È un gran bel filmetto…
Ha alcuni difettucci…
- È indeciso se essere thrilling o denuncia dei mali dei media italiani… e questo cosa comporta? comporta che gli stilemi visivi e diegetici siano tutti derivati da un modello di rappresentazione di genere (fotografia un po’ fintosa, personaggi stereotipi, funzioni personaggiose molto definite), all’interno del quale i pistolotti contro i media arrivano spesso fuori contesto, arrivano troppi, e arrivano a “distrarre” un discorso di genere che se rimaneva solo genere era invece molto ben costruito…
- Se proprio voleva insistere sui media cattivi allora poteva accelerare sulla natura ingannevole e insidiosa delle immagini in modo molto più sistematico e intelligente… intendiamoci, su questo aspetto Carrisi (con Roy Bava, il suo aiuto) non lavora per niente male (come vedremo), ma il coup de théâtre finale, per esempio, poteva essere supportato da una messa in scena di grado illusorio ancora più alto di quello pur ragguardevole che ha… tutto il film avrebbe potuto essere affrontato ancora di più con shots immaginosi, staccosi, e, soprattutto, avrebbe potuto essere trattato con false soggettive e con una macchina da presa più consapevole della sua portata illusoria, più di quanto comunque è, anche se non è per niente poco consapevole…
Questo secondo punto, infatti, è un falso difetto: come con Fiore di Giovannesi, sto cercando il pelo nell’uovo solo per fare l’antipatico (vedi il film 45 di Jiminy Cricket, e il quarto film trattato in Biancalana e i sette gnomi, parte V), perché il film di pregi ne ha parecchi…
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Carrisi e Bava attuano ottimi espedienti di obliquità diegetica:
- Fanno capire bene la natura ingannevole delle immagini con degli ottimi “falsi ricordi” e con efficaci falsi flashback…
- Attuano una cornice (il plastico del paesino) che ben metaforizza la funzione demiurgica di un narratore/manipolatore dell’intreccio e della vicenda…
- Si allacciano a una solida letteratura di fiction nell’ambientazione (non mi riferisco a Terence Hill sul lago di Braies, ma, almeno, alla Donna del lago di Giovanni Comisso)…
- Intraprendono un discorso di ripresa non brutto: la macchina sembra spesso aggirarsi come un gattino guardingo e felpato che scruta quel che succede, spesso impegnata in non corti long takes, molte volte azimutali (anche quelli, come il plastico, suggeriscono un demiurgo onniscente che osserva dall’alto i personaggi come fossero marionette)
Purtroppo questo quarto punto sembra non sistematico: long takes e inquadrature azimutali sono rare e si mescolano a ben più numerosi shots un po’ più “normali”, confezionati in una maniera interessante, ma anche discutibile…
Una maniera che ben si piazza in un contesto di genere, ma che forse è anche troppo di genere… mi spiego:
- La fotografia è buona e inventiva, ma la grana è plasticosa, quasi finta, molto più vicina a Nebbie e delitti di Riccardo Donna e Luca Barbareschi che a David Lynch e ai Fratelli Coen — somiglia, cioè, molto di più a una buona televisione che a un ottimo cinema…
- La musica è ben fatta ma spesso convenzionale…
- Dialoghi e comportamenti attoriali appaiono molte volte artefatti…
Ma devo ammettere che queste sono quisquilie, poiché il genere, può piacere o non piacere, ma è questo, perché deve relazionarsi con schemi visivi appropriati. Schemi per forza di cose mutuati dai prodotti top del settore, e cioè quelli “industriali”, e quindi ovviamente “plasticosi” e “televisivi”: i difetti che io vedo nella messa in scena di Carrisi e Bava sono precisi stilemi del cinema di genere industriale, quello delle serie americane…
Perciò non si può incolpare i registi di ossequiare un sistema di rappresentazione… però si può osservare come molte volte il loro film voglia apparire “industriale” senza avere però i veri requisiti tecnici per esserlo…
Quanto detto adesso è comunque riscattato da un vero coup de théâtre finale… un coup de théâtre verso il quale posso esprimere qualsiasi riserva, ma i cui pregi sono infiniti: in esso riacquistano senso tutte le immagini, che finalmente si rivelano “false”! e quindi il finale riattiva tutta la messa in scena fintosa, fictionosa, di genere e di “plastica”, e ribadisce bene tutte le allusioni a un demiurgo/manipolatore! Tutto ha un senso per arrivare a quel finale, che, in ogni caso, innesca la voglia di rivedere l’intero film! Un finale che riesce a farti quindi ripassare attraverso i difetti (a cui adesso posso anche aggiungere una certa non trascurabile sensazione di «troppa carne al fuoco», specie nella parte centrale affidata ad Alessio Boni) pur di riassaporare tutti i dettagli e tutti i sensi nascosti che ha palesato…
E poco importa che quel finale sia un po’ mutuato da quello di Cruising di Friedkin…
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Perciò:
non perfetto, ma per niente una cavolata!
pensato e ben fatto
con difetti riscattati da un solido impianto d’insieme…
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