Dopo Favolacce avevo paura che i Fratelli D’Innocenzo prendessero la via del pretenzioso, del «so tutto io», cioè di Lanthimos, per capirsi…
E riguardo Favolacce riscontravo proprio un problema di «mancanza di inconscio»: era troppo “positivo” (nel senso di “effettivo”) e mai deturpato, troppo oggettivo e mai storpiato di intorbidazione della percezione… anche il dato maeterlinckiano dell’eterno ritorno era più un garbuglio di intreccio che una problematica psichica… e contrapposi Favolacce a Buio, al contrario tutto interiore, tutto within, tutto psicanalitico…
Nella presentazione a Firenze, con i D’Innocenzo ed Elio Germano in persona a presentare il film, ho scoperto due registi che non erano per niente «so tutto io», anzi: si prendevano in giro e facevano battute sul loro lavoro… mi sono rimasti assai simpatici…
E nei titoli iniziali ho visto che, come «produttore creativo», è accreditato Claudio Corbucci, lo sceneggiatore di Buio!
Allora mi sono proprio “attivato” per vedere se, con Corbucci, i D’Innocenzo avessero incorporato un po’ di inconscio nella loro idea di cinema…
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Il risultato è un imponente capolavoro… senza esagerazione…
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Inizia come un qualcosa alla Dardenne, alla Joachim Lafosse, e inquadra un Elio Germano alla Bryan Cranston, o alla D’Annunzio…
poi la maestosa fotografia (di Paolo Carnera) vira tutta in immagini incubiche, in simbologie cromatiche di deliranza, in oscurità colorate di fauvismi significanti, di neri parlanti, di luci roboanti e inzuppate di incertezza, di scollamento tra la visione e quello che si cataloga come visione: per alcuni secondi vediamo macchie che sappiamo essere cose che conosciamo ma non riusciamo subito a capire cosa sono…
il mirabolante montaggio (del grande Walter Fasano) rende le luci e le immagini quasi delle scintille che balenano in una notte della comprensione e sparpagliano le impressioni, i tempi di durata, l’ordine dei fatti…
I D’Innocenzo trovano un equilibrio subliminale tra movimenti e stacchi: i movimenti svicolano e corrono neanche con una macchina a mano (che comunque c’è) ma con voli fluidi, scorrevolissimi, lisci, che però sono tutti sghembi, nervosi, si avviluppano nel fuori fuoco, o proprio nel buio colorato di fauvismi acquerellati della fotografia…
La resa visiva finisce per somigliare più che altro a quella di Neon Demon di Refn, anche se con più prontezza pittorica…
E anche Elio Germano, da D’Annunzio, finisce per “deformarsi”, per scolorarsi, per sciogliersi, arrivando sia, da una parte, nei pressi del Gene Hackman di The Conversation di Coppola (1974), sia, per certi versi, nel quadro della performance urlata, fisica, arrabbiata e insieme disperata di Emilio Ghione nei Topi Grigi (1918), nel suo Za la Mort fantasmatico e seriamente solido nel suo essere archetipo primordiale ancora non connotato da un segno, benevolo o malevolo, così da poter essere entrambi…
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Con questa resa visiva sconvolgente, i D’Innocenzo raccontano una vicenda quasi simile a quella di Dogman di Garrone, anche se lavorano diversamente con la tensione della visione…
se Garrone limita quello che la macchina riesce a vedere con riprese ravvicinatissime, limitanti la precisione e quindi ispiranti l’inferenza, l’immaginazione dello spettatore, i D’Innocenzo invece non è che “limitano” quello che la macchina vede, proprio pongono davanti a una macchina che vola dappertutto tutti i quadri più interiori e inconsci che possono: non è, quindi, che non siano aperti all’inferenza e all’immaginazione, ma è un’immaginazione tutta interna, non dello spettatore ma del personaggio!
E questo non è un male, perché l’immaginazione del personaggio costringe lo spettatore a rapportare la psiche del personaggio con la propria, a rapportare le proprie delusioni colorate con quelle, astratte, del personaggio!
in questo modo, i D’Innocenzo, con l’apporto di Corbucci, riescono a parlare a livello molto profondo di inquinamento di tutta l’etica da parte del patriarcato, un patriarcato che infetta tutti i simboli mentali possibili: il patriarcato, la ferocia e la violenza insozzano tutti gli ideali possibili di amore, famiglia, affetto, fiducia…
siccome ci sono i traumi del rappresentarsi come duri e puri (a causa dell’educazione maltrattante, rappresentata perfettamente da un entusiasmante Massimo Wertmüller, denso di un aspetto luciferino sfatto simile a quello che ha Tomas Milian nel Traffic di Soderbergh), allora tutti i sogni si turbano, inciampano, come le immagini, in un topsy-turvy che coinvolge tutta la mentalità, tutta la mente…
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in solo 90 minuti, i D’Innocenzo ci sconvolgono buttandoci addosso un testo fiammeggiante che parla dell’impossibilità di convivere con i traumi interiori, con il macigno interno delle aspettative e dei turbamenti di “perfezione”, e insieme esprime quanto marciume ci sia sotto la superficie laccata della società, con toni lucidi alla David Lynch, e con conclusioni alla Psycho (su cui è quasi modellata l’ultima inquadratura)…
in questo testo tutto concorre al razzle dazzle, all’allucinazione: dalla resa visiva pastosamente pittorica, ai movimenti di macchina lisci ma densi di terrore minaccioso, alla musica tremolante dei Verdena (c’è anche l’Intrada dello Schiaccianoci di Čajkovskij, che, ricordiamoci, fu anche rifatta da Vangelis per i Panda nella canzone Notturno del 1978)…
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I D’Innocenzo costruiscono un film puntualissimo nella presentazione dell’inconscio malato che si manifesta, spunta nei meandri dell’animo e sopravvive, appare, riemerge dal sommerso, dallo ctonio…
E presentano quell’inconscio partendo da un sostrato simile alle sciocchezze violente, ai Giustizieri della notte, per poi esaltare e sublimare tutto in cosmico, appunto in psicologico, onirizzando e analizzando con precisione i problemi che non sono violenti in quanto appartenenti a una “violenza che c’è”, ma sono problemi che afferiscono a una violenza potenziale, che c’è ma si esprime nel non detto dell’Es, nell’inconfessato dell’inadeguatezza, della colpa, del rimorso: ed è quindi una violenza ancora più tosta, ancora più truculenta, perché non la si debella con la “giustizia”, non la si debella con la morte: è una violenza che non va mai via…
e sfilaccia tutto, fa marcire tutto, e investe ogni cosa, ogni personaggio ma anche ogni immagine, ogni movimento di macchina e ogni fotografia: ogni frame sembra riconoscibile ma non lo è, e ogni frame, immerso esso stesso nella violenza inconscia del marciume patriarcale, è prima pittogramma di colore e forme invece che oggetto riconoscibile e categorizzabile, perché la violenza ctonia ammorba e impiastriccia tutto, anche tutto quello che pensiamo di conoscere…
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Un film efficace e ficcante, che prende da tutti i Lynch e da tutti gli Hitchcock (e da tutti i Cronenberg, i Refn, i Dardenne, i Lafosse, i Ghione, i Garrone, gli Amenabar, le Dolores Claiborne di Hackford, e chi più ne ha), e li impasta con conoscenza, sapienza, e lucidità della denuncia in qualcosa di nuovo, zeppo di istanze di visione e rappresentazione della violenza mentale del tutto sorprendenti, incollate alla trama, in un miraggio di unione tra copione e immagini fantasmagorico…
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Un cinema che io idolatro e di cui ho bisogno…
e che nel mondo patriarcale del machismo e del femminicidio serve anche a tanti altri…
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Dato che era disponibile questo, non si capisce perché agli Oscar debba concorrere quel corpo sciolto di Sorrentino…
America Latina sarebbe stato un avversario degnissimo di Madres paralelas…
Ecco.
Mi accodo alla tua domanda finale.
Sorrentino concorre agli Oscar perché è amatissimo da Hollywood. E per Hollywood intendo non solo i critici, ma anche gli addetti ai lavori: ad esempio, ricordo di aver letto un’intervista di Jane Fonda in cui disse di aver incontrato Al Pacino in un bar, e che chiacchierando con lui ha scoperto che stava girando a Hollywood la sceneggiatura del nuovo film di Sorrentino. Quando l’ha saputo Jane Fonda ha fatto fuoco e fiamme per entrarci, e così ha ottenuto un ruolo in Youth. Ora, se una super diva come Jane Fonda smania per partecipare ad un suo film e un altro dio del cinema come Al Pacino fa pubblicità gratuita ad una sua sceneggiatura, allora vuol dire che Sorrentino è diventato a sua volta un dio del cinema. Non tanto per la qualità dei suoi film (che non mi sono mai piaciuti), ma nel senso che a Hollywood lo venerano come un dio. E quindi sarebbe stato sciocco da parte dell’Italia non approfittare a piene mani della situazione, a prescindere dalla qualità di America Latina e degli altri possibili concorrenti.
Spero tu abbia ragione…
Quando si attuarono queste logiche per il Pinocchio di Benigni andò assai male… e Benigni da dio a Hollywood nel 1997 (l’unico attore a vincere l’Oscar per una performance non recitata in inglese [Dujardin non conta perché nella sua performance premiata dice solo una frase, e il film per cui vinse era sì francese ma in coproduzione statunitense]) divenne ben presto “old news”…
queste logiche di marketing sono profezie che si autoavverano: se ci indovinano (e l’indovinello è del tutto casuale) tutti si atteggiano a geni del «ve l’avevo detto», ma se non ci indovinano nessuno vuole prendersi la colpa: tutto perché si cerca di stabilire leggi per cose, come le mode, che sono del tutto casuali…
Sono situazioni profondamente diverse. Benigni ha avuto la sfortuna di azzeccare troppo presto il film della vita, di raggiungere troppo presto la cima della montagna, generando delle aspettative che non era assolutamente in grado di mantenere con i film successivi. Sorrentino invece è da tempo che convive con queste aspettative, e ha dimostrato di non soffrirne (anzi secondo me ci gode pure). Lo dico pur stimando Benigni e detestando Sorrentino. Grazie per la risposta! :)
Situazioni diverse ma sono risuccesse molte volte, anche in altri ambiti: ti ricordo Lone Ranger di Bruckheimer…
E io ho espresso dubbi sugli Oscar solo per logorrea: non do agli Oscar alcuna credibilità: si sa tutti che gli Oscar li vince chi paga, sicché se vincerà Sorrentino sarà per via di elargizioni economiche di Netflix più che per l’adorazione di star americane ottuagenarie…
Se per pagare intendi corrompere i giurati, non voglio crederci. Se invece per pagare intendi investire moltissimo nella promozione dei propri film, è vero che gli Oscar si vincono anche (ma non esclusivamente) percorrendo questa strada, come puoi appurare leggendo questa pagina: https://it.wikipedia.org/wiki/Riconoscimenti_ottenuti_da_American_Beauty
Non so se su Wikipedia si constata che tanti film, anche American Beauty, vinsero per intervento (e dai a questa parola le accezioni che vuoi) di Weimstein…
Certamente: Weinstein era un porco, ma aveva un grande fiuto sia per il marketing che come talent scout. E infatti i suoi film, oltre ad essere molto premiati, spesso erano anche molto belli. Dal punto di vista umano Hollywood è un posto molto migliore senza di lui, dal punto di vista artistico un po’ meno.
Se fiuto del marketing vuol dire minacce e ricatti, ok…
E sul fatto che fossero film belli quelli che ha fatto vincere agli Oscar (tra cui idiozie come Shakespeare in Love e Il paziente inglese o tutti i film di Minghella) si può prendere come scherzo (e non vale usare come esempio Tarantino, il singolo non fa statistica)…
Dove hai letto di minacce e ricatti?
Ho letto tanto di Weimstein e di Scott Rudin. Ma è normale, gli Oscar non hanno una giuria, c’è l’Academy, che sono professionisti che spesso ancora lavorano e quindi sensibili a qualsiasi ricatto…
E i membri più anziani guardano solo i film che gli vengono mandati a casa, e votano a seconda dei regali che vengono “allegati” al film: vino, gioielli…
Gli Oscar sono una corruzione sistematica…
Quello dello spettacolo è secondo forse solo al covid come ambito nel quale ci si dà al complottismo spinto, per questo ti avevo chiesto di citarmi le fonti precise: perché questo mi avrebbe permesso di capire se erano notizie affidabili o se invece erano pettegolezzi del tipo “Paul Newman era gay e ha fatto sesso con me, ora vi racconto tutto!”. Se trovi un link giramelo, per favore.
Vabbé… i link sarebbero tanti: è come chiedermi «linkami dove si dice che la terra è tonda»: ci sono testimonianze, ripeto, su Weinstein (vedi quelle di James Mangold, per esempio), su Rudin; ci sono voci della Wikipedia inglese sui problemi degli Oscar, tutte in bella vista…
È ovvio che tutti dicono «I can spend money to make sure voters see my film. But I can’t make them love the film; that’s up to them.», e questo, certo, esclude, come ho detto anch’io, la corruzione diretta, ma conferma a mille gli “Oscar baits” e il dramma che i membri dell’Academy vedono solo i film i cui produttori possono spendere per farli vedere: capisci che, in questo modo, il gioco è tutto tranne che trasparente o aperto a tutti…
è così anche in tantissimi altri ambiti (gli sport, per esempio), ma far passare tutto questo come “genialate di marketing” (magari per far vincere Shakespeare in Love al posto di Thin Red Line), uff, è tosta da digerire…
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dare valore agli Oscar è come ritenere il libro di Alex Ferguson scritto da Alex Ferguson, là dove Ferguson ha solo parlato al registratore di Paul Hayward, e poi Hayward ha scritto il libro…
o come essere felici quando si vince un qualsiasi campionato (di auto, moto, calcio o che ne so) solo perché si è speso di più…
Secondo me invece il gioco è aperto a tutti, nel senso che sono tanti i piccoli film indipendenti che riescono a farsi nominare e premiare alla notte degli Oscar. Poi è chiaro che questi film partono svantaggiati rispetto a quelli che sono stati molto promossi dai loro produttori, ma talvolta il dislivello artistico è così evidente che i giurati dell’Academy votano comunque per il piccolo film indipendente (anche perché il loro voto è segreto, e quindi nessuno glielo può rinfacciare). Per questo a mio giudizio è legittimo festeggiare un Oscar anche se è arrivato a seguito di una poderosa campagna di marketing: perché la promozione da sola non basta, il film deve anche piacere sinceramente, e piacere di più rispetto a ben 4 film suoi concorrenti. Nel caso dell’Oscar principale i concorrenti possono diventare perfino 9. Tu hai fatto un parallelismo con lo sport: anche lì vale lo stesso discorso, nel senso che è legittimo festeggiare una vittoria anche se hai speso più di tutti per raggiungerla, dato che i soldi non sempre bastano per comprare tutto (Manchester City e Paris Saint Germain ne sanno qualcosa, dato che hanno perso le ultime 2 finali di Champions’ League). Buona Domenica! :)
Sembra che tu non abbia affatto presente chi vince gli Oscar… quando mai hanno vinto film indipendenti?
Nominano 10 film ma le nomination se le spartiscono sempre non più di 5 film ogni anno (appunto gli Oscar Baits), hanno vinto film, attori e tecnici improvvisati e hanno vinto per politiche interne, per spartizioni appunto di marketing (i più recenti sono gli Oscar a Black Panther della Marvel, ma gli inganni e le manipolazioni ci sono sempre stati: dalla United Artist che premette per Marty nel ’55, a far vincere a Chaplin l’Oscar alla colonna sonora nel ’72 per un film di 20 anni prima e tutto per far contenta la Columbia)…
E se ti va di festeggiare solo le 3 o 4 squadre di calcio (o di altri sport) tutti gli anni, fai pure…
Ragionando con questo tipo di marketing e liberismo, apprezzando solo coloro che pagano per farsi apprezzare, si riduce qualsiasi contributo intellettuale: gli autori di libri sono solo i 3 o 4 che possono pagare, e così gli editori e così i musicisti e così i teatri…
Tra l’altro è lo stesso meccanismo che ci rivoga sempre le solite storie, quelle che vendono e vanno di nostalgia…
Che il mondo vada così o che lo showbusiness vada così da sempre, ok, evidentemente non ci si può fare niente (ahinoi), ma che ci debba piacere la glorificazione di questo sistema assunta a “premio” (un premio che quindi è solo a chi ha pagato meglio) proprio no, abbi pazienza…
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Buona domenica anche a te!