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Consigliato in qualsiasi gruppo social incentrato sulla lettura…
1094 pagine…
Scritto nel 2015 come secondo importante lavoro della scrittrice losangelino-hawaiiana Yanagihara, pubblicato a New York da Doubleday…
adattato in spettacolo ad Amsterdam da Ivo van Hove nel 2018
tradotto da Luca Briasco per la Sellerio di Palermo nel 2020… [erano evidentemente ancora tempi in cui non si scandalizzava nessuno quando traduttore e tradotto non coincidevano perfettamente a livello personale o sociale]
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Beh…
che dire?
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Che è certamente bello, e che è un’esperienza in cui tuffarsi pienamente… ovvio…
però ha diverse somiglianze con un tipo di fiction che nei nati nei miei anni ha suscitato diverse “risate di reazione all’esagerazione”…
mi spiego…
ai miei tempi, diversi cartoni animati giapponesi riprendevano alcuni feuilleton europei incentrati su singoli protagonisti disgraziati e sfigati, a cui capitava qualsiasi fatalità…
sebbene in Giappone siano andati poco forte classici come
- i romanzi di Charles Dickens (1812-1870), con al centro diversi “sfigati” proverbiali come Oliver Twist (1837-1839), Nicholas Nickleby (1838-1839) e David Copperfield (1849-1850)
- o quelli di Charlotte Brontë (1816-1855), che fa succedere qualsiasi cosa alla sua povera Jane Eyre (1847)
ha invece spopolato una scrittrice ugualmente inglese ma della generazione successiva: Frances Hodgson Burnett (1849-1924)…
sono stati tratti anime da tanti suoi romanzi (già al centro di numerosi adattamenti filmico-teatral-televisivi):
- Little Lord Fauntleroy (1886): l’anime è di Kozo Kusuha ed è del 1988 (la sigla italiana di Cristina D’Aveva aveva il testo di Alessandra Valeri Manera e musica di Ninni Carucci, 1989)
- A Little Princess (1905): il famoso Lovely Sara di Fumio Kurokawa del 1985 (la sigla italiana di Cristina D’Avena era di Alessandra Valeri Manera con musiche di Giordano Bruno Martelli, 1986)
- The Secret Garden (1911): è Mary e il giardino dei misteri di Tameo Kohanawa del 1991 (la sigla di D’Avena e Valeri Manera aveva le musiche dei poco attivi Giovanni De Stefani e Paolo Marino, 1993)
sullo stile c’erano anche:
- la famosissima Heidi di Johanna Spyri (1880), adattata ad anime dal grande Isao Takahata nel 1974; la sigla italiana del 1978 era scritta da Franco Migliacci (testo) e Christian Bruhn (musica)…
- Anna dai capelli rossi da Anne of Green Gables di Lucy Maud Montgomery (1908): l’anime, ancora di Isao Takahata, è del 1979, con sigla italiana di Luigi Albertelli (testo) e Vince Tempera (musica), 1980…
- naturalmente le immancabili Piccole donne di Louisa May Alcott (1868-1869): l’anime di Kazuya Miyazaki è del 1981, con sigla italiana del 1982, era un raro caso in cui Cristina D’Avena cantava un testo non scritto da Alessandra Valeri Manera: gli autori sono Luciano Beretta e Alberto Bertoni, con musica di Gianni D’Aquila…
- il Remi di Hector Malot (1878): l’anime del grande Osamu Dezaki è del 1977; la sigla italiana del ’79 era di Albertelli e Tempera…
- Papà Gambalunga di Jean Webster (1912): l’anime di Kazuyoshi Yokota è del 1990, con sigla “daveniana” di Valeri Manera e Carucci, 1991…
- Treasure of the Snow di Patricia St. John (1950): è Là sui monti con Annette di Kozo Kusuha del 1983; la sigla daveniana del 1984 è di Valeri Manera e Giordano Bruno Martelli…
e poi c’erano anime tratti da manga giapponesi, però con caratteristiche del tutto simili ai romanzi suddetti…
- Candy Candy, una delle regine degli anime è tratta dal manga di Kyoko Mizuki e Yumiko Igarashi del 1975; l’anime di Hiroshi Shidara è del 1976; ha avuto una sigla dei Rocking Horse del 1980 (testo di Lucio Macchiarella, musica di Mike Fraser, Douglas Meakin e Bruno Tibaldi detto Kobra) e poi una sigla daveniana nel 1989 di Valeri Manera e Carucci…
- Milly, un giorno dopo l’altro manga di Yōko Hanabusa del 1986 diventa anch’esso un anime di Hiroshi Shidara nel 1987; sigla daveniana del 1989 di Valeri Manera e Carucci…
- Il grande sogno di Maya, uno dei manga più artistici mai fatti, opera di Suzue Miuchi iniziato nel 1976 e ancora in corso (in 50 anni Miuchi non l’ha ancora finito!), è diventato un anime di Gisaburo Sugii nel 1984, con strepitosa sigla italiana di Alessandra Valeri Manera e del recentemente compianto Detto Mariano (1985), che presenta una elaborata architettura di armonie…
e potrei continuare a lungo…
e questo interminabile elenco sta a dire che di certa fiction la mia infanzia è stata piena…
e questa fiction aveva al centro tristezze incommensurabili di orfani maltrattati, di sevizie e di aguzzini, di soprusi vari ed eventuali, di strazio assoluto, di morti ammazzati, di lutti piangenti, di cataclismi feroci, di violenze psicologiche pesantissime…
Quando eri bimbo e vedevi ‘sta roba, ti veniva un po’ da ridere perché erano davvero troppe le cose che capitavano agli sfortunati protagonisti…
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Yanagihara, in Una vita come tante, sembra volersi instradare sulla linea dei feuilleton, e, soprattutto, sulla linea degli adattamenti anime dei feuilleton, ancora più sottolineati in tragediume e sofferenza!
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La quantità di tragedie che capitano al protagonista di Yanagihara rasentano davvero la parodia: stupri, prostituzione minorile, violenze, handicap, autolesionismo, morti accidentali di amici carissimi, sevizie psicologiche…
tutte cose che non vengono descritte nel dettaglio graphic, come potrebbe essere in uno snuff, ma vengono lungamente rendicontate a livello psichico: Yanagihara ci dice cosa il povero protagonista pensa mentre le subisce, con un vasto repertorio di illustrazione verbale del senso di colpa più profondo, del senso di inadeguatezza, dell’odio di sé, della mortificazione dell’io, di tutti i disastri che le violenze sessuali comportano…
Yanagihara dà un resoconto reiterato, ridondante e pleonastico della più terribile ansia post-traumatica da violenza sessuale, condita con lacrimevole reazione avversa alla pura e semplice fatalità (che viene naturalmente intesa come numinosa predestinazione), e con un gusto quasi esso stesso sadico nel voler far provare le emozioni negative del protagonista al lettore…
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Finisce che Una vita come tante è un’immersione sgradevole e pesantissima nell’ottica di un povero disgraziato vandalizzato sessualmente da piccolo, che dovrebbe avere l’utilità di fare catarsi, con la tesi che provando su di sé le sciagure di un altro, e interiorizzandole in letteratura, si potesse in qualche modo venire purificati, forse, dal nostro stesso senso di colpa… oppure da una nostra percezione sballata delle disgrazie… ma quella utilità alla fine non sussiste…
mi spiego:
il mondo è ancora pieno di gente vittimista che gareggia in poveraccismo: sono tante le scene che si possono vedere nelle città in cui tanta gente se ne esce con risposte del tipo «voi che chiedete l’elemosina state meglio di tutti quanti, perché i veri poveri siamo noooooi!», ed è ancora pieno di quelli che dicono che «i neri che vengono in Italia, scampando all’affogamento nel Mediterraneo e lavorando a forza di bastonate a raccogliere le arance, stanno meglio di noi altri che si dorme in macchina»…
a questa gente, la lettura di Una vita come tante farà certamente bene a far loro trovare un contesto giusto…
e c’è anche tanta gente che scherza con le diagnosi di depressione e patologie affini dicendo che sono tutti cacchiate…
Una vita come tante aiuterà queste persone con zero cultura psicologica…
…e Una vita come tante sarà la panacea di chiunque legge un romanzo per affezionarsi ai personaggi, per friggere dentro tutti i loro gangli mentali, psichici, comportamentali…
…gente che tramite il personaggio trova se stessa o per identificazione o per antitesi…
gente che magari si fa e si conosce attraverso l’azione di un agente fittizio altro che la simboleggia in simulacro…
Yanagihara, in questo, farà contenti tanti, perché davvero fabbrica il suo protagonista nei modi più perfetti: lo delinea proprio con tutti i crismi…
ma ci sono i rovesci della medaglia…
e qui io cado in opinioni di gusto: a me i personaggi non interessano, perché li vedo (o magari li voglio) solo come funzioni di una vicenda, di una storia (ci sono, nel blog, i 10 personaggi per chiunque volesse approfondire questo aspetto)…
…una storia e una vicenda che Yanagihara non scrive…
scrive solo una traccia strutturale per riempirla di pretesti per far pensare male (e stare male) il suo protagonista…
una traccia strutturale molto realistica e per nulla diegetica, e difatti è inzeppata dei tempi morti veri ed effettivi della vita vera, delle ripetizioni quotidiane del journal cronachistico delle azioni banali di ogni giorno, ed è foriera della classica filosofia che l’esistenza umana è quasi fissata nei primi anni di vita e che poi tutto scorre secondo quel fissaggio, che ti attanaglia sempre, finché non muori, e non c’è contesto o cambiamento che valga qualcosa per fa sì che ci si possa divincolare da quel fissaggio [in piccolo, le solite fregnacce del «non si cambia e si rimane come s’era al liceo e non c’è cristi che tengano», le sento ripetere da anni da Concita De Gregorio e da Gianrico Carofiglio]…
e io ripeterò sempre che, come Roberto Longhi, non ritengo la vita umana qualcosa di così interessante da volerla vedere replicata anche nel fittizio della letteratura…
è finita che io non mi sono affezionato affatto al protagonista di Una vita come tante…
tutto ciò mi rende certamente cinico, perché è impossibile non provare pietà per lui, o anche rabbia per la sua inazione nell’accettare il fissaggio esistenziale dei suoi primi 15 anni disgraziati, senza mai riconoscere quel che cambia e può cambiare; ma è anche impossibile non domandarsi dove quella pietà voglia andare a parare…
perché davvero si può parlare di catarsi?
forse la catarsi può sovvenire, lo dicevamo, in certi lettori, in chi appunto si affeziona ai personaggi, ma nel personaggio stesso la catarsi non c’è per nulla, anzi: la filosofia del fissaggio del destino nei primi anni di vita che non cambia mai fa deviare tutto quanto più dalle parti del nichilismo spicciolo che della tragedia catartica…
che purificazione si ha alla fine di Una vita come tante?
Nessuna: perché il protagonista non *migliora* rispetto all’inizio, e, in ossequio alla “filosofia del fissaggio”, non si può dire che *cambi*…
E allora? C’è nichilismo in che senso?
C’è nichilismo nel senso che non vale la pena di vivere?
Purtroppo non c’è neanche questo…
c’è una coda di pesce che riconosce le gioie della vita ma le piange se finiscono, con un senso del numinoso destino che è sintomo della depressione del protagonista…
Una vita come tante finisce per dire che la vita è uno strazio…
che i momenti di felicità esistono solo per farci piangere quando finiscono…
e che è così perché c’è una volontà odiosa che ci fa stare male solo a noi proprio col tempismo beffardo e odioso fatto apposta per farti incazzare, solo a te…
ma dire tutto questo è essere nichilisti o è essere lermoyante in modi ottocenteschi?
è nichilista o è Candy Candy o Remi?
è nichilista o è fracassamento di palle da feuilleton…?
a me è venuto spesso (data anche la ridondanza delle situazioni) da dire: che cacchio frigni a fare? o non si sapeva che la vita fa schifo? e quindi non era ovvio che gli attimi di felicità erano solo attimi?!
sicché che cacchio ti lamenti?
lamentarsi è nichilista?
mah… forse…
o forse no…
magari era meglio dire «la vita fa schifo e poi si muore» (che è un motto autenticamente nichilista perché almeno ha la coerenza di non contemplare le gioie); e per dirlo non ci vogliono 1094 pagine… [confrontiamo Una vita come tante con un vero testo nichilista, cioè V for Vendetta di Moore & Lloyd: quando vanno ad arrestare Valerie, lei dice «It seems strange that my life should end in such a terrible place, but for three years I had roses and apologised to no one», una frase foriera di molta più consapevolezza, e certamente non insozzata dalla lamentina]
1094 pagine di elucubrazioni mentali scritte in modo sopraffino, fatte di esattezza psicologica e naturalistica (altro concetto ottocentesco da affiancare all’andamento da feuilleton) impeccabile, ma risultanti in una bolla di copia pedissequa di una realtà straziante che allora avrebbe avuto senso con una vera purificazione!
ma invece la catarsi che non c’è!
con l’atteggiamento numinoso e lermoyante del piagnisteo del «capitano tutte a me, e mi capitano da quando ero piccolo ché mi hanno violentato» porta più ad alimentare certo crocerossinismo del lettore, che è contento di dire «oh, poverino!» al suo personaggio preferito, ma una volta che l’ha detto, quel lettore non ha proprio imparato un bel niente, e anzi, è rimasto lo stesso: ha confermato quello che era, invece di aver partecipato a qualcosa di conoscitivo su se stesso o su altri, come certa identificazione col personaggio avrebbe potuto far verificare…
per cui, col tono da feuilleton lacrimoso, Yanagihara finisce anche per buttare via tanto di quel buono che con la sua scrittura perfettina ha costruito…
e finisce nel cadere nell’odioso pregiudizio di conferma!
cioè:
è un libro che, riprendendo l’inizio, potrebbe far aprire gli occhi ai coglioni che negano la depressione come patologia o che fanno a gara di disgrazie con gli schiavi,
ma alla fine rischia solo di confermare il crocerossinismo di chi legge solo per piagnucolare su un personaggio sfigato!
…un lettore crocerossino che, invece di pupparsi 1094 pagine, poteva direttamente andarsi a rivedere Dolce Remi…
ma dicendo questo non rendo giustizia al ripeto sopraffino psicologismo descrittivo realizzato letterariamente da Yanagihara, che in effetti è tecnicamente notevole…
…anche se è accostato a un senso di intreccio del tutto vieto, fatto di risaputi flashback con situazioni appena descritte riviste da altre ottiche (di altri personaggi), rivisioni che non fanno altro che allungare il già lunghissimo brodo…
un senso di intreccio, per giunta, strutturato, all’interno degli interminabili capitoli, su un’inizio in medias res del capitolo che, piano piano, porta ad analessi che poi si ricongiungono col medias res incipitario…
…e questo accade per ogni singolo capitolo, senza variazione alcuna…
vabbé lo “stile”, ma accidenti!
in questo modo, certo, il libro partecipa esso stesso al “fissaggio del destino” che è immutabile, ma tanta immutabilità in 1094 pagine può rimanere sullo stomaco!
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Ribadisco che questa è la mia opinione e che è largamente minoritaria in un universo social che questo libro lo sta adorando sicuramente con ragione!
Senz’altro ho torto io!
Poiché, in ogni caso, è una lettura immersiva, quasi totalizzante e che costringe ad andare avanti nella spiacevolezza della lettura: rappresenta, quindi, magari, una forzatura dell’industria culturale americana: in un’America tutta pucciosa e carina, piena di falsi problemi anche nella sua fiction, Yanagihara ha almeno il merito di andare nello straziante, nell’illustrare il brutto della psicologia di un disgraziato: un disgraziato che potrebbe essere chiunque, anche un tale ai vertici del potere…
un libro che, quindi, fa sì schifo ma potrebbe anche far riflettere davvero!
Recensione superlativa come sempre. La citazione dei traduttori una perla. Aver poi citato De Gregorio e Carofiglio nei ruoli che hanno: due tromboni è da applausi. Tutti o romanzi che superano le 400 pagine, mi risultano indigesti a priori.. non so se dopo questa recensione cambierò idea.
Io ne sono sempre attratto (sono, di fondo, un tolstoiano), ma negli ultimi tempi di rado li amo del tutto… ultimamente “Vita e destino” di Grossman è stata una lettura ottima, anche “La Torre” di Tellkamp (nonostante la fatica)!
Mi consigli Grossman? Due anni fa avevo comprato un suo romanzo. Un mio amico mi impose di regalarglielo. Sono rimasto come un bimbo a cui togli il gelato.
Ho letto solo “Vita e destino” e l’ho trovato faticosissimo!
Però dopo due anni sono ancora a rammentarlo quasi ogni giorno per diversi problemi “politici”!
Per cui posso dirti che *rimane* molto e ti costringe a riflettere assai!
Grazie Nick. Me lo procurerò
se lo descrivi come utile solo alla catarsi mi viene da dire: perke dovrei leggere 1000 e passa pagine senza anima?
Ti piace se adori provare pietà per un personaggio disgraziato!
E ti piace se sei attratto dai processi mentali delle persone infelici…
allora lo odierei xD
Probabilmente lo odierei anche io come Antonio.
Sono già travolta dai miei processi mentali e direi che mi basta.
Davvero 1094 pagine non sono poche per ricavarne solo l’immutabilità del destino e ho come un vuoto mentale: mi viene solo da pensare a Drugo Lebowski che dice “sono nichilisti” …
Preciso!
Parlando di cartoni animati giapponesi mi hai mandato in brodo di giuggiole: ne ho guardati pochissimi in vita mia, ma quei pochi mi sono rimasti nel cuore. E infatti a 2 di essi (Ken il guerriero e Ranma 1/2) ho dedicato un post nel mio blog. Molto bello anche Slam Dunk. Hai visto qualcuno dei 3 cartoni in questione?
Li ho visti tutti e tre… ottimi prodotti… sono meno affezionato a Slam Dunk per ragioni anagrafiche…
Ken il guerriero e Slam Dunk mi hanno regalato emozioni profondissime. Ranma 1/2 un po’ meno, ma va detto che era un cartone molto leggero, e quindi emozionare non era il suo scopo principale. Grazie per la risposta! :)
….io ho faticato a leggerlo e in un post che ho fatto inerente a questo libro, ho chiuso dicendo “orribilmente bello”, o una roba simile, non ricordo tutti i miei post….
Troppo, troppo in tutti i sensi e lei abilissima a costruire con il fumo una cattedrale di emozioni, e sofferenze per mano ad una fantasia davvero significativa.