dovranno prendere il «buono» da gente come Carmine per quel che riguarda il connubio con la terra, l’istinto della tradizione intesa come Erlebnis irrinunciabile, e la sete di ribellione, ma dovranno anche gettare il «cattivo» di quelli come Carmine, cioè la natura prevaricante, il senso isolazionistico, e lo spregevole partiarcato]), è metafora politica (Modesta scopa con tutti i socialisti e mai con un fascista), ed è metafora di maturazione ideologica (per tanti anni scopa con una stra attivista comunista [Joyce] della quale però disprezza il senso di martirio e di religio doxastica)…
e quando il senso di questa foia fornicante arriva allora tutto si sistema, ma all’inizio, ripeto, spiazza…

Spiazza il sistema di Sapienza di lavorare quasi solo teatralmente o con script (ricordiamo che Sapienza è stata per tanti anni attrice per Luchino Visconti e per 18 anni ha convissuto con il regista Citto Maselli) invece che con effettive descrizioni ottocentesche…
Finisce che Arte della gioia è un curioso ibrido tra voglie di epos contadino verista (vedi la Sicilia di Verga, De Roberto o Tomasi di Lampedusa) e stritolamento aristo-familiare romantico (Tolstój, Dostoevskij e Turgénev su tutti, ovvio) costruito però alla Čechov teatrale, con solo dialoghi, ogni tanto contrappuntati da visioni oniriche di pseudo-analessi e pseudo-prolessi, funzionanti più come delirio oracolare di premonizione, o come giustapposizione di Leitmotive psichico-archetipici (il più efficiente è quello di Tuzzu, primo orgasmo della Modesta ragazzina, e giovanotto che le insegnava la vita da piccolissima, che torna come pensiero e sogno da invocare e evocare in qualsiasi situazione di orgasmo o dubbio fino alla vecchiaia)… è una sorta di sceneggiatura di un Kammerspiel con allucinazioni!
La cosa intrippa, anche se, ogni tanto (ripeto che i capitoli sono 95), il rischio di finire alla Dumas-padre (che scriveva dialoghi lunghissimi perché pagato a parola) è elevatissimo (specie nel capitolo 65, in cui Sapienza trascrive parola per parola il testo di una recita che allestiscono i ragazzini, nipoti figli e figliastri, in giardino, per pagine e pagine e pagine)…

Entusiasma certamente la natura politico-libertaria del romanzo che ha avuto, per me, almeno, due valenze:

  • Arte della gioia è un formidabile romanzo antifascista, che sta alla Sicilia e all’Italia assediata dal fascismo come Guerra e pace sta alla Russia assediata da Napoleone!
    Inizia con una straziante scena di prevaricazione nella Sicilia contadina dei primi anni dei 1910s, e “nicchia” con il libertarismo fino alla fine della Prima Guerra Mondiale… affronta i problemi di divisione della sinistra nel ’22 con chiarezza ma lasciandoli volutamente sullo sfondo, perché è dal ’25 e dagli anni ’30 che la documentazione della vita di merda sotto il Phasho esplode fragorosa!
    Sapienza non tace dei tradimenti in seno ai socialisti;
    non tace delle spedizioni punitive delle squadracce che lasciano morti ammazzati;
    non tace della spregevole propaganda da lavaggio del cervello perpetrata sui ragazzini;
    non tace della scioccante violenza delle carceri e del confino (per ben 6 anni Modesta sta in una galera fascista in pieno delirio e in pieno blocco intestinale: impossibile non piangere disperati!);
    e non tace della drammaticissima constatazione che il fascismo rimarrà il peccato originale italiano, con i patti lateranensi vissuti dalla chiesa come carta di eredità del fascismo (con la chiesa, cioè, che si sentirà legittimata a perpetuare l’ideologia fasulla fascista), e con la guerra a imprimere depressione e disperazione tra i reduci (le scene del secondo dopoguerra, degli sfollati e degli sconfortati ritorni post-traumatici sono paralizzanti per quanto commuovono): il tutto risultando in una quasi “impossibilità” di poter davvero ricostruire qualcosa che possa davvero essere diverso da quella odiosa dittatura che ha pressato e pestato i cervelli di tutti…
    Sapienza, come Tolstój (di cui cita direttamente Resurrezione, vedi Libri contro la violenza di genere), trova la quadra nella felicità individuale da orchestrare con le tante felicità degli altri, arrivando quindi a disprezzare anche le nomenklature sovietiche e i marmorei diktat che impongono invece di lasciare fluire, appunto, la gioia…
    come non adorare tutto questo?
  • Come molte volte si è discusso con Alessandro e con Fritz, soprattutto a proposito di gente come Claudia Durastanti, o di Effetto Burundanga (o anche di Caminito), la grande tragedia della provincia decentrata italiana (dal Friuli al Salento), priva di cultura e di mezzi di comunicazione, mentre è zeppa di atavismo, superstizione e depauperamento intellettuale, è spesso narrata con una sorta di lamentina vittimista molte volte tautologica, alimentante un atteggiamento di chiusura mentale nella stessa denuncia della condizione: cioè chi scrive per denunciare i dolori di una tale provincia alla fine finisce per dire, almeno a mio avviso, che tali dolori sono necessari 1) perché così permettono agli scrittori di scrivere, 2) perché senza le cose per cui lamentarsi il lamentone non avrebbe scopo nella vita…
    Sapienza spazza via tali aporie scrivendo uno dei romanzi nazionali della Sicilia connettendo la Sicilia con tutto il mondo: l’Erlebnis contadino, aristocratico e perfino autarchico della Sicilia, è visto da Sapienza NON come roba da subire ma come roba da superare in connubio con tutto ciò che c’è in Italia e nel mondo!
    Sapienza denuncia le arretratezze della Sicilia ma viaggia e impara per “risolvere” quelle arretratezze riuscendo a preservare la cultura: riuscendo (come nella storia d’amore di Modesta con Carmine) a dividere le qualità intrinseche della Sicilia dalle erbacce del vetusto…
    Ed è una liberazione per me poco consona, visto che è una liberazione “marittima” e mediterranea, cioè altra da me che sono nordico e montanaro, ma è una liberazione tutta da godere (come i tanti orgasmi di Modesta!)

Queste istanze di liberazione (femminile, sessuale, regionalista), il sopraffino antifascismo, lo stile curioso (di dialoghi con allucinazioni in mezzo), riescono a bilanciare la grondante lordura da feuilleton fatta di amori improbabili, di archi narrativi esagerati (il centro del romanzo è uno dei figli di altro letto di Carmine che spara a Modesta per gelosia dopo una loro breve relazione; ma nonostante lo sparo Modesta torna a fare l’amore con questo per via di una superba e manzoniana redenzione che porta lo sparatore perfino a sposare una delle tante figlie o figliastre di Modesta! roba che, davvero, neanche Beautiful o la peggiore telenovela) e di ipertrofia di capitoli con pagine e pagine del tutto inconcludenti?

Forse sì…

Perché si sente che Arte della gioia, come appunto tutte le altre cose che si sottraggono alla sintesi (da Moby Dick all’Orlando furioso), condensa un’epoca e un’esistenza, e ciò è sempre salutare, e in questo caso ancora di più perché condensa un’esistenza perfino potenziale…
poiché il mondo di Modesta, fatto di libero amore e di gioia individuale presa a tassello di costruzione della gioia universale, capace di resistere al fascismo, si staglia come un raggio di Streben verso un’utopia all’orizzonte, da inseguire, percorrere, da tenere presente per ispirarsi, per modellarsi, per costruirsi, o anche per edificarla, quell’utopia, ogni giorno proprio per vivere in un mondo più “forte” sì, ma più forte d’Amore (non di prevaricazione) in cui morire…

E quell’utopia c’è e resiste anche sotto le montagne di pagine che forse a ragione (o forse no) gli editori avrebbero voluto sfrondare…

ma si può davvero sfrondare l’utopia?

Come in tutti i romanzoni impegnativi (vedi anche La torre, dove si parla anche di Vita e destino) la lunghezza ipertrofica dell’Arte della gioia fa parte di quella fatica del costruire, del discernere, dello scremare tra gioia e dolore, che costituisce il mondo potenziale e possibile in cui si potrebbe vivere in libertà senza il fascismo…

un lavoro (una vita) che è bello fare (vivere)

Valeria Golino ha fatto una serie che è andata anche al cinema in due parti: la prima, la seconda

9 pensieri riguardo “«L’arte della gioia» di Goliarda Sapienza

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      1. Tra i libri della vita inserirei senza dubbio anche “Il ballo tondo” di Carmine Abate: l’hai letto?

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